Dell’arte di Luisa Corcione mi colpisce il tratto. È a momenti essenziale, ma evoca sensazioni, prossimità, impulsi. Ferma in un’immagine (AbbracciAmo) due corpi che sembrano uno solo. È un gesto tradizionale, ma allo stesso tempo è anche qualcosa di nuovo.
Una delle due figure ha una mano sul viso, quasi a voler nascondere il volto. C’è un dramma non esplicitato in questo suo negarsi allo sguardo, una solitudine, un’inquietudine che non viene esplicitamente ma indirettamente raccontata. Il suo essere senza volto implica una tragedia, forse quella della donna moderna o dell’uomo moderno in cerca di un’identità e di una dimensione che gli sia propria — e che in realtà gli manca.
La figura che si nasconde si appoggia con l’altra mano alla terra, o forse su un vuoto esistenziale, che rende il suo stesso cercare un ubi consistam vano. Nonostante ciò ha una sua consistenza, un proprio equilibrio che nasce da questa capacità di riuscire a esserci e a esistere nonostante il deserto in cui il suo non-corpo vibra. E nella sua immobilità danza.
L’altra figura è un tutt’uno con lei. È difficile spiegare in che modo. È nella sproporzione delle loro membra che si manifesta l’unità, che fa pensare a un dialogo impossibile, a un abbraccio dato nella disperazione e nell’assenza di qualunque altra via per incontrarsi. La seconda figura è ancora più enigmatica: vive di riflesso dell’altra, e allo stesso tempo sembra sorreggerla, come un suo naturale prolungamento.
Entrambe costituiscono un essere informe, così come lo è la realtà in cui vivono: fatta di disarmonia, di linee taglienti, di ombre che lacerano, di abissi da cui solo grazie all’arte si può riemergere.

Percepisco nell’opera di Luisa Corcione una profonda indagine sull’esistere. L’artista ama i colori forti, quasi a voler disegnare una geografia del suo inconscio, della sua psiche.
Mi soffermo su un’altra opera: Neve marina. Anche questa volta ci sono due figure, appena accennate. Sembrano nascere da una comune sorgente, da un fuoco che li unisce e che si irradia in vaghi spruzzi anche sui loro corpi. È un elemento vitale, che li permea, e che forse simboleggia un’energia che attraversa ogni cosa.
I due, come dei Dioscuri, sono uno di fronte all’altro. Sembrano privi di fisicità. Sono esseri primigeni: forse il primo uomo e la prima donna, forse due punte di una stessa fiamma. Questa volta il loro sguardo è rivolto verso di noi: è enigmatico, appena accennato, tace e dice allo stesso tempo.
Sono avvolti in un mondo informe: il blu richiama l’acqua, che dà il titolo all’opera. Sembrano proiettati verso un altrove, ancora tutto da definire, come se fossero avvolti in un guscio ideale da cui stanno per nascere e sbocciare alla vita.
Quest’ultima opera mi fa pensare all’arte medievale e alla tradizione bizantina: un modo di comporre allusivo, simbolico, in cui l’osservatore è chiamato a decifrare un intero universo nascosto nelle immagini.





