Spesso leggo su Facebook, lamentele sui libri della grande editoria. Le persone associano il valore letterario all’editore, e tale principio purtroppo non corrisponde alla realtà. Che fare allora? Gli autori vanno scoperti, ci vuole la curiosità di non leggere ciò che leggono tutti, e magari si potrà invertire la tendenza e trovare narratori e poeti non noti che invece meriterebbero di esserlo. Ci vogliono insomma – mi si perdoni il termine – ‘letture corsare’.
Oggi scrivo su un maestro e un amico poco noto, Felice Brogna. La sua poesia è conosciuta principalmente dai suoi conoscenti, a cui regalava i suoi versi. Io ero fra questi. Mi soffermerò su uno dei suoi pochi libri di poesia editi, cioè su Trittico, che forse non è più in commercio, per parlare in maniera più vasta della sua opera.
Protagonista vera della poesia di Brogna è l’anima. Ce lo dice lui stesso in alcuni suoi versi, che si distinguono, pur nella loro semplicità, per la musicalità e la ricerca espressiva:
L’anima della sabbia inaridita
l’anima nei desideri
impaniata
l’anima di sé
prigioniera
non vola
non profuma
non ama.
L’anima, quindi, e il suo rapporto con il tempo, con il reale, e con l’essere. Per il poeta ciò che conta non è tanto la forma del corpo, che è qualcosa destinato a passare, che è una cosa morta, che dovrà prima o poi spegnersi, ma la luce, cioè ciò che di eterno c’è nell’uomo, e che resterà per sempre. Questa concezione dello spazio e del tempo fa sì che la poesia di Brogna si caratterizzi come una sorta di ‘romanzo’ in versi delle vicissitudini della sua interiorità. La sua poesia si popola di luoghi immaginari e reali, della sua terra natia, il salernitano, ma anche della Toscana, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. L’io poetico interpreta e decifra i segni che gli vengono dal reale, e ogni luogo diventa per lui un’occasione per cogliere ‘momento per momento’, secondo una morale che è oraziana, ogni istante della vita, che si manifesta nella sua pienezza, nel suo farsi. Il vento che irrompe nella valle gli ricorda che la giovinezza è finita, la notte che scende porta alla sua anima sogni dolorosi; una foglia che spenzola o una rosa canina, o il suono della campana di una chiesa, trasportano la sua mente indietro nel tempo e lo spingono a meditare sull’eternità dell’esistenza.
L’io poetico, nella misura metrica dell’epigramma e dell’antica tradizione gnomica, registra puntualmente tutte le notazioni dell’anima: un sorriso che arriva in un giorno uggioso e che fa trasmigrare il cuore verso prode remote, il bisogno di sole e di un abbraccio nel grigio dell’inverno, o il rapporto con la donna amata, che non è incarnata in una figura ben precisa, e spesso rappresenta la tensione dell’io verso una forma di bellezza assoluta.
Concludo questo mio breve intervento sulla poesia di Brogna con dei versi tratti da Trittico, di alta e intensa liricità:
Sdraiato il fianco all’ultimo sole
seguo il vole d’un gabbiano
sul mare gonfio di vento
di là una madre pensosa
sta
presso il greto del torrente
ove è scesa la capra,
di qua giovani pieni di vita
inseguono in un nugolo di polvere
un disco che vola tra le mani.
Lontano una vela
lenta
punta ad occidente
verso il facile approdo
ch’io ignoro.




