Cinema

Onward, ben oltre la magia della filosofia Pixar

La Pixar e la necessità di credere in un mondo fantastico che ha smesso di sognare, di credere in se stesso e nei sogni

Meraviglia, magia e incantesimi. Ogni angolo del mondo ne era pieno ma, si sa, i tempi cambiano e l’umanità, anche intesa nel senso più ampio di un universo fantastico popolato anche da elfi e altre creature incantate, si è asservita alla via facile e onnipresente del progresso tecnologico per le mansioni quotidiane. D’altra parte, andare in auto è pur sempre più comodo di correre in giro sui propri zoccoli da centauro così come accendere una lampadina è meno faticoso di ricorrere a un incantesimo. La tecnologia, insomma, ha preso il sopravvento anche nell’ultima gloriosa prodezza di animazione Disney Pixar, Onward – Oltre la magia – che abbiamo ammirato in anteprima alla 70ª Berlinale – spegnendo quella scintilla magica che colorava la vita degli esseri viventi, abbrutendo gli unicorni e addomesticando draghi. Il film sarebbe dovuto uscire nei cinema italiani il 16 aprile ma a causa dell’emergenza coronavirus, probabilmente, approderà direttamente sulla piattaforma Disney+, dove è già disponibile negli Usa dallo scorso 3 aprile.

Onward, diretto da Dan Scanlon (Monsters University) e prodotto da Kori Rae, è la necessità di credere in un mondo alternativo, postmoderno che ha perso il suo mitologico alone magico e ha smesso di sognare. Questo almeno fino al sedicesimo compleanno dell’elfo un po’ imbranato Ian Lightfoot (Tom Holland), quando sua madre, Laurel (Julia Louise-Dreyfus), consegna a lui e al fratello maggiore Barley (Chris Pratt) un regalo affidatogli dal marito scomparso, Wilden (Kyle Bornheimer). Non si tratta di un ordinario regalo ma di un antico bastone da stregone alla Gandalf e di un incantesimo che permetterebbe al genitore di “tornare in vita” per 24 ore e ritrovarsi con loro. Quando però l’incantesimo va storto e l’uomo riappare solo dalla vita in giù, come un paio di pantaloni e scarpe senzienti, i due ragazzi, affidandosi a un’antica mappa, si tuffano in un’avventura familiare alla scoperta di sé stessi e dei loro affetti per trovare il cristallo di cui hanno bisogno per completare l’incantesimo, prima che scada il tempo e non possano mai più rivedere il padre. Mentre la mamma li insegue per proteggerli, i due fratelli combattono contro le loro stesse paure, superando il dolore e rivalutando il loro sfilacciato legame.

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Il regista si è ispirato al grave lutto personale subito poco dopo la nascita e l’ha sviluppato, insieme con Keith Bunin e Jason Headley, nella delicata sceneggiatura che ora vediamo sullo schermo. I giovani elfi, come Scanlon e il fratello, non conservano altro del genitore se non un’audiocassetta che conoscono a memoria, in cui questo saluta e scambia due parole con la moglie prima di uscire di casa. Hanno dovuto farsi forza e contare sull’appoggio della famiglia, nel tentativo disperato di guadagnare del tempo con un padre che conoscevano a malapena, anzi quasi per niente. Ian era troppo piccolo mentre Barley aveva solo tre ricordi di cui parlare, con il rammarico di non avergli potuto dare un ultimo saluto. La loro urgenza emotiva non viene mai sminuita, nemmeno quando ciò implica debbano far apparire benzina dal nulla o invocare un incantesimo bislacco. Intelligentemente, in questa lettera d’amore per il Michigan e il Midwest, ogni prova magica del viaggio di formazione è votata alla causa, aiutando a traghettare il timido adolescente e il brillante sognatore verso il traguardo e le responsabilità di un’adulta maturità.

