L’ideale dell’artista cristiano che riuscì a contenere in sé l’antico e ad inventare un’arte che diventerà modello per i secoli successivi. Definisce così Raffaello, a cinquecento anni dalla morte, lo storico dell’arte Rodolfo Papa che ha partecipato al documentario della Rai “La Roma di Raffaello”. «Raffaello Sanzio da Urbino è il culmine di tutta la cultura artistica occidentale e cristiana – evidenzia Rodolfo Papa – è il culmine di una tradizione che ha portato allo sviluppo di un’arte propria del Cristianesimo. E rappresenta ancora oggi un modello per un artista che voglia dipingere per la Chiesa, perché è artista completo, capace di unire lo studio delle cose fisiche con quelle trascendenti, di unire alla grande tecnica pittorica una grande fede».
E in qualche modo lo stesso Rodolfo Papa incarna l’artista rinascimentale, di quelli alla cui bottega si discorreva di tutto, artigiani della bellezza che si interrogavano sull’uomo e sul mondo. È pittore, scultore, teorico, storico e filosofo dell’arte. Qualifiche queste che attestano la personalità poliedrica di Rodolfo Papa e lo legano alle grandi figure del mondo dell’arte del passato, quando il pittore univa alla sua capacità tecnica una cospicua cultura classica nonché la conoscenza dei principi teorici dell’arte. Ma Rodolfo Papa è anche uomo di fede, pazientemente coltivata nella Chiesa Cattolica. Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Docente di Storia delle teorie estetiche, accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon e presidente della Accademia Urbana delle Arti.

Il lavoro di Rodolfo Papa è caratterizzato da una forte base teorica, che si è sviluppata a partire dagli anni della formazione, quando frequentava la facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma. Papa ha scelto di non svolgere la professione di architetto ma di proseguire negli studi, assecondando la sua sensibilità verso la Storia dell’Arte, laureandosi presso il Dipartimento di Storia dell’Arte della “Sapienza” con una tesi su Leonardo, e proseguendo le sue ricerche estetiche grazie al conseguimento di un dottorato di ricerca in Filosofia nell’Università Pontificia Salesiana. Nel frattempo, alla teoria accosta la pratica. Rodolfo Papa inizia a dipingere e, soprattutto, sceglie di farlo senza assecondare le leggi di mercato ma in totale isolamento, per potere operare libero da condizionamenti di qualsiasi natura. Come pittore ha realizzato interi cicli pittorici in varie cattedrali italiane ed all’estero, tra le quali ricordiamo la cattedrale di Karaganda in Kazakistan. Come storico e filosofo dell’arte ha scritto almeno venti monografie e alcune centinaia di articoli scientifici e di divulgazione. Tra gli altri ricordiamo, come storico dell’arte, i suoi scritti su Leonardo e Caravaggio e, come filosofo dell’arte, “Discorsi sull’arte sacra” e “Papa Francesco e la missione dell’arte”.

Quale eredità ha lasciato Raffaello nell’arte sacra?
«Raffaello è il modello indiscusso da secoli per tutta l’arte sacra della Chiesa, egli incarna l’ideale dell’artista cristiano, che unisce studio della realtà delle cose, conoscenza dell’arte e penetrazione spirituale dei testi evangelici. Raffaello è ancora attuale, non solo per la tecnica mirabile, per la cura del particolare, per la composizione impareggiabile, per l’acuta iconografia che costantemente reinventa alla luce di una più profonda visione d’insieme dell’arte pittorica, ma a tutto questo unisce una fede matura. Per questo ancora oggi è un modello per un artista che voglia dipingere per la Chiesa in quanto artista completo, capace di unire allo studio e alla tecnica una grande fede. Oltre ad essere un innovatore. È il primo, infatti, a pensare ad una architettura integrata con la pittura e con la scultura. E quel modello che Raffaello propone nella Cappella Chigi a Santa Maria del Popolo diventerà il modo di fare arte nei secoli successivi».
Alla pari di un artista del Rinascimento, anche lei è pittore, scultore, teorico. Quanto è importante dunque l’unità dei saperi?
«Leonardo, uno dei più noti e apprezzati geni italiani simbolo del Rinascimento, affermava che la pittura ha il primato su tutte le arti ed è la guida di tutte le discipline. Nel “Trattato di pittura” assimila la pittura alla filosofia e la pone in modo inedito al vertice dell’architettonica dei saperi, ovvero della tradizionale struttura enciclopedica della conoscenza. Leonardo viene generalmente ricordato come artista, come scienziato, come ingegnere, come teorico, come genio precorritore dei tempi o come prodotto dei suoi precursori, ma raramente viene colta l’unitarietà originale della sua figura. L’arte non può essere affrontata solo con strumenti specialistici ma c’è bisogno di avere più punti di vista: la storia dell’arte, l’estetica, la teologia, la spiritualità e la capacità tecnico-pittorica concorrono a ricercare la verità dell’arte. La bellezza dunque, come per Leonardo, consiste nel risultato di una azione conoscitiva che mantiene un fortissimo grado di relazione con la realtà nella sua interezza».
