Musica

Torna Jane Birkin e canta l’amore per la figlia morta

La cantante di “Je t’aime… moi non plus” apre il suo diario e li canta in un album teatrale, intriso di malinconia, intitolato “Oh! Pardon, tu dormais ...” e realizzato con Etienne Daho, genio del pop francese. «Per la prima volta ho scritto i testi. Etienne mi ha aiutato a perdere le paure, a superare le angosce, ad assumermi le responsabilità, a sapere di essere una persona di un’età con una serie di esperienze che fanno parte di te e delle quali non devi vergognarti o nasconderti o non parlarne». Come della figlia Kate, suicida a 46 anni

Giura che Je t’aime… moi non plus non l’ascolta più, che, 51 anni dopo, quella canzone-scandalo è solo un’appendice sbiadita della sua grande storia d’amore con Serge Gainsbourg. Ma Jane Birkin sa benissimo che nella memoria collettiva il suo posto è ancora quello lì, in quei mormorii erotici di sottofondo, in quella mela proibita alla fine degli anni Sessanta. Aveva appena incontrato Serge Gainsbourg, l’autore della canzone. La modella, attrice e cantante aveva divorziato a Londra ed era atterrata a Parigi per affermarsi come simbolo di emancipazione con le sue minigonne, la voce infantile, la frangia corta, gli occhi gonfi come denti da coniglio appena cresciuti e graziosamente separati, al servizio di un corpo quasi maschile se non fosse per il suo petto molto discreto.

Una bellezza e una eleganza che la ruggine del tempo, i fantasmi e i drammi della vita (la morte di Gainsbourg e di una figlia) sembrano aver soltanto sfiorato, come appare nelle foto che accompagnano l’uscita dell’album Oh! Pardon, tu dormais … che rompe un silenzio che durava da una dozzina di anni, quando pubblicò Enfants d’hiver. Come accadde nel 1969, anche stavolta è un uomo a ricoprire un ruolo importante nella ricomparsa della musa. «Quando, qualche anno fa, hanno programmato il mio film Oh! pardon, tu dormais … a La Gaîté Montparnasse, venne a trovarmi spesso Etienne Daho. Il film gli è piaciuto molto e ha passato anni a cercare di convincermi a fare un adattamento musicale».

Etienne Daho, genio del pop francese dalla voce vellutata, è stato una sorta di psicanalista per Jane Birkin, incoraggiandola a gettare nero su bianco le sue angosce, le sue tristezze. «Con Dolly, la mia cagnolina, sono andata a casa di Etienne per un incontro preliminare sul progetto. Mi sono seduta sul divano ed Etienne e Jean-Louis Piérot mi hanno fatto ascoltare alcune melodie che stavano scrivendo per me. È così che sono iniziate le sessioni di scrittura», racconta. «Etienne mi ha aiutato a rimuovere un vecchio rimpianto, mi ha salvato dalla malinconia e dall’inerzia. Questa collaborazione, che ha dato forma ai miei testi, è stata come una scossa elettrica … Da sola stavo ristagnando, ma insieme l’ispirazione è stata amplificata. In questo album per la prima volta infatti mi occupo di tutti i testi delle canzoni, e questa è stata una grande sfida per me. È stato in questo aspetto, in come gestire questo compito, dove Etienne ha dimostrato la sua maestria, perché oltre a comprendere e plasmare i miei testi, si è occupato di curare tutti gli arrangiamenti e parte delle composizioni musicali. L’altra parte musicale è fornita da Jean-Louis Piérot, che è co-responsabile di questo miracolo musicale».

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L’album, che doveva uscire in novembre e poi è slittato di un mese, è stato scritto nei primi mesi dell’anno e registrato in giugno. È uno strano disco, divertente mescolanza tra un’opera teatrale che aveva scritto alla fine degli anni Novanta, un monologo di una donna che implora l’amore fino all’esasperazione, e allo stesso tempo un mausoleo per sua figlia Kate Barry, morta prematuramente nel 2013.