«Quando ho trovato la cassetta sono rimasto sconvolto – ha dichiarato l’autore – ho capito che volevo esplorare i miei sentimenti e raccontare questa storia. Mio padre per me era una figura mitica e quasi magica e ho pensato che questa storia potesse emozionare chi è alla ricerca del passato della propria famiglia e ai misteri che talvolta la riguardano». Così, seppur scettico, Ian inizia a interessarsi alla magia grazie all’entusiasmo del fratello, grande conoscitore di ogni singolo segreto delle apparentemente futili leggende della loro città, tra creature fantastiche di ogni tipo e quei messaggi universali che la Pixar sa instillare così bene nelle proprie storie.

Onward è un incrocio tra un coming-of-age fantasy, capace di parlare al cuore di chiunque e stemperare i momenti dolorosi con speranzosa leggerezza, e una road buddy comedy in un mondo precedentemente magico che ricorda quello del Bright di Netflix, con l’esplorazione di quel futuro alternativo che diventa meno significativa dei viaggi individuali dei suoi protagonisti. Il nucleo emotivo è quello proprio a un tema brutalmente onesto, che non rifugge dal mettere apertamente in scena la perdita, il lutto e il dolore, i sogni e i ricordi, salvo poi avvolgere in un abbraccio amorevole e benevolo più di quanto non voglia addentrarsi nelle profonde emozioni che evoca, in particolare con le parole e le note della canzone di chiusura Carried Me With You intonate da Brandi Carlile. C’è una carica emotiva fortissima nella premessa ma anche il divertimento innescato dalla manipolazione creativa delle aspettative che l’ambientazione fantasy offre allo spettatore. Nonostante la complessità dei temi, narrati con la consueta profondità della casa che fu di John Lasseter, Onward non segue i classici cliché dei film per bambini e, seppure squisitamente semplificata per un pubblico infantile, la complessità di fondo non risulta fastidiosamente fruibile ai più piccoli.

C’è tuttavia una diffusa speranza che suscita lacrime, offrendo spunti di riflessione e messaggi mai banali. Non si tratta di un semplice paio di pantaloni animati che riescono a trasmettere tenerezza, affetto e persino a indurre all’imbarazzo che solo un genitore può causare. Ma quando le gambe iniziano a ballare nel modo più bizzarro possibile, come il più semplice dei momenti, la tensione sparisce e la leggerezza ritorna con un semplice movimento di bacino. Questo è il potere di un papà imbarazzante, in particolare di uno ammirato così profondamente dai propri figli. L’uomo comunica con i piedi, toccante promemoria del fatto che non sarà mai veramente presente, almeno non completamente. Per quanto la storia sia coinvolgente nell’esplorazione del dolore, non sembra mai andare oltre nelle implicazioni di ciò che questo viaggio significa. La Pixar non si è mai tirata indietro rispetto a questioni importanti (Toy Story 3 o Zootropolis) ma sembra trattenersi dal dare fino in fondo un cazzotto emotivo allo stomaco dello spettatore, in favore di un buffetto più morbido. Questo è il risultato dell’influenza Disney che, come sappiamo bene, raramente suole spingere il suo pubblico alla discussione problematica.

Il passato non spaventa e i ricordi servono per poter andare avanti. Il timido e costernato Ian, che al sedicesimo compleanno non ha il coraggio di invitare i compagni di scuola a casa per festeggiare, lo vede come il momento in cui avrebbe voluto essere e fatica a diventare un uomo, a trovare il coraggio di esprimere il proprio essere. Anche la leggendaria Manticora, domata dalla vita contemporanea, ha abbandonato le vesti di guerriera per dedicarsi alla sua locanda per famiglie a tema medievale, ma desidera tornare com’era. Migliorarsi e non arrendersi agli ostacoli e difficoltà della vita per trovare il giusto equilibrio tra magia e realtà potrebbe essere la chiave per la felicità e per ritrovare lo stupore di un tempo. La bellezza delle piccole cose risiede in quella lista di cose che Ian avrebbe voluto fare col padre e compilata con l’aiuto del fratello, o nella forza della madre, guerriera valorosa che fa esercizio fisico con la Jill Cooper degli elfi e combatte contro un drago di cemento. La magia di ogni gesto rende persone migliori in una storia che modernizza le caratteristiche principali delle storie per bambini e le adatta alla società odierna. Ci sono persino famiglie poco canoniche per gli “standard Disney” come quella dell’agente di polizia LGBT, Specter, un uomo con le sembianze da donna, che parla della sua compagna che la aspetta a casa con una figlia.