L’arte possiede oggi un suo spazio ambiguo nell’opinione pubblica. Possiamo dare una definizione di arte?
«Di fronte a questa domanda, mi viene in mente la situazione descritta da sant’Agostino nel libro XI della “Confessioni” a proposito della domanda “che cosa è il tempo?”: se non me lo domandano lo so, se me lo domandano non lo so. Si sente la necessità di definire il significato del termine, anche se nel contempo si avverte una difficoltà definitoria. Infatti, circoscrivere il significato dell’arte escluderebbe, forse, novità e sperimentazioni, oppure mantenerlo fluido e suscettibile di infinite interpretazioni ne annullerebbe, forse, l’identità. La tradizione classica ci offre una definizione di “ars” come “recta ratio factibilium”, ovvero l’arte è la corretta ragione delle cose da fare, che potremmo esemplificare che l’arte è un “saper fare”. Nel Rinascimento poi si è riflettuto molto sul “paragone delle arti”, e cioè sulla valorizzazione degli aspetti comuni e soprattutto di quelli diversi, al fine di capire quale fosse la regina delle arti. Ciò ha contribuito a una valorizzazione degli aspetti specifici delle singole discipline: pittura, scultura, architettura. Anche oggi l’arte deve essere tale da poter comprendere tutte le singole arti, ciascuna delle quali ha i propri principi e fondamenti che la distinguono dalle altre e la definiscono nella propria identità».

In particolare, nel libro “Discorsi sull’arte sacra” affronta il rapporto tra arte e fede cattolica.
«Questo rapporto è estremamente importante, perché è uno degli elementi costitutivi del pensiero cristiano che permette di vedere il mondo e di saperlo rappresentare. Nella storia del rapporto tra arte e fede si possono individuare tre stati, in analogia agli stati della filosofia delineati nella enciclica “Fides et Ratio”: un’arte autonoma rispetto alla fede, un’arte cristiana illuminata dalla fede e un’arte interpellata dalla fede, ovvero chiamata dalla fede ad un ruolo più specifico. Quest’ultima è proprio l’arte sacra. La distinzione diventa una guida sicura sia per la conoscenza adeguata della tradizione nell’arte della Chiesa, sia per delineare il profilo dell’artista cristiano, sia per riconoscere l’autentica arte sacra. L’arte sacra, dunque, ha il compito di servire con la bellezza la sacra liturgia».
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In che stato versa l’arte oggi?
«Sicuramente stiamo vivendo un periodo generale di crisi della bellezza, essa stessa coinvolta nelle distorsioni proprie del relativismo. Non si riesce più a riconoscere l’artista che liberamente esprime con il suo canone un punto di vista da colui che rincorrendo a mode e convenzioni è diventato “schiavo” del mercato. Non c’è più né la bellezza, né l’arte, ma una nuova professione resa funzionale al mercato. La professione dell’artista, se può essere ancora considerata tale, ha perso di dignità. Si è spenta quell’aura di cui godeva fino ai primi anni del Novecento. E a questo declino ha senza dubbio contribuito l’assenza di un Albo professionale».
Per quale motivo pensa che sia necessario costituire un Albo professionale degli artisti in Italia?
«In realtà l’Italia aveva già un Albo Professionale dei Pittori e degli Scultori come quello degli Architetti, ma nel 1948, fu inopinatamente soppresso. Gli artisti non avendo un Albo professionale, come nei secoli passati, non hanno nessuna protezione sociale, nessuna regolamentazione di prezzi che garantisca loro, come per altre professionalità, un minimo di parcella, non stipulano più contratti di commessa con il cliente e non hanno agevolazioni fiscali come le hanno la maggior parte degli artisti europei, che invece hanno mantenuto, e a volte creato per la prima volta nel secolo scorso, un albo professionale. Quindi, pensate che se fino ad un secolo fa, fare il pittore di professione era socialmente più rilevante che fare l’architetto, oggi i pittori non hanno alcuna voce in capitolo in nessun ambito professionale, né pubblico, né privato. Il pittore, come lo scultore, non ha una vita professionale chiara, legata al lavoro ed alla produzione di bellezza, ma il più delle volte vive in una sorta di circo mediatico fatto di mostre in spazi più o meno quotati a seconda dell’ambito critico che li gestisce e che gli fa vendere le opere. Quindi grazie all’Albo, pittori e scultori potrebbero conseguire la loro autonomia e finalmente far sentire la loro voce negli ambienti culturali, con competenza e professionalità, alla pari degli architetti, sia in fase di progettazione che in fase di realizzazione».
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È ancora possibile comunicare l’arte?
«È necessario di fronte alla crisi profonda di una cultura neoliberista incentrata sul mercato concedere spazio all’arte e agli artisti. Ed è quello che ho sempre cercato di fare in questi anni. Con i miei studi, i saggi, i libri, ma anche con le numerose collaborazioni con riviste di settore, con rubriche su diversi media, con partecipazioni a talk show culturali ho sempre cercato di fare arrivare l’arte al grande pubblico. Ma comunicare è anche trasmissione del sapere. Per questo con un gruppo di docenti universitari nel 2006 abbiamo deciso di fondare l’Accademia Urbana delle Arti».
Che cos’è l’Accademia Urbana delle Arti?
«L’Accademia Urbana delle Arti nasce con lo scopo di promuovere la formazione sociale, culturale e professionale di giovani artisti. Accanto ai corsi di disegno e pittura, di fotografia e tessitura, teniamo un corso rivolto esclusivamente all’arte sacra come richiesto dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, un documento del Concilio Vaticano II che raccomanda di istituire scuole o accademie dove si possano formare dei giovani che si occupino di arte sacra: dalla scultura alla pittura non tralasciando gli aspetti teorici. Abbiamo anche dei corsi esclusivi come quello di acquerello o affresco. Ma il corso di cui vado particolarmente fiero è quello della preparazione dei supporti e dei colori: dalle tele, alle carte, ai cartoni fino agli oli e alle tempere approfondiamo tutti gli strumenti che servono come veicolo alle varie tecniche. Tutti i corsi si tengono anche a distanza, on-line, non solo in questo frangente legato alla pandemia. Il corso di arte sacra ha già da molti anni studenti di tutta Italia ed Europa. Quest’anno abbiamo anche una studentessa dall’Iraq».
Adesso andiamo a scoprire Rodolfo Papa artista. Qual è il suo percorso?
«Il lavoro di un artista può essere diviso in due parti: la produzione artistica che in passato veniva definita da “cavalletto” dove l’artista dipinge le sue opere che poi vengono acquistate in piccole porzioni da vari appassionati d’arte o da collezionisti; e dall’altro il lavoro che io definisco di “sartoria”, cioè quelle opere realizzate su misura per un committente. Diciamo che nel mio percorso ha prevalso questo secondo aspetto perché sono da sempre stato interessato al ciclo pittorico intero che si può realizzare solo in grandi spazi. E il lavoro su committenza mi ha permesso di realizzare interi cicli pittorici per la Basilica di San Crisogono a Roma, l’Antica Cattedrale di Bojano a Campobasso, la Cattedrale di San Panfilo a Sulmona, la Cattedrale Nostra Signora di Fatima a Karaganda in Kazakistan».

Passione, conoscenza, fede: tre elementi presenti nella sua arte. Ma qual è l’opera che le racchiude tutte?
«In realtà non si tratta di una singola opera, ma un progetto quasi trentennale dedicato alle torri di Babele. La leggendaria costruzione di cui narra la Bibbia per me è il simbolo del mondo contemporaneo. La Torre di Babele rappresenta tutto quello che non funziona nella società neoliberista che mescola diversi linguaggi generando solo una grande confusione e incomunicabilità».
L’arte è consolazione. In tempi funestati dall’epidemia del coronavirus quale tra le sue opere assolve meglio questa funzione.
«È un dipinto a cui tengo particolarmente perché nella dimensione pubblica della mia opera ha segnato un momento fondamentale per un impegno sociale e politico dell’arte. Si tratta di un dipinto su una tela di 2x 2,60 metri, che ho pensato partendo dai temi ecologici che propone l’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, cercando di far comprendere che è ancora possibile una inversione di rotta, un cambiamento che faccia abbandonare il consumismo come religione unica del mondo contemporaneo per arrivare a riscoprire la dimensione più profonda delle cose. Una speranza che ho voluto rappresentare con il sole che sorge sempre dopo una tempesta e con la vivacità del giovane puledro contrapposta alla stanchezza del cavallo anziano. E in questo periodo di emergenza coronavirus più che mai la speranza nella ricostruzione e cura del creato, come dice Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”, devono guidare l’azione dell’uomo».





