Di Luciano Manicardi (La Bibbia e la Divina commedia, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022) mi colpisce fin dalle prime righe l’acutezza del ragionamento e dell’analisi. Acutezza che si sposa con la ricercatezza del linguaggio. La brevitas del suo scritto su Dante è già di per sé una scelta di campo: è il frutto di un lavoro di selezione, di sintesi, probabilmente durata anni, in cui ha meditato sul difficile rapporto fra la Divina Commedia e la Bibbia, giungendo a poche ma ben definite conclusioni. Innanzitutto, Manicardi è consapevole che indipendentemente dal valore contenutistico della Commedia nessuna lettura del poema dantesco è possibile se non si coglie in primis la finezza linguistica e letteraria dell’opera – Dante è un grandissimo poeta e i poeti si apprezzano per l’uso che fanno della lingua-, che si cela nei dettagli, che rivelano la forza immaginifica di Dante. È un concetto questo, a mio giudizio importantissimo, perché in un’era come la nostra in cui si pensa di poter riprodurre grazie alla tecnologia la poesia, Manicardi ci ricorda che finezza letteraria e potenza immaginifica sono strettamente collegate, e che l’energia della poesia è nella capacità di immaginare. A tale proposito Manicardi si sofferma sulle similitudini dantesche, e osserva con una serie precisa di esempi la grande capacità innovativa del poeta.
Nelle pagine successive lo studioso affronta la tesi che in questo suo scritto intende dimostrare, ovvero il ruolo centrale che la Bibbia svolge nella costruzione della poesia della Commedia. Apparentemente può sembrare un concetto scontato, in realtà non lo è, in quanto diverse sono le matrici e le fonti dantesche. A tale proposito Manicardi osserva che l’eco della Bibbia è presente in tutta la Commedia, in quanto costituisce un linguaggio familiare a Dante, con citazioni dirette, riscrittura, ecc., sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo (p.9). Fin dall’incipit c’è l’eco della Bibbia. ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita’ è un verso che risente dell’influenza di Isaia 38,10 o del Salmo 102. Dante stesso chiama la Commedia ‘poema sacro’. Secondo Manicardi questo senso del sacro è tanto importante che Dante applica al suo capolavoro la dottrina dei quattro sensi di Agostino di Dacia, che può essere ricollegata (p. 11) a quella ebraica del PaRDeS (paradiso), per cui ‘il viaggio di Dante nell’aldilà è anche il viaggio della Scrittura e dell’interpretazione scritturistica’ (p.13). Da qui Manicardi deduce la presenza strutturale della Scrittura che accompagna il Poeta fino alla cantica suprema. La Scrittura è centrale, e funge da catalizzatore anche di altre opere, che pure certamente influenzano il Poeta, come il VI libro dell’Eneide di Virgilio e il Tesoretto di Brunetto Latini (p.14), che vengono reinterpretate in una chiave sacra. Per cui (p.15) il riferimento a Isaia si adatta a Dante che vi ‘vede un’allegoria del proprio smarrimento dietro a false immagini di bene’, e introduce una ‘venatura di alta spiritualità nel poema’. Addirittura, si può affermare che lo smarrimento dantesco è giocato sullo stesso schema di quello dell’Esodo. Lo schema biblico in altre parole (p.16) risignifica i luoghi letterari -anche quelli virgiliani- e pone l’esperienza di Dante e la sua opera nella scia del testo sacro (p.19):
Insomma, la presenza della Bibbia è continua non solamente nei riferimenti, nelle citazioni, nelle immagini, nelle allusioni, ma Dante pone in una sorta di continuità la sua opera con questi testi, “terzo tra i libri sacri, con i quali stabilisce un rapporto fatto al contempo di continuità e di integrazione”. Possiamo affermare che Dante ha sacralizzato il testo poetico […] e operato una una letteralizzazione o poetizzazione del testo sacro. Del resto, scrive Dante, a questo “poema sacro… ha posto mano e cielo e terra”.





