Cultura

Un padrone e il suo schiavo, l’ultima fuga da Pompei

La morte li ha colti durante l’eruzione del Vesuvio del 25 ottobre del 79 dopo Cristo. Il sorprendente ritrovamento all’interno di una villa romana a Civita Giuliana

Mentre nel mondo si contano i morti causati dalla pandemia di Covid-19, a poca distanza da Pompei, in località Civita Giuliana, riemergono i resti di due uomini, vittime di un’antica tragedia. A vederli così – il sangue che sembra pulsare ancora nelle vene, le dita piegate, la tunica arricciata sul ventre – sembra quasi che il tempo non sia mai passato. I due, un padrone e il suo schiavo, fuggivano disperatamente insieme alla ricerca di un’impossibile salvezza. Le ceneri del vulcano hanno fissato in un fermo immagine i loro corpi nell’istante della fine.

L’area archeologica di Pompei non smette di regalare scoperte ed emozioni come quella dei due uomini riemersi dagli scavi di Civita Giuliana, nella villa suburbana del Sauro Bardato, 700 metri a nord ovest di Pompei, nella stessa zona in cui vennero recuperati nel 2017 i tre cavalli con le loro bardature. Oggi in una delle tante stanze sono state ritrovate le impronte lasciate, sotto al materiale lavico, da un ragazzo tra i 18 e i 23 anni, alto 1.56 metri, e da un uomo tra i 30 e i 40 anni, alto 1.62. Il primo dovrebbe essere uno schiavo: la prima analisi delle impronte del corpo ha rivelato alcuni schiacciamenti alle vertebre, compatibili con lavori molti pesanti. L’uomo più maturo aveva un mantello di lana, fermato sulla spalla sinistra, e una tunica. La ricchezza degli indumenti confermerebbe la sua appartenenza a una buona classe sociale.

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«Una scoperta davvero eccezionale – sottolinea il direttore Massimo Osanna, da settembre 2020 alla guida anche della direzione generale dei musei pubblici – perché per la prima volta dopo più di 150 anni dal primo impiego della tecnica è stato possibile non solo realizzare calchi perfettamente riusciti delle vittime, ma anche indagare e documentare con nuove tecnologie le cose che avevano con sé nell’attimo in cui sono stati investiti e uccisi dai vapori bollenti dell’eruzione». Un giallo ancora in parte da dipanare e saranno gli scavi dei prossimi mesi a dirci dove questi due uomini fossero diretti e forse anche a chiarire di più quale fosse il loro ruolo nella residenza dove sono stati ritrovati. Ma intanto arriva il plauso del ministro Franceschini, che definisce la scoperta «stupefacente» e ne sottolinea l’importanza per l’intero patrimonio culturale italiano.

Le tecniche attuali hanno permesso di ottenere dal gesso colato nei vuoti dettagli impensabili fino a qualche anno fa: le trame e le pieghe dei tessuti, la loro qualità. Sono riaffiorate anche le vene delle mani e ricostruiti tutti gli estremi movimenti prima della morte. La tecnica è quella genialmente ideata dall’archeologo Giuseppe Fiorelli intorno al 1863: una colata di gesso nei vuoti prodotti dalla decomposizione dei corpi sotto la cenere. Il gesso di oggi, più raffinato è in grado di registrare anche i minimi dettagli.

I primi scavi nella villa del Sauro Bardato risalgono al 1907-1908 ad opera del marchese Giovanni Imperiali, allora proprietario del terreno. Solo che dopo aver scavato il marchese fece interrare di nuovo quegli ambienti senza lasciare una adeguata documentazione. Le conoscenze accumulate negli ultimi anni sugli ultimi istanti di Pompei possono comunque già dirci quando i due fuggiaschi sono stati travolti dal fiato rovente del Vesuvio. «Con buona approssimazione – spiega Osanna – deve essere avvenuto nelle prima mattinata del secondo giorno dell’eruzione», quindi intorno alle 9 del mattino del 25 ottobre di quel terribile 79 d.C., quando sulla colonia romana si rovesciò la seconda tremenda corrente piroplastica, un vento di morte che non lasciò scampo a nessuno. «Adesso è fondamentale proseguire gli scavi – spiega Osanna – Ci vorrà tempo, ma alla fine anche la tenuta del Sauro Bardato, come pure la Villa di Diomede i cui lavori si concluderanno in primavera, potrà aprire al pubblico con tutte le sue affascinanti storie. E in tempo di pandemia – conclude anche il proseguire di restauri, scavi e studi è una luce accesa sul futuro».

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