Musica

Zucchero: «Bandiera rossa non sventola più»

Adelmo Fornaciari ripubblica l’album “D.O.C.” con l’aggiunta di due cover e quattro inediti, fra cui il duetto con Sting. In aprile il ritorno in tour: «Suonerò anche con meno gente per dare un segnale di rinascita». Un brano contro Facebook: «I social stanno a me come la cravatta al porco». «Tutto il mondo si sta un po’ illudendo anche con questa epidemia». Critiche alla politica culturale del governo

«Lo scorso marzo stavamo facendo le prove prima di partire per un lungo tour di 150 concerti in giro per il mondo, quando abbiamo avuto lo stop a causa della pandemia». E, per uno come Zucchero, incapace di stare fermo, il lockdown è stata una doccia fredda. «C’è stata un po’ di depressione», confessa. Poi il contadino della Bassa emiliana si è tirato su le maniche e si è inventato le esibizioni davanti al Colosseo con l’inedito Canta la vita, tratto da Let Your Love Be Know di Bono degli U2, e in una piazza San Marco deserta a Venezia con Amore adesso!, cover in italiano di No Time for Love Like Now di Michael Stipe & Aaron Dessner. Ha fatto diverse apparizioni in streaming, l’ultima delle quali al concerto di Natale Believe in Christmas di Andrea Bