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Effetto Techetecheté, ma non chiamatelo più Festival della canzone

Giuseppe Attardi by Giuseppe Attardi
Febbraio 6, 2020
in Cultura
Reading Time: 3 mins read
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Effetto Techetecheté, ma non chiamatelo più Festival della canzone

La strada maestra l’aveva indicata Carlo Conti con “Tale e quale show” e “I migliori anni” prima. Poi con il triennio record al Festival di Sanremo: recuperare l’“usato sicuro” e aggiornarlo alle evoluzioni dei media senza però cedere. Un’idea non proprio originale, già messa in pratica da Fabio Fazio con operazioni revival stile “Anima mia” e dal sorprendente successo del bianco & nero di “Techetecheté” usato come tappabuchi nella stagione estiva.

Carlo Conti cambiò, però, la situazione, offrendo allo spettatore il piacere di un re-incontro senza la delusione del già visto. Conti giocava proprio con questa sensazione, che poi è il segreto del cinema di genere messo a punto dalla Hollywood classica: offrire a chi guarda il piacere di trovare situazioni nuove dentro personaggi e temi ricorrenti. Ci si muove dentro territori conosciuti senza sentire il peso del ricalco o della copia. Una pratica personalizzata da Claudio Baglioni nelle sue due edizioni e proseguita con la riesumazione della “Corrida”, in fin dei conti un talent ante-litteram nostrano, ed il ritorno di Mara Venier alla conduzione di “Domenica in”.

Più che una rivoluzione, una restaurazione. Dopo anni di commistioni di linguaggi, di contaminazioni, di esperimenti, la tv generalista torna alla sua forma primigenia. Il motivo è semplice: ci sono tanti nuovi media che fanno il loro mestiere innovando. C’è la tv satellitare, quella on demand, quella del web e via discorrendo, spazi in cui c’è l’obbligo di innovare. La tv generalista, proprio perché generalista, questo bisogno lo ha di meno. Così come il pubblico che la segue e che premia, costantemente, indefessamente, le fiction tradizionali e con buoni sentimenti, senza violenze, parolacce, sorprese, che fa trionfare (giustamente) il commissario Montalbano e Don Matteo da tanti anni, e che probabilmente punirebbe negli ascolti cose come “La casa di carta” o “Breaking Bad”.

La “nuova” tv punta su meccanismi legati alla memoria, al passato, al repertorio storico. Adesso a Fiorello è affidato il compito di traghettare questa tv sugli smartphone. Mettendo insieme passato e presente, la storia e la nostalgia con la modernità e la gioventù. Rita Pavone e Junior Cally, Massimo Ranieri e Tiziano Ferro, i Ricchi e Poveri e Ghali, Tony Renis e Mika, Johnny Dorelli e Dua Lipa, la serata delle cover con Alberto Urso e Ornella Vanoni, Anastasio e Pfm. Tinteggiature di colore sul bianco e nero del Techetecheté.

Far passare la tv generalista sul web e, nello stesso tempo, trovare nuovi volti per la prima. Salvaguardando atmosfere antiche, sapori tradizionali, passioni, sentimenti, che il mondo virtuale tende ad appiattire. Riscoprendo l’amicizia, la goliardia, l’amarcord in un’epoca che ha accelerato i tempi di attenzione, accorciato la memoria e azzerato i rapporti sociali.

Su questa strada, Fiorello ha trovato il sostegno di oltre la metà degli italiani rimasti affezionati al televisore (in gran parte nella provincia), toccando record di share (“dopati” però dalla lunga durata della diretta). Numeri che riescono a frenare l’emorragia di pubblico dalla tv generalista. Nello stesso tempo, “Ciuri”, come lo chiama Ama(deus), incanala nuovi spettatori sui canali del futuro (oltre 2 milioni di visualizzazioni su Raiplay). Tant’è che il direttore di Rai1, piuttosto che chiedere il bis ad Amadeus, si appella allo showman siciliano: «Senza di lui saremmo orfani». E lancia l’hashtag #fiorellosempreasanremo.

Purché lo chiamino VivaSanremo o VivaRai1, ma non più Festival della canzone italiana, ridotta ormai a riempitivo tra gag, battute, monologhi, ospiti e spot.

Tags: 70 Festival di SanremoAmadeusFestival di SanremoFiorelloSanremo 2020Tiziano Ferro
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