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Achille Lauro: «Io direttore artistico? Non escludo niente»

«Quest’anno ho viaggiato nei generi musicali, non volevo fare scalpore o incarnare un personaggio, ma l’essenza del genere». Dopo due Festival in gara e un terzo da ospite, non scarta un ritorno: «Ma la conduzione la lascio ai professionisti»

Giuseppe Attardi by Giuseppe Attardi
Marzo 6, 2021
in Cultura
Reading Time: 5 mins read
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Achille Lauro: «Io direttore artistico? Non escludo niente»

È stato il rock’n’roll, demonio e divinità. È stato il glam rock, «sessualmente tutto, genericamente niente». È stato Mina, è stato Penelope, è stato Syd Vicious, è stato «la Libertà che guida il popolo». È stato ed è Achille Lauro, una diva che non ammette mezze misure: o la ami o la odi.

Due anni fa stupì tutti con la sua Rolls Royce, per l’edizione numero 70 del Festival, puntò sull’effetto shock, con travestimenti trasgressivi e sorprendenti: San Francesco, Ziggy Stardust, la divina marchesa Luisa Casati Stampa, infine la “regina vergine” Elisabetta I. Quadretti che quest’anno si è divertito a riproporre nelle vesti di ospite durante le cinque serate della maratona televisiva-canora.

Nelle sue performance c’è tutta una iconografia rock, che mette insieme Marilyn Manson, David Bowie, Freddie Mercury, Renato Zero, Loredana Berté e Vasco Rossi. «La musica è la mia vita e ogni giorno scrivo e compongo ovunque mi trovi» sottolinea. Pop(olare) e potente, mette in scena una performance libera e originale che unisce teatro, cinema, musica e arte pittorica. Trasformismi che sono lo specchio delle tante vite che lui ha vissuto nei trent’anni passati da Lauro De Marinis, il suo nome all’anagrafe di Roma. Quella del figlio di una famiglia medio borghese, quella del “ragazzaccio” che si faceva cacciare da una scuola dopo l’altra, quella del giovanissimo componente di una comune creativa, quella del divo androgino e griffato, quella dello scrittore, quella raccontata dai mille tatuaggi che ha sul corpo e sul viso. E in ogni vita ha trovato la sua strada, per arrivare ad oggi.

LEGGI ANCHE: Le pagelle del Festival, l’addio di Amadeus

«Non c’erano personaggi quest’anno, non c’era alcuna voglia di fare scalpore, c’era la voglia di portare qualcosa che fosse più di una semplice canzone», premette. «Quando sono stato omaggiato da Amadeus, che mi ha voluto qui, ho voluto pensare a un progetto più complesso che uscisse dalla mia zona comfort di ospite. Ho pensato di fare un viaggio nei generi musicali. Un viaggio attraverso delle rappresentazioni, incarnando non un personaggio, ma l’essenza del genere. Siamo partiti dal glam rock, che è uno dei miei favoriti, che contiene il messaggio di avere il coraggio di essere, poi siamo passati per il rock’n’roll, con un tributo a Mina, donna dal vero animo rock’n’roll, perché volevamo portare un po’ di leggerezza, spensieratezza, un po’ della sensualità degli anni Cinquanta. Anche il bacio fra Claudio Santamaria e Francesca Barra in questo momento storico è qualcosa di forte.

Poi siamo passati per il pop, con un omaggio agli incompresi. Il pop in Italia è un genere banalizzato, superficiale, ridotto a qualcosa di frivolo, di poco artistico, invece noi volevamo portare una esibizione teatrale, che facesse capire che ci fosse una costruzione artistica dietro, e sono stato onorato dalla presenza di Monica Guerritore e di Emma che ha interpretato magistralmente la sofferenza che c’è dietro al brano, che non è solo una canzone, ma uno stato d’animo. Poi è stata la volta del punk, un mondo che è senza regole, è casino. Fiorello era perfetto per legittimare questa messinscena su un palco così importante. Ho portato il mio storico chitarrista Boss Doms, col quale abbiamo affrontato il Sanremo che ci ha reso quelli che siamo oggi, e la mia band. C’è stato anche un omaggio al quadro “La Libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix e al Sid Vicious di My Way che scende dalle scale. E la chiusura con un brano che fa parte della mia carriera, C’est la vie, omaggio all’orchestra classica».

Per lei cosa rappresenta la musica?

«La musica ha cambiato la storia, il modo di pensare, di vestire, di ballare, di interpretare la realtà e di esprimersi. Ha legittimato la ribellione, la libertà e ha aperto le porte all’individualità. Ha liberato le donne, la minigonna, la pancia scoperta. Passando attraverso questi mondi, che Amadeus ha chiamato quadri, ma per me sono mondi, ho voluto incarnare un concetto molto forte. Non ho la presunzione di cambiare quello che le persone pensano, cerco di portare qualcosa in più, non vengo per fare promozione, avrei potuto limitarmi a questo. Per me è un “all in”, so di andare incontro alle critiche, non ho bisogno di farmi dire trasgressivo, perché l’anno scorso ho già fatto il mio. Poteva essere il mio ultimo Sanremo, ho quattro dischi in produzione, faccio tante cose, mi piace l’arte, e mi piace vivere, quindi se sono qui è perché avevo un progetto da portare. E, riprendendo le parole di Elodie, anche se non fossi stato all’altezza, sono onorato di essere stato preso in considerazione».

Ogni quadro si conclude con una benedizione. “Dio benedica gli incompresi”, è la preghiera che chiude il quadro dedicato a Penelope. “Dio benedica chi se ne frega” quello con Fiorello agghindato come una statua dell’Addolorata.

«Le mie benedizioni sono in realtà un invito a vivere la vita con il senso che ognuno desidera. Realizzare i propri sogni, nella totale libertà».

Quale ruolo ha l’immagine nel suo processo creativo?

«Per me interpretare e scrivere le parole è la stessa cosa. La musica oggi si guarda, anche. La musica è anche quello che vedi, e quello che mostri è anche quello che sei. Dopo Sanremo del 2019, ho pensato che non aveva senso andare in televisione con il freno tirato, e che dovevo fare tutto quello che mi veniva in mente per dare di me l’immagine che volevo, senza mediazioni. Nel mio concerto vado oltre, c’è il costume, la costruzione maniacale, c’è il bacio, perché non rifarlo a Sanremo? E poi il palco ha bisogno di rispetto, l’attore non andrebbe in scena senza costume, il pubblico vuole la magia. La differenza è che l’attore interpreta qualcuno, io no. Quando sono in scena sono quello che sono, sia che indossi la parrucca o no, sono io, non recito una parte ma indosso il vestito della canzone. E se la canzone è la mia anima, il vestito è la stessa cosa».

Ziggy Stardust, Lady Gaga, Velvet Goldmine, Renato Zero. Quali sono i suoi punti di riferimento?

«Non so dire l’icona che mi abbia ispirato. Il mio stile è bohémien, mi affascinano gli artisti e i pittori di strada, gente che “non fa carriera”. Maledetti, si direbbe, con storie assurde. Nell’immaginario ci sono loro. I perdenti. Nelle mie canzoni si percepisce quel senso di disillusione. A volte cinico, a volte malinconico. David Bowie mi piace decisamente. Ziggy Stardust era uno dei suoi alter ego, esprime il rifiuto degli stereotipi sessuali. Renato Zero è un’icona italiana, ha fregato tutti di trent’anni, noi non ci siamo inventati niente. Adesso è più facile, incarno qualcosa che le persone sentono, l’esigenza di esprimere se stessi e di avere qualcuno che li rappresenti».

Dopo questa esperienza, tornerebbe in gara a Sanremo o ambisce a sostituire Amadeus alla direzione artistica?

«La settimana dopo il Sanremo di Rolls Royce ho maturato l’idea del Sanremo di Me ne frego, di portare in scena il nostro live. Dopo Me ne frego pensai che il mio Sanremo si fosse concluso così. Successivamente ho lavorato a tanta musica, sono uscite varie canzoni e tante idee. Poi è arrivato l’incontro con Amadeus e da lì è scaturita questa opportunità. Quindi per il futuro non escludo niente. Diciamo che la conduzione la lascio ai professionisti».

E, in conclusione, una frecciata al supereroe macho Zlatan Ibrahimovic: «Ho sentito che diceva che era meglio fare Sanremo a casa sua, che io rimanevo nel garage… Non so se gli conviene invitarmi perché poi le ragazze vengono con me».

Tags: Achille LauroFestival di SanremoSanremo 2021
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