Cinema

Hillary, il ritratto senza filtri di un volto simbolo del potere

In anteprima europea in Berlinale Special, la docu-serie di Nanette Burstein tratta dal backstage delle presidenziali 2016 è un affascinante affresco femminista tra 50 anni di vita pubblica e privata di un’icona del palcoscenico politico americano e internazionale

C’è un fascino malinconico nel colloquio simpatetico e ossequioso che la candidata all’Oscar Nanette Burstein realizza con quella grande interprete del palcoscenico politico internazionale che è stata e continua a essere Hillary Diane Rodham Clinton. La docu-serie della piattaforma Hulu, dopo il debutto al Sundance, è sbarcata come evento speciale alla 70ª Berlinale, con le sue quattro travolgenti parti da un’ora e un complessivo di 252 minuti, che subito ricordano il celebre ciclo d’interviste realizzate da David Frost con Richard Nixon all’indomani del Watergate. Burstein struttura la sua narrazione in una serie di flashback condotti dal comune fil rouge della campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Ci riporta all’infanzia di Hillary, al suo tempo al Wellesley College e alla Yale Law School – dove ha incontrato Bill – al suo tempo come moglie del governatore dell’Arkansas, come First Lady e alle questioni relative – Whitewater, Monica Lewinsky, la polemica dei tre scioperi – al suo tempo come senatrice dello Stato di New York nel nuovo millennio e poi alle fatidiche inclinazioni per quel sogno chiamato Casa Bianca. Mentre il passato inizia a convergere con il presente, c’è una confluenza di cattivi presagi: il suo teso “concession speech”, pronunciato in favore di Barack Obama quando questo le strappa il ticket presidenziale del 2008, suona oggi fatidicamente premonitore di quanto sarebbe successo meno di una decade a seguire.

Non ci sono omissioni reali. Hillary è intervistata a porte chiuse su 50 anni di vita pubblica e privata, fino all’umiliante sconfitta per mano di Donald Trump. Con la sua iconica e sonora risata, parla dei decenni di abusi misogini che ha dovuto subire, specie in un’epoca in cui l’opinione pubblica non le concedeva di poter accusare il colpo, circondata da un populismo non partigiano culminato con un voto di protesta contro l’establishment che incarna. Emergono i meriti di una donna ispirata da Bob Kennedy nella sua epica battaglia, mai un passo indietro, sempre in prima linea in un affascinante affresco femminista. Già nei titoli iniziali, il convulso time-lapse fotografico sulle note di “Take Back The Power” accenna al poderoso materiale d’archivio e alle 250 ore di girato nel backstage la campagna che consentono alla regista di intrecciare senza soluzione di continuità un brillante mosaico con altre 35 ore di interviste inedite. Nessuno stereotipo e nessuna retorica. Le immagini sono vivide, esclusive, autentiche.

Non c’è dubbio che la parte più interessante sia quella dedicata a spiegare, con la viva voce della protagonista, il perché gli Stati Uniti non abbiano ancora un presidente donna, sintomo di un pregiudizio sessista che ha influenzato anche una delle candidate più forti di sempre. Ma c’è anche la donna, la madre, la moglie. Scorrono veloci le età, dalla bambina sorridente dell’Illinois alle lotte da attivista per i diritti delle donne, dalla campagna per l’assistenza sanitaria al Segretario di Stato americano. Oggi, ritiratasi dalla politica militante, Hillary Clinton è impegnata nella lotta contro l’Aids e per i diritti civili, nella tutela del clima e negli aiuti allo sviluppo, ha pubblicato le memorie di quello scottante k.o., ha lanciato un comitato di azione politica e ha scritto un altro libro sulle “donne grintose” con la figlia Chelsea.