«Etienne mi ha aiutato a perdere le paure, a superare le angosce, ad assumermi le responsabilità, a sapere di essere una persona di un’età con una serie di esperienze che fanno parte di te e delle quali non devi vergognarti o nasconderti o non parlarne». Come nel caso della figlia Kate, morta a 46 anni a Parigi dopo essere precipitata dalla finestra al quarto piano del suo appartamento parigino in quello che è stato archiviato come un suicidio.
«Per molti anni è stato difficile per me verbalizzare», ammette Jane Birkin. «Ho aperto il mio diario, che conteneva lo schema di due canzoni sulla perdita di Kate, scritte a Lione pochi mesi prima. È il punto di partenza di Cigarettes. Su una melodia che ricorda Kurt Weill, ho cantato al microfono: “Ma fille s’est foutue en l’air [mia figlia ha fatto una cazzata] …”. Questa cosa che sembra così oscena da dire per una madre che ha perso una figlia, è però molto giusta … La prima canzone è venuta così, molto rapidamente e naturalmente. Ces murs épais è invece un’altra poesia sui doni che non potevo più fare a Kate, sull’orrore del cimitero, sui fiori lasciati lì in fretta, sul terrore per quello che poteva accadere sottoterra. Il titolo e il ritornello sono di Etienne. Max è un monologo pieno di sensi di colpa. Diciamo sempre che quando moriamo c’è solo un nome inciso nei nostri cuori, quello del nostro unico vero amore … ma poi penso che potrebbe essere stato un amore sofferto a cui non abbiamo mostrato pietà. Ho conosciuto un uomo molto tempo fa, un tecnico cinematografico. Eravamo in una discoteca per una festa di fine film. La musica era molto alta e gli ho detto che avrei voluto vedere il viso della sua fidanzata. Non capiva così ho urlato: “Voglio vedere una foto della tua amante !!!!” … Ha preso una foto dalla sua giacca, ma era buio e non si vedeva bene, gli ho chiesto: “Chi è?”. E lui: “È l’uomo che ho ucciso!”. Questo è quello che teneva nel portafoglio, vicino al suo cuore. Questa immagine insopportabile del giovane che aveva ucciso in Algeria a vent’anni. Sulle cupe musiche di Jean-Louis ed Etienne ho letto i versi della canzone con una voce fuori campo, punteggiata da ritornelli lirici, che danno vita e ritmo alla declamazione e permettono di andare avanti e non affogare nei ricordi».

Il titolo dell’album richiama l’omonimo film da lei diretto nel 1992, passato in sordina nelle sale cinematografiche e incentrato su una coppia che litiga tutta la notte, rievocando la vecchiaia, la morte, i ricordi, la loro vita quotidiana, il loro lavoro, le loro paure. «È finito per diventare una rappresentazione teatrale. È un’opera in cui si è rivelata una natura d’amore angosciata, uno stato psichico torturato. Quella sensazione di solitudine con la persona che ami, che dorme accanto a te … Tu che non riesci a dormire finché non ti dico “ti amo”, ma ovviamente non finisce mai. Ecco di cosa parla l’album».

Al film Jeux Interdits (Giochi proibiti nella versione italiana), diretto da René Clément e vincitore del Leone d’oro nel 1952 alla Mostra del cinema di Venezia, è ispirata l’omonima canzone. «Ho rievocato la storia delle mie figlie, così ispirate dal film Jeux Interdits che da piccole hanno seppellito qualsiasi cosa, con riti solenni: anche l’arrosto della domenica! Giocavano spesso nel piccolo cimitero accanto alla nostra casa in Normandia e hanno scambiato di tutto sulle tombe. Per ragioni di giustizia, i più ricchi venivano espropriati a favore delle tombe più modeste. Le targhe, le viole del pensiero di porcellana, tutto era confuso: una targa alla “Nostra cara zia” è stata posta su un’altra tomba generando non poco sgomento tra la gente del posto. E così è nata la canzone Les Jeux Interdits, più maliziosa del previsto … bambine che corrono per le colline …».

La voce di Etienne Daho fa capolino soltanto nel breve divertissement di F. R. U. I. T. , che ancora una volta evoca il fantasma della figlia. «Era una presa in giro che Kate, Charlotte e Lou (gli altri figli di madame Birkin) mi lanciavano quando dal droghiere non sapevo pronunciare la parola… ma dire “banane, pere, pesche” non era un problema. Era peggio in inglese! Con mio fratello e mia sorella ci siamo sussurrati per anni questa parola nelle orecchie e ogni volta urlavamo e ridevamo!».

Alla fine dell’album, in Catch me if you can, dopo tredici brani che accarezzano come un soffice e caldo vento in autunno, Jane Birkin riesce ad elaborare il lutto. «L’ho scritta in Bretagna, quando mi sono ritrovata da sola l’estate scorsa. La musica, composta da Jean-Louis, annuncia una caduta, e stavo cercando di scrivere su questo argomento, ma sono rimasta ossessionata da “guarda sto cadendo … prendimi se puoi”, e si è imposto. Ricordo un post-it che Kate aveva attaccato sul suo diario, su cui era scritto: “felice come Ulisse tra i suoi genitori”. Era il desiderio di essere finalmente a casa per essere protetta, sana e salva. Mi dava fastidio pensare a questa cosa, suppongo fosse quello che voleva, forse quello che vogliamo tutti alla fine. Ho scritto come se fossi lei. L’ultimo suo ricordo che ho è a un cocktail party dopo il mio concerto a Châtelet. Era lì, vicino al pianoforte e, dopo che se ne fu andata, tutti parlavano di lei. Ognuno aveva un’opinione diversa su quello che aveva detto quella sera, come si era comportata, il suo fare… l’ho immaginata andarsene in punta di piedi, lasciandoci congelati nel tempo, come delle statue».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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