Mario Luzi si impara a capirlo e ad apprezzarlo con gli anni. È semplice e articolato nella sua scrittura. La sua parola è sorgiva, a volte incisiva, altre volte no, ma mai facile da interpretare. Rileggendo oggi le sue liriche, mi sembra di dialogare con l’uomo Luzi. E lo avverto capace di attraversare le ombre, e mostrare la luce, e orizzonti che agli altri sfuggono.
Apro a caso l’edizione Garzanti delle Poesie ultime e ritrovate. Mi soffermo sulla prima lirica, quella che precede la raccolta Sotto specie umana. C’è un io che parla, si rivolge al mondo, asserisce che non è ‘circoscritto’ in sé stesso, e che è suo volere che ogni individuo sia parte del ‘progetto universale’. Mi colpisce lo stile epigrafico di questi versi (p. 29), e avverto in tanta essenzialità il punto di arrivo di un dialogo durato per tutta la vita con la Sacra Scrittura, la cultura cristiana (specie quella medievale), e ovviamente con la riflessione dei moderni sul tempo. E tutto è inciso in pochi versi, in una sintesi, in cui l’io trova la sua dimensione in qualcosa di più grande, che va oltre lui, e in cui (p.29), l’esistere e l’essere nella vita si riduce all’osso.
Proseguo nella mia lettura. Osservo che c’è nella poesia di Luzi, nella struttura dei versi, nella scelta delle parole un dialogo continuo con il sacro, e in un certo senso anche l’esistere del poeta, e anche ciò che c’è oltre lui, che prescinde da lui, è avvolto da questo senso di sacralità, che si svela, nei suoi toni e forme ogni volta in un rimescolamento di un principio unico che attraversa l’universo e la vita. L’universo assume la forma di un libro le cui pagine e parti sono apparentemente mutevoli (Pareva fosse dato/variare a piacimento/il testo; che mutevoli/fossero in quel libro/le pagine e le parti.), ma in realtà non è così. Il tempo nel suo assumere una forma, nel suo farsi da ‘avvenuto’ in ‘avvenire’, nel suo trasformarsi cattura l’attenzione del poeta, in un’alternanza di immagine-visione (p.34 il testimone ‘scambiato in corsa tra possenti atleti’), e riflessione sulla vita, sulle sue gioie e dolori, in un bilancio esistenziale volto a riconoscere una giustizia ‘protesa all’equità’.
Mi soffermo in un veloce colpo d’occhio su qualche lirica dedicata alla natura. Che tipo di natura è quella luziana? È una domanda aperta. Certamente è avvolta da un’aura sacrale, come nella tempesta nell’aranceto, ‘tra i suoi pomi, le sue rame’ (p.35), in cui si sente il profumo ‘furente’ del gelsomino, o nell’immagine ricorrente del lungofiume, in cui il paesaggio, nelle sue ombre prima della sera è colto in una luce tutta interiore – quella della fede- che illumina anche le ombre, addolcisce il tempo che passa, di un giorno o di una vita intera, e ne riconosce l’andare in un disegno più grande, in un’adesione alla vita che non è disperante, ma sempre attenta a coglierne i toni e la bellezza (p.36):
É tardi,
la fine della giornata incombe,
già si abbuia
l’aperta foltoerbata ripa
lasciata dai rientranti,
annotta
il semideserto lungofiume.
É pigra
l’acqua, il taglio
d’un estremo obliquo lume
da ponente
ne straluna
ancora il fuso piombo.
Addio, dove vai giorno,
dove ti accompagna il fiume?
Concludo con un brevissimo ricordo dell’uomo Luzi. Ricordo che cercai il suo numero di telefono sull’elenco. Lo trovai e gli telefonai. Con mia grande sorpresa, rispose lui al telefono. Gli dissi che gli avevo inviato un libro. Mi disse che l’avrebbe letto, con la cordialità e la gentilezza dei maestri, di quelli veri, che con mitezza e profondità sanno indicare la via a chi viene dopo di loro.





