Riapro oggi, dopo un po’ di tempo, Il divenire innocente di Flaminien, dono di un amico poeta, Massimo Scrignòli. Ritrovo dei versi che avevo sottolineato, e lo rileggo, leggendolo come se fosse la prima volta. Mi colpisce subito in lui scrittura e riflessione sull’esistenza, e soprattutto un pensiero forte che sorregge la poesia stessa. Le pagine in prosa che caratterizzano questo libro non sono casuali. Nelle prime il poeta osserva un atteggiamento comune, cioè quello di chi dedito alla vita materiale si fa soggetto di una società alienata, e non è più padrone della propria esistenza, e ‘vive nell’immediatezza reattiva quasi fosse sottoposto alle norme di un singolo corpo’ (p.39), e ‘non ha contatti con l’animo altrui, e con il vissuto altrui’. Unica ancora di salvezza nel deserto della società contemporanea, non solo alienata, ma inconsapevole di esserlo, a Flaminien appare la poesia, come ‘potere arcano e inflessibile di trasmettere valori indefiniti’, ‘presenza estrema e reale dell’unicità del vivente’ (p.41).
Veniamo ai versi. Noto subito una fitta presenza della natura, in tutte le sue forme (le api, il loro ronzio, ecc.), che si lega sempre a una stretta relazione fra l’io e il mondo, non come frattura, ma ricongiungimento e compimento (p. 43). Flaminien fa un uso della parola attento alla sua sonorità, elegante nella ricerca e nell’uso delle immagini. Egli vede nel mondo intorno a sé qualcosa che non si ‘arresta’, che ‘ci oltrepassa’, che va oltre la nostra logica, e anche oltre il corso della nostra vita, che è mutevole in un quid che è invece eterno (p.49). Eternità, mutevolezza, o meglio divenire, ma anche ‘vacuità e apparenza’, la notte e il giorno. Ecco i temi della sua poesia, che sa rintracciare nel brusio di una selva la traccia di ‘ore impazienti’, e la sa rendere con rapide e felici associazioni linguistiche, senza cadere nell’espressionismo, o nell’aridità degli artifici retorici. La parola è in lui al servizio del sentire poetico, e spesso questo lo porta a ricercare immagini pure, cristalline, come quella della luce che penetra, che ‘sale agli occhi’. È chiaro che Flaminien si è nutrito di molta letteratura, ma nelle sue liriche, soprattutto quelle in cui la sua vocazione di poeta raggiunge una profonda autenticità, riesce a trovare un perfetto equilibrio fra la parola, l’arte, e il sentimento (p. 261):
Elle ignore le cri, la silencieuse.
Sono sable chaud envahit tout.
Grain par grain, elle érige dune.
Pour la mer qu’elle porte au-dedans.
Chi sia questa figura silente resta un mistero. C’è. È lì. In pochi versi, rapidi, affiora la sua esistenza sulla pagina. C’è il non detto. Lo spazio che resta lì è tutto da definire. Poi apprendiamo qualcosa in più. E campeggia in un verso altamente evocativo l’immagine della sua calda sabbia, che invade tutto. Poi una lunga pausa. Simile a un respiro più intenso. E ‘granello dopo granello, erige duna’. Cos’è? Non conta il suo essere, ma ciò che porta con sé. Ed è il mare. E in un lampo ci restituisce la nostra umanità, un contatto autentico con il mondo e la vita. Con la Bellezza. Ci salva dalla nostra solitudine, e ci fa percepire l’Eterno. Fa ciò che nessuna macchina può fare. È il mistero fin dalle origini della poesia. -Giunta da dove?- si domanda Flaminien. Non lo sappiamo. Certo che ha il potere di ridonarci l’innocenza primigenia, ci fa divenire innocenti, e forse è un’àncora di salvezza nelle perenni tempeste del presente.