Le fiabe tradizionali stanno al passo con i tempi e lo fanno in un contesto fantasy declinato con una forte dose di umorismo: dallo stato selvaggio cui sono regrediti gli unicorni, un tempo maestose creature e oggi costrette a litigarsi la spazzatura per strada, alle irascibili pixie motocicliste incrociate per strada. Personaggi pittoreschi che si sceglie, purtroppo, di non approfondire. C’è Colt Bronco (doppiato da Mel Rodriguez), il centauro agente di polizia che sta frequentando Laurel e che lotta per farsi ben volere dai ragazzi, o un’avida gremlin (Tracey Ullman) gestrice di un banco dei pegni. Una fauna fantastica che potrebbe rappresentare il perfetto contesto per ulteriori avventure.

Ci sono donne forti, indipendenti e dominanti. Ribaltando i cliché, i temibili bulli che i protagonisti incontrano in un negozio sono piccolissime fatine che potrebbero essere schiacciate in men che non si dica, ma che riescono ciononostante a incutere tanto timore. Barley, cresciuto senza una guida paterna, è uno storico della cultura dei suoi avi; non è disposto a lasciarsi alle spalle le tradizioni in favore della modernità e così, per mantenerle vive, sfoggia un giubbotto di jeans ornato con simboli di band heavy metal e guida da istintivo autodidatta uno sgangherato furgone con unicorni disegnati sulle fiancate, molto più che simboli di un qualunque metallaro. Nonostante la barriera dell’animazione, in un universo familiare di tolkeiniana memoria così ricco e complesso – fatto di fate e sirene, gnomi, maghi, orchi, ciclopi e draghi – i fratelli Lightfoot sono la risposta alle sorelle di Frozen, due caratteri diversi sui quali poggia l’architrave emotivo del racconto e quel viaggio che canalizza i diversi temi cari alla Pixar: la scoperta di se stessi, l’accettazione, la necessità di superare i propri timori, di affrontare le difficoltà. È l’ulteriore monito della Pixar, per se stessa e per gli spettatori, tenendo vivi i nostri sogni e quella fiammella di magia che arde nei nostri cuori.

Aprendo con circa 40 milioni di dollari nel primo weekend (Coco e Inside Out hanno incassato complessivamente $ 807 e 858 milioni in tutto il mondo), la storia animata agrodolce diverte ed emoziona, rivelando sia le possibilità che i limiti della magia in una preziosa lezione di vita. C’è un giusto bilanciamento di arguzia e tenerezza nel design dei personaggi che trovano un ritmo facile senza sforzo. Immaginando un mondo molto simile al nostro, Scanlon sembra lamentarsi della vita moderna, in cui beneficiamo di una vasta gamma di innovazioni ma abbiamo perso la nostra capacità di meravigliarci. Tuttavia, c’è qualcosa che manca e l’immaginario quotidiano che si rifà a Dungeons & Dragons e all’iconografia stoner-rock degli anni ’70 non riesce a far avanzare le sorti artistiche della compagnia e a capitalizzare il proprio ambiente fantasy. È come se ci aspettassimo una sorta di svolta emotiva o catarsi, ma possiamo accontentarci di un più efficace e sincero bagliore d’incanto. Non tutti i film devono essere Inside Out, Toy Story 3 o Coco. E anche un film Pixar di seconda fascia è ancora un grande film.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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