Di una vita che offre decisamente molto materiale per il grande schermo non emerge comunque un’edulcorata agiografia. Ma il ritratto senza filtri di un volto simbolo del potere, ora esaltato ora demonizzato, la cui percezione, grazie alla visione, risulta molto diversa da quella distante e sempre sospettosa nei confronti dei media. La regista usa lo scandalo delle email per sottolineare quel processo di disumanizzazione che le ha cucito addosso il cliché di donna fredda e calcolatrice, già adottato per decenni al fine di allontanare le donne dalle posizioni che contano. Ma la sua ubiquità nelle cronache dell’ultimo mezzo secolo – quasi fosse una Forrest Gump moderna, protagonista e non mero osservatore esterno – fa parte di ciò che ha reso questa icona così inaccessibile all’elettore comune. Ogni notizia che l’ha riguardata è stata influenzata dalla politica, dai media e dal preconcetto. Hillary non è una persona; è un’idea. O un simbolo, un monumento o un comodo capro espiatorio. Ecco che l’ambizioso progetto targato Hulu mira a colmare il divario tra chi pensiamo che HC sia e chi è veramente, o per lo meno chi dice di essere. Nucleo centrale di questa biografia, intervallata da opinioni e sentimenti, è il punto di vista di una donna che ha rischiato di diventare il primo presidente donna degli USA, ma anche i momenti più dolorosi e imbarazzanti: come quando temeva di incontrare la madre di Bill, sapendo di “non essere esattamente una bellezza da spettacolo”, o quando ammette di essere un funzionario migliore del candidato perché priva di carisma televisivo. A Yale, dice, aveva imparato presto che una donna ha bisogno di reprimere le proprie emozioni per essere presa sul serio, quindi ha trascorso la vita a essere rimproverata per la sua presunta freddezza.

Resta calma, tranne quando parla delle verità dell’affaire Lewinsky e di come la figlia Chelsea abbia tenuto insieme il suo matrimonio con Bill, che affronta, per la prima volta dal 1998, la relazione con la stagista 22enne davanti alle telecamere. «Abbiamo avuto sfide come qualsiasi coppia. Dio conosce l’onere che ha pagato per questo» dice con rammarico e malinconia l’ex inquilino della Casa Bianca alla fine della terza parte. Se il 27 gennaio 1998, ospite di Matt Lauer a NBC Today, la First Lady prende le parti del marito subito dopo l’impeachment, nel presente Hillary ricorda di aver affrontato un periodo doloroso nel quale la coppia presidenziale si rivolse a consulenti specializzati, imparando ad accettare i colori sfumati dell’amore, delle relazioni e del travagliato matrimonio. Dal canto suo, Bill fa mea culpa: «Mi sentii orribile. Il contraccolpo mediatico la rese la donna più umiliata del mondo. A mia moglie raccontai esattamente cosa fosse successo e quando. Lei mi rispose “Devi dirlo anche a tua figlia”. Lo feci, e fu tremendo». Vicende così note che diventano però straziantemente attuali: «Le pressioni all’interno della Casa Bianca mi spinsero a cercare una distrazione per combattere le mie ansie. Ti senti barcollare, come se fossi al 15° round di una gara di boxe, ma i round fossero 30. E poi arriva qualcosa che ti distrae, ti mette in pausa la mente per un po’». Un tentativo di trovare una giustificazione a un atto che è stato tuttavia sufficiente a fondare il pregiudizio che gli elettori nutrono contro Hillary per non averne mai preso del tutto le distanze. Tuttavia l’uomo, nonostante tutti i suoi miserabili fallimenti, è incantato da sua moglie, nelle conversazioni e nei filmati.

