Alla Galleria La fonderia a Firenze capito per puro caso. O forse per una strana coincidenza del destino. Resta e resterà sempre il dubbio. Ad attrarmi sono i colori, che scorgo dalla strada, nella penombra serale della pittura di Giuseppe Barilaro. Colori vivi, forti, incisi con ‘le unghie’ – mi verrebbe metaforicamente da scrivere – su tavole di legno. Scopro che è in corso la presentazione della sua ultima serie di opere Animae Salvae. La scelta del titolo non solo richiama gli interessi musicali dell’artista, ma ben si adatta al suo modo di fare arte, e al suo mondo espressivo. Mi aggiro fra i quadri, per gustarne con lentezza i colori, le emozioni che mi comunicano. Mi fermo prima su una coppia di opere a olio su tavola, sui loro colori vivi (Quattro bianchi e un negroni), sulle figure che emergono grazie alle pennellate rapide, incisive, e si stagliano sullo sfondo in tutta la loro potenza evocatrice e liberatoria delle loro pulsioni, ma in qualche modo anche tragica.

Dopo poco segue, in una calibrata e ordinata successione, una tavola maestosa e suggestiva. Attorno a un tondo, come ombre, siedono dei personaggi. C’è la profondità di uno spazio, che esiste senza esserci. C’è una scena che si svolge dinanzi ai nostri occhi nella sua assenza. È questo vuoto, carico di parole, di racconti che l’artista chiama Convegno dei notabili, che mi cattura. Mi porta in un mondo di ‘morti’, oscuro, lontano.

Eccomi a La memoria del rosso. Anche qui c’è una sovrapposizione di piani. Il rosso -simbolo di un ricordo di cui forse non ci si può liberare, ossessivo, e capace di coprire ogni cosa- crea una massa unica, apparentemente indistinta su cui si distinguono a tratti sagome nere, come in una narrazione di un passato che affiora in maniera prepotente.

Dal rosso si passa, in un continuum, al giallo di Absidi. Penso a Montale, al mare, al Sud, a una luce accecante. Osservo l’opera, che sembra un frammento emerso dal passato, e forse vuole essere un segnale per comprendere qualcosa della visione dell’esistenza dell’artista, che forse ci sta dicendo che della vita si possono cogliere solo occasionali particolari, che il tutto ci sfugge, e resta ignoto per sempre. Anche qui c’è un racconto che resta appena accennato, avvolto in un silenzio parlante, giocato più sul non detto che su ciò che è esplicito.

L’ultima tavola è enorme. Si intitola: Il battesimo delle armi. Tutto in quest’opera sembra un ossimoro, una contraddizione. E forse proprio questo è il suo fascino. Ritornano il rosso, il giallo. Le figure sono incise con il fuoco, sembrano graffi dell’anima. Sono lì per perire o forse per salvarsi. Chissà! La scena è fastosa come in una pittura parietale, erotica ma anche attraversata da un senso terribile di oscurità e morte. Tanti echi mi sembra di intravedere in questo lavoro (ad esempio della pittura parietale antica o delle scene rappresentate sui vasi nella Magna Grecia); ma è evidente anche una grande capacità innovatrice, di rivisitare il passato con lo sguardo dell’oggi, che nasce da un sentire profondo, da un’autentica vocazione artistica.





