Cinema

15 aprile 1967, ci lasciava Totò: «Mi sento male, portatemi a Napoli»

53 anni dalla morte del Principe della risata. Gli ultimi giorni dell'indimenticabile maschera della commedia italiana

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, per l’eternità noto come Totò, lo aveva previsto: solo alla sua morte gli avrebbero riconosciuto lo status di grande artista e così fu, nonostante la sua poesia più nota dicesse il contrario («‘A morte ‘o ssaje ched’è? È una livella»).

Attore, poeta, drammaturgo, paroliere, compositore, cantante, massimo rappresentante dello spirito partenopeo – come Eduardo De Filippo che nel ‘50 lo diresse in Napoli Milionaria – principe e clown che fondeva miseria e nobiltà come nessun altro. Dal teatro di rivista che interpreta dal 1917 al suo primo film (“Fermo con le mani”, 1937) passano vent’anni di gavetta, il volto già scavato come la più versatile delle maschere. Tanti i capolavori d’interpretazione che gli vengono riconosciuti ora, anche in film popolari come “Signori si nasce”, “La banda degli onesti”, “Guardie e ladri”, “Siamo uomini o caporali”. Certo, furono tante le produzioni minori e forse ci vollero grandi registi come De Sica, Monicelli, Pasolini a tirarne fuori l’enorme talento.

Era il 15 aprile 1967. Il Principe della risata si spegne nella sua abitazione di via dei Monti Parioli 4, a Roma, in seguito a due giorni di agonia dovuti a un attacco cardiaco. «Cafie’, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza»: a bordo della sua Mercedes, Totò parlava così al suo autista Carlo Cafiero, che lo stava accompagnando a casa la sera del 13 aprile. Arrivato a casa, il sorriso della compagna Franca Faldini, allora attrice di un certo successo e in seguito giornalista e scrittrice, gli restituì un po’ di serenità. Dopo mangiato, però, il comico sessantanovenne accusa dei forti dolori allo stomaco che lo inducono a chiamare il suo medico di fiducia il quale, dopo avergli somministrato dei farmaci, gli raccomanda il riposo. Totò trascorre sereno l’ultimo giorno della sua vita facendo progetti per il futuro.

Lo “scugnizzo” del Rione Sanità – il quartiere in cui era nato nel 1898 –-ha mantenuto la sua proverbiale leggerezza quasi fino alla fine. Con Franca, pare abbia parlato delle vacanze estive ormai vicine, da passare a Napoli, sopra Posillipo. A cena mangia una minestra di semolino e una mela cotta. Ma poi, la sera, altri sintomi, questa volta più marcati: tremore e copiosa sudorazione accompagnati da un «ho un formicolio al braccia sinistro”, come confida, pallidissimo, alla compagna. A Franca non serve molto tempo per capire: si tratta del cuore. Il suo cuore, quel cuore a cui dedicava molte attenzioni tanto da fare frequenti elettrocardiogrammi, lo ha tradito. Vengono immediatamente interpellati la figlia Liliana, il cardiologo professor Guidotti e il cugino-segretario Eduardo Clemente. Malgrado la somministrazione di cardiotonici, le condizioni dell’attore sembrano peggiorare al punto che è proprio lui, svegliatosi alle due di notte dal profondo torpore, a invocare la propria morte: «Professò, vi prego lasciatemi morire, fatelo per la stima che vi porto”, implora Totò. E aggiunge: «Il dolore mi dilania, professò. Meglio la morte». E poi, raccomandandosi al cugino, «Edua’, Edua’ mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli».

Sulle ultime parole di Totò, deceduto poco dopo, esistono due versioni divergenti. Secondo alcuni, l’interprete de La Mandragola si sarebbe rivolto alla moglie «T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai». Molto diversa la versione di Liliana, secondo cui il padre avrebbe detto: «Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano». Nonostante avesse espresso il desiderio di avere un funerale semplice, Totò ne ebbe addirittura tre. Uno a Roma, dove morì, uno a Napoli, la sua città, e uno a Rione Sanità, il quartiere dov’era nato.