Burstein tuttavia non domanda della conoscenza con Trump nei giorni in cui il Tycoon era sostenitore democratico. Sarebbe stato altrettanto interessante conoscere di più sul bilancio personale dell’elettorato e le giornate di 18 ore, ma è sufficiente il backstage di una campagna di 600 giorni con una media giornaliera di 2 ore al trucco e parrucco. «Credi che qualcuno abbia parlato con Bernie Sanders delle sue dannate scarpe?» dice Hillary a Jennifer Palmieri, suo direttore della comunicazione. La corsa presidenziale della candidata donna ha comunque reso opachi i risultati della figura politica, il suo record di servizio reso irrilevante dai detrattori. «Onestamente, Bernie mi ha fatto impazzire» dice del socialista inviso alla dirigenza democratica «era al Congresso da anni. Anni. Non aveva un senatore che lo sostenesse. A nessuno piace lui, nessuno vuole lavorare con lui, non ha fatto nulla». E si arriva al dibattito del 9 ottobre 2016, nel quale il linguaggio del corpo di Trump si è fatto sempre più minaccioso con il suo affannoso fiato sul collo della rivale ciononostante in pieno autocontrollo. Le telecamere catturano anche una conversazione privata con Tim Kaine in cui questi riferisce i consigli dell’uscente Obama «ricorda, questo non è un momento per essere una purista. Dobbiamo tenere un fascista fuori dalla Casa Bianca». «Mi stava perseguitando, mi guardava attorno, si pavoneggiava come un maschio alfa. Ne ero ben consapevole» sono queste le parole della Clinton che poi, alludendo alle incriminazioni federali di Paul Manafort e Michael Flynn, chiosa così «Non lo dico alla leggera ma la sua agenda è l’agenda degli altri».


L’eccitazione dei successi svanisce mentre ci appropinqua a quello spartiacque che è il 2016. Il terreno politico è cambiato sotto i piedi di Hillary, ed era in qualche modo troppo tardi – perché Obama aveva consumato tutto l’ossigeno – e troppo presto – perché i media e le classi dirigenti non erano ancora pronti per un ulteriore cambio di passo. Trump padroneggiava il linguaggio dei reality televisivi, delle celebrities e dei social media, ipnotizzando con il suo arrogante bullismo, insieme a quelli mainstream, il crescente malcontento per la disoccupazione e la stagnazione economica. La lunga ascesa si arresta improvvisamente in una notte di novembre quando, ribaltando ogni pronostico, Trump la ferma a un passo dalla Storia, nonostante i tre milioni di voti popolari in più da lei ottenuti. Il ritratto senza filtri e a volte perfino disarmante non solo fuga ogni dubbio sull’immagine di una donna carrierista e manipolatrice ma s’inserisce anche nell’arco più ampio della storia delle donne, del movimento femminista e del sistema politico. Si consuma il dramma, la delusione e le lacrime sul volto di staff e personale. Il lancinante e irresistibile documentario, nato come cronaca della campagna che avrebbe portato all’elezione del primo presidente donna, vede radicalmente sconvolgere i piani. Fa accapponare la pelle la gelida doccia di sessismo affrontata in un prodotto che si prefissa il compito mastodontico di ritrarre la verità di quest’esistenza eccezionale, condensandola in appena quattro ore di esplorazione penetrante e potente della sua eredità ideologica.

Hillary. Con una come lei basta soltanto il nome, volitiva e battagliera più che mai. L’arco si piega naturalmente verso la sua prospettiva ma parla inevitabilmente di come gli atteggiamenti culturali degli americani nei confronti delle donne si sono evoluti (o non si sono evoluti) negli ultimi sessant’anni e più. Non c’è vittoria alla fine di “Hillary”. Eravamo tutti lì incollati davanti alla tv: il risveglio con la notizia dell’elezione persa. Ma Burstein e Clinton provano a dare un tocco d’argento alla storia indicando il numero di donne che da allora sono state in corsa per l’ufficio. Nel bel mezzo di un altro anno elettorale, il dettaglio risalta ancora più vivido, dopo il ritiro di Elizabeth Warren che ha seguito quello di Kirsten Gillibrand, Kamala Harris, Marianne Williamson e Amy Klobuchar. È forse un peccato che la serie sia uscita in anteprima nel torpore di una stagione di primarie democratiche in cui a competere sono stati ancora una volta due uomini. Ma forse la docu-serie sembra incompleta proprio perché la storia della sua protagonista non è del tutto finita, dato l’impatto che il personaggio continua a esercitare sulla vita del Paese. Certamente la visione è influenzata dall’opinione personale. Ma dopo aver visto Hillary, si può sicuramente riuscire in qualcosa nella quale l’America ha avuto davvero difficoltà nel corso delle ultime decadi: si può riuscire a comprenderla un po’ di più.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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