Peppe Voltarelli non è solo un musicista. È in primis un poeta. È un concetto questo che è bene esplicitare subito. Non è un poeta qualunque, ma molto raffinato, specie nell’uso che fa della lingua calabrese. Le sue liriche, che rappresentano il testo delle sue canzoni, si caratterizzano per una notevole selezione linguistica e per una scelta accurata delle parole. Voltarelli sa recuperare dal calabrese la genuinità espressiva senza cadere nell’espressionismo. I suoi sono versi lunghi, alcuni della misura dell’endecasillabo, altri no. Sono limpidi, altamente evocativi, sempre bilanciati da uno straordinario – a mio parere- equilibrio fra forma e sentimento.
Mareniro è la prima canzone-lirica che apre il libretto. In cinque versi distribuiti secondo una partitura non lineare affiora l’immagine del mare nero, profondo, senza la luna, che avvolge ogni cosa, anche il poeta-cantautore che c’è ma sembra non esserci, e si eclissa nel nero del mare, nel suo ancestrale mistero che inghiotte tutto, anche il cielo. Da qui, cioè da questa zona d’ombra, di annientamento e annullamento nella bellezza della natura si leva la sua voce, pacata, intensa, potente, in comunione con la natura, ma anche dolente. Si fa tutt’uno con il mare, si autointerrroga, sente la sofferenza della gente abbandonata, ode i tanti drammi che si consumano anche in quello che apparentemente sembra un momento di pace:
Mare niro e funno e senza luna
stidda scustumata e sula ca va fuienno
ancora
mare niro e funno e senza sule
a senti a vuce mia a senti bonaMare niro funno chi fa paura
c’è ancora troppa gente abbandunata e
sula
sula dintra a notte mai appaciata
i senti si rumori i ricanusci sti gridate […]
C’è tanta vita, ma anche tanto pensiero e natura nella musica poesia di Voltarelli. Il suo è un dialogo attento con la natura e con l’umano, caratterizzato da un continuo senso di ricerca ma anche di attesa (Nun signu sulu mai), che non scade mai nell’intellettualismo, ma è vero, autentico, e capace di comunicare con la parola l’indicibile, ciò che si può solo intuire e fermare nel segno scritto, nella voce nella sua duplice forma, cioè quella impressa sulla carta ma ancora di più in quella cantata:
[…] Stamo cercando u vento
suspiri e sule ‘nfronte
stamo aspettando u tempo
core stipa si parole mo […]
Il mare, il senso del viaggio, il sentirsi in perpetuo in movimento, Voltarelli penso ce l’abbia nel genoma culturale. La gente del Mezzogiorno d’Italia è storicamente abituata a migrare, ma anche ad accogliere, a confrontarsi con popoli che arrivano. Il mare è un orizzonte ma anche un confine sempre aperto, che assume quasi la forma di una corsa verso un non luogo, Lupiònopolis, immaginario e reale allo stesso tempo. Mi affascina in questa mia immersione nell’arte di Voltarelli sempre l’immagine del mare, dei marinai perduti, dei porti deserti, il sogno di una terra bellissima rimasta nel cuore, l’eco di paesi lontani. Parole semplici, sentite, con un ritmo tutto interiore, di grande poesia, e intense emozioni:
Marinari perduti
dintra porti deserti
mai mai tornare arretiQuanta vita passata
storie senza finale
mai mai pensare a ieriAll’orizzonte na terra bellissima
ca tutti i notti mi sonno ‘ppe nuaSiamo rimasti senz’anima
e nun sapimo pecchi […]