Alle 3.30 del 15 aprile Totò spira, all’ora in cui era solito andare a dormire. Pochi giorni prima, in un’intervista aveva dichiarato: «Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà». Mai profezia fu tanto falsa. Il 17 aprile alle 11.20, dopo una semplice benedizione nella chiesa di Sant’Eugenio in viale Belle Arti, la salma inizia l’ultimo viaggio in direzione di Napoli. Giunge nella città natia alle 16.30 e già vicino al casello dell’autostrada del Sole c’era una marea di gente. La Basilica del Carmine Maggiore è stipata da tremila persone mentre altre 100.000 sono assiepate nella piazza antistante per l’ultimo saluto al grande figlio di Napoli. Sulla bara, la bombetta con cui aveva esordito e un garofano rosso. Qualcuno si sente male quando gli sembra di vedere Totò vivo che percorre la piazza in direzione della basilica: si tratta in realtà di Dino Valdi, nome d’arte di Osvaldo Natale, per anni controfigura di Totò. Un lungo applauso salutò per l’ultima volta Totò, poi il suono delle campane.

L’orazione funebre fu tenuta dall’amico e attore Nino Taranto, queste le sue parole: «Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l’hai onorata. Perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò». Scortata da motociclisti della polizia a sirene spiegate, raggiunge il cimitero del Pianto per essere inumata nella cappella gentilizia di famiglia, dove è sepolto accanto al padre Giuseppe, alla madre Anna e a Liliana Castagnola. Qualche giorno dopo, come racconta la figlia Liliana, un capoguappo del Rione Sanità, “Naso ‘e cane”, chiese e ottenne la presenza della famiglia per una sorta di funerale-bis da farsi il 22 aprile nella chiesa di S. Vincenzo: sebbene la bara fosse vuota c’era la stessa folla di qualche giorno prima.

Se il Principe è sempre stato riconoscente al cinema per il successo che gli aveva assicurato nel corso degli anni, il suo grande rimpianto era il teatro, la forma di spettacolo in cui era avvenuta la sua formazione e cui andava la sua appassionata predilezione di uomo all’antica. Negli ultimi anni il sogno del teatro era rispuntato in più occasioni e si era definito in un’aspirazione: ridare vita sui palcoscenico a una sorta di commedia dell’arte in coppia con Peppino De Filippo, con cui aveva partecipato a moltissimi film andando a braccio, inventandosi gesti e battute durante la lavorazione, attingendo dal bagaglio della loro esperienza le trovate necessarie per colmare i vuoti di tanti copioni inesistenti. Se avessero fatto la stessa cosa su un palcoscenico, avrebbero avuto, pensava il principe, un successo enorme come avveniva regolarmente con le troupe cinematografiche, che concludevano i duetti di Totò e Peppino con scroscianti applausi.

Solo pochi mesi prima della morte, Giuseppe Patroni Griffi gli aveva proposto di fare una clamorosa rentrée in teatro interpretando “Napoli notte e giorno” di Raffaele Viviani: una grande occasione che l’attore non poté cogliere per il grave abbassamento della vista di cui soffriva ormai da anni. Se gli anni in cui era in guerra con la vita erano ormai lontani, il sogno di una grande occasione teatrale si saldava con la speranza di riuscire a fare un grande film con Federico Fellini, il “registone” che aveva conosciuto quando faceva ancora il giornalista e di cui aveva seguito con ammirazione la straordinaria carriera di autore dallo stile personalissimo, di riconosciuto poeta dello schermo. Sarebbe stata la consacrazione della poesia, il risarcimento nei confronti di tanti film dozzinali, un incontro in qualche modo “riparatore” con quell’inquilino di Cinecittà a cui si sentiva misteriosamente vicino.

