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Addio Ezio Bosso, il maestro che non smise mai di sorridere

Direttore d’orchestra, compositore e pianista, dal 2011 conviveva con una malattia neurodegenerativa. Commosse l’Italia nel 2016 ospite di Carlo Conti a Sanremo. L’anno scorso fu costretto a dare l’addio alle scene

«La prima cosa che farò è mettermi al sole. La seconda sarà abbracciare un albero». Dalla sua casa di Bologna, Ezio Bosso stilava i propositi per quando «si apriranno le gabbie». Non sarà così. Ezio Bosso è morto. A portarselo via il cancro con cui conviveva da molti anni e che lo costringeva a lunghi periodi di sosta per le terapie. Direttore d’orchestra, compositore e pianista, Ezio Bosso era nato a Torino il 13 settembre 1971. Aveva 48 anni. Bosso conviveva dal 2011 con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata subito l’intervento per un tumore al cervello a cui fu sottoposto lo stesso anno.

«La musica, come la vita, si può fare solo insieme», era solito ripetere Ezio Bosso. Una frase diventata virale sui social, ancora più attuale in tempi di clausura. La pronunciò per la prima volta sul palco dell’Ariston, a Sanremo, ospite nell’edizione del 2016 diretta da Carlo Conti. Nonostante le grandi difficoltà di parola, in quella sua prima apparizione televisiva, toccò le corde più profonde dell’animo, sia con la sua musica sia con la sua storia, ma soprattutto con il suo sorriso. Fece commuovere milioni di spettatori in quel momento davanti allo schermo, facendo alzare lo share di dieci punti. «Sicuramente il Festival di Sanremo mi ha dato una visibilità enorme, ma spero soprattutto di aver dato io qualcosa alla televisione» commentò. «Non sono andato per prendere visibilità, non mi interessa. Sono andato con la speranza di portare musica non più frequentata nei programmi televisivi e di dare voce a chi la fa».

Paragonato a Philip Glass e Michael Nyman, preferiva non fare confronti, ed eleggeva Beethoven a padre artistico «perché mi ha insegnato a essere un uomo libero. Glass e Nyman sono amici, ma l’unica cosa che ci accomuna è il cognome a cinque lettere. Io mi definisco poco, perché sono poco definito. E poi le definizioni distraggono: sono Ezio per gli amici e sono un musicista, uno che si dedica alla musica e che si dedica agli altri attraverso la musica. E fa la musica in cui crede. Perché la musica ci insegna la cosa più importante: ad ascoltare e ad ascoltarci l’un altro».

Per questo motivo, ogni estate, tornava ad Acireale per una masterclass alla Villa Pennisi con i suoi giovani allievi. «Non vedo l’ora di tornare» mi confessava quattro anni fa alla vigilia del suo arrivo in Sicilia. «Ad Acireale siamo stati inglobati dalla comunità, l’anno scorso c’era tanta gente al concerto finale». «Io non insegno» teneva a precisare. «Non mi piace la parola insegnare, metto a disposizione quello che ho, la mia esperienza. Impariamo insieme. È una sorta di studio aperto, studiamo insieme per capire come migliorarci, divertirci, rilassarci, suonare. Tutti insieme».


Pianista, compositore e direttore, Ezio Bosso nella sua carriera ha «condotto», come amava dire, orchestre prestigiose e ha suonato in tutto il mondo, dalla Royal Festival Hall di Londra alla Carnegie Hall di New York. Ha vinto due David di Donatello per le colonne sonore di Io non ho Paura e Il ragazzo invisibile, entrambi film di Gabriele Salvatores. La malattia, che rischiava di tenerlo lontano dal pianoforte, non lo spaventava. «Ho smesso di domandarmi perché», filosofeggiava. «Ogni problema è un’opportunità. La malattia non è la mia identità, è più una questione estetica. Ha cambiato i miei ritmi, la mia vita. Ogni tanto “evaporo”. Ma non ho paura che mi tolga la musica, perché lo ha già fatto. La cosa peggiore che possa fare è tenermi fermo. Ogni giorno che c’è, c’è. E il passato va lasciato a qualcun altro». Solo l’anno scorso fu costretto ad arrendersi: «Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire più a gestire un’orchestra, smetterò anche di dirigere» annunciò al suo pubblico.

Dai «domiciliari», come definiva la sua quarantena, cominciata il 9 febbraio per sottoporsi alle terapie e continuata per l’emergenza Covid-19, il maestro torinese, in un’intervista rilasciata lo scorso 21 aprile, aveva spiegato: «La malattia mi ha allenato a soste forzate ben peggiori. Stavolta però non è il mio corpo a trattenermi ma qualcosa di esterno, collettivo, misterioso. Sono giorni strani, il tempo e lo spazio si sono fatti elastici, a volte le ore sono eterne, a volte volano. A volte ti senti in prigione, a volte scopri la Dodicesima stanza, quella che ti libera. Era il titolo di un mio vecchio album».


E il maestro che predicava che «la musica, come la vita, si può fare solo insieme» non poteva continuare a vivere chiuso in casa. Una lezione quella di Ezio Bosso, come quella impartitaci da David Bowie nell’ultimo album Blackstar, ovvero che i mali anche più gravi e mortali non impediscono all’essere umano di creare. Tutt’altro. La filosofia del pianista torinese, come il testamento del Duca Bianco, hanno posto la parola “fine” sullo stigma sociale che colpisce i malati, non più da vedere come elementi indifesi, un peso della società civile, ma portatori di diritti e idee, capaci fino all’ultimo di produrre come e meglio di quando la salute li assisteva.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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