16 ottobre 1968. Stadio Olimpico di Città del Messico. Finale dei 200 metri. Le note di The Star-Spangled Banner. Tommie Smith e John Carlos sul podio con il pugno alzato in segno di protesta. Dietro quel gesto c’è la battaglia per i diritti civili degli afroamericani, la stessa che va in scena oggi dalla costa Est a quella Ovest degli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd.
Quella che si avvicina alle Olimpiadi del 1968 è un’America dilaniata dall’odio razziale e politico. Tre anni prima c’era stata la marcia di Selma, l’anno precedente c’erano state rivolte in oltre 100 città americane, sei mesi prima era stato assassinato Martin Luther King e solo tre mesi prima Robert Kennedy. Un conflitto così evidente da non risparmiare neppure lo sport. Basti pensare che solo un anno prima Muhammad Ali si era visto ritirare la licenza pugilistica in seguito al rifiuto di prendere parte alla Guerra del Vietnam. E quella di Ali non è certo una posizione minoritaria fra gli atleti afroamericani, neppure tra gli olimpionici, tutti maldisposti all’idea di fare da cavalli da corsa per i bianchi. A riunire attorno a sé le voci del dissenso è Harry Edwards, professore di sociologia e fondatore dell’Olympic Project for Human Rights (Ophr). Edwards propone di boicottare in toto le Olimpiadi di Città del Messico, salvo poi virare verso una nuova strategia: sfruttare la manifestazione come un’enorme vetrina.
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John Carlos si presenta alla finale dei 200 metri piani dopo aver stracciato il record olimpico con un pazzesco 20’ 01’’. Lo stesso tempo fatto registrare anche un altro velocista, Tommie Smith, che con John condivide bandiera, talento e colore della pelle. La gara è clamorosa. Smith stabiliva il nuovo record del mondo, con 19’ 83’’. Carlos arrivava terzo dietro all’australiano Peter Norman. Ma l’esito della gara scivola in secondo piano, perché quello che succede dopo entra dritto nei libri di storia.
John Carlos e Tommie Smith salgono rispettivamente sul terzo e sul primo gradino del podio scalzi per ricordare la povertà dei neri d’America: uno indossa una sciarpa nera per testimoniare l’orgoglio del popolo di colore, l’altro una collana di perline a simboleggiare i linciaggi subiti dagli afroamericani. Hanno il capo chinato, il braccio alzato e il pugno chiuso, fasciato in un guanto nero: Smith il destro, Carlos il sinistro (quest’ultimo aveva dimenticato in albergo i suoi guanti, per cui si erano divisi quelli di Smith). Alla loro protesta si unì discretamente anche l’atleta che arrivò secondo, Peter Norman, che indossò la spilla dell’Ophr (Olympic Project for Human Rights), movimento che nei mesi precedenti aveva cercato di boicottare i Giochi olimpici.

Il Comitato Olimpico Internazionale chiese subito l’esclusione di Smith e Carlos dal villaggio olimpico e la loro sospensione dalla squadra americana, per aver fatto una manifestazione politica alle Olimpiadi. Al loro ritorno negli Stati Uniti, Smith e Carlos subirono estese critiche, e ricevettero minacce e intimidazioni. Ma diventarono degli eroi per la comunità afroamericana e si costruirono la loro carriera nella Nfl, il campionato professionistico di football, e poi come allenatori di atletica. Anche Norman ricevette insulti e minacce tornato in Australia, e secondo qualcuno venne escluso dalle Olimpiadi del 1972 per via della protesta.
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A oltre cinquant’anni di distanza, gli Stati Uniti stanno vivendo in questi giorni una sorta di nuovo Sessantotto, dopo l’assassinio di George Floyd a opera di un poliziotto bianco, l’ennesimo perpetrato dalle forze dell’ordine nei confronti della popolazione di colore. Manifestazioni contro il razzismo nel nome di George Floyd hanno toccato tutte le città americane e il mondo dello sport è uscito allo scoperto prendendo posizione a favore del movimento “Black Lives Matter”. Molte star del basket o del football, come LeBron James, da anni si battono per la causa, altri si sono mossi sull’onda dell’emozione collettiva. Ha preso posizione anche Colin Kaepernick che in un tweet ha scritto: «Quando la civiltà porta alla morte, la rivolta è l’unica reazione logica. Le grida di pace pioveranno a dirotto e quando lo faranno, cadranno nel vuoto, perché la vostra violenza ha portato a questa resistenza. Abbiamo il diritto di reagire! Rest in Power, George Floyd».

Colin Kaepernick, ex quarterback di San Francisco, fa parte di quegli atleti che, proprio come Smith e Carlos, sono stati capaci di anticipare i tempi, mettendo in gioco le loro stesse carriere pur di difendere i loro ideali. Nel 2016 aveva iniziato una semplice quanto devastante forma di protesta, mettendo un ginocchio a terra durante l’esecuzione dell’inno statunitense prima delle partite della Nfl. Un gesto solitario che nel giro di poche settimane trovò l’adesione di centinaia di sportivi di ogni disciplina, ma non l’appoggio del presidente Donald Trump il quale, aveva chiesto esplicitamente il licenziamento del giocatore, così come oggi minaccia l’intervento dell’esercito contro i manifestanti. Kaepernick, con contratto da 126 milioni di dollari in sette anni, da quella stagione non ha più trovato ingaggi, ma ha lasciato il segno. Insomma, ieri come oggi l’America resta prigioniera dei suoi fantasmi. Sono trascorsi 52 anni da qual pugno alzato verso il cielo di Città del Messico ma di questi gesti c’è ancora un disperato bisogno.