Totò aveva appena finito un lavoro per la tv, con Mario Castellani, sua “spalla” e amico per oltre quarant’anni. Aveva anche preso parte alla lavorazione de “Il padre di famiglia” di Nanni Loy. Il personaggio – che sarebbe poi stato impersonato da Ugo Tognazzi – era quello di un anziano anarchico amico di famiglia che chiama tutti “compagno” e sulla spiaggia saluta la bandiera rossa del segnale di pericolo: niente di più di una piccola apparizione in cui Loy e i suoi sceneggiatori avevano colto, al di là della simpatia per il rosso, certi umori lunari, un senso misterioso di diversità, un gusto umbratile e malinconico che appartenevano a Totò. Non è meno curioso il progetto, rimasto a metà, di fargli interpretare il ruolo di protagonista in un film tratto dal romanzo “I fratelli Cuccoli” di Aldo Palazzeschi, in cui avrebbe dovuto essere l’anziano Celestino Cuccoli che, per riempire la tristezza di una vita grigia, adotta come figli quattro trovatelli. Il romanzo è bellissimo e il personaggio è straordinario, curiosamente sintonizzato con i guizzi surreali del primo Totò ma anche con la sua inesauribile riserva di dolcezza e di bontà.

Ma forse uno dei progetti più interessanti era quello di un Pulcinella cinematografico vagheggiato tredici anni prima con Roberto Rossellini. Sul set di “Dov’è la libertà…?” si era venuto delineando l’abbozzo di un film che, prendendo il via da una riflessione sulle maschere della commedia dell’arte, avrebbe dovuto incentrarsi su Totò, considerato come il tipico attore-maschera, la vera, moderna personificazione di Pulcinella. Nel corso del 1954 – un anno tra i più complessi e significativi della inesausta e contraddittoria attività del grande regista – i vari progetti si accavallano tra di loro e si sovrappongono alle numero e esperienze teatrali e cinematografiche ancora in corso, come la tournée europea dello spettacolo teatrale “Giovanna d’Arco al rogo” con Ingrid Bergman, la realizzazione in Germania del film “La paura”, la messa in scena de “La figlia di Jorio” al San Carlo di Napoli. Il progetto si perse per strada, e fu un peccato perché nessun altro personaggio si adattava perfettamente a Totò come Pulcinella, alla cui ombra l’attore aveva compiuto il suo apprendistato come piccolo “mamo” nelle farse in cui la fame di cibo e di sesso dettavano legge. Pulcinella, la grande maschera sottoproletaria, ma anche il funambolo e l’acrobata, il musicista e il canterino, il buffone scatenato e il ballerino di “pas de deux”, avrebbe trovato in lui un’incarnazione esemplare, in bilico tra finzione e realtà, palcoscenico e vita quotidiana, storia e contemporaneità.

Ma ormai un’intera epoca era tramontata. Avrebbe dovuto partecipare alla quinta puntata di Sabato Sera. Anche la radio avrebbe continuato a trasmettere la rubrica “Il vostro amico Totò”, della quale l’attore aveva già registrato otto puntate. E proprio in coincidenza della morte, usciva il suo primo e ultimo disco a 45 giri con le celebri poesie “’A livella e Pasquale”. Franca Faldini scrisse nel 1977 il libro “Totò: l’uomo e la maschera”, realizzato insieme a Goffredo Fofi, in cui raccontò sia il profilo artistico sia la vita dell’attore fuori dal set, con l’intento principale di smentire alcune false affermazioni riportate da scrittori e giornalisti riguardo alla sua personalità.

Maschera nel solco della tradizione della commedia dell’arte, accostato a comici come Buster Keaton e Charlie Chaplin, ma anche ai fratelli Marx e a Ettore Petrolini, in quasi cinquant’anni di carriera spaziò dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari), lavorando con molti tra i più noti protagonisti del panorama italiano e raggiungendo, con numerosi titoli, i record d’incasso. Un’unicità interpretativa che risaltava sia in copioni puramente brillanti sia in parti più impegnate, sulle quali si orientò soprattutto verso l’ultima fase della sua vita, che concluse in condizioni di quasi totale cecità a causa di una grave forma di corioretinite, probabilmente aggravata dalla lunga esposizione ai fari di scena. Spesso stroncato dalla maggior parte dei critici cinematografici, fu ampiamente rivalutato dopo la morte, tanto da risultare ancor oggi il comico italiano più popolare di sempre.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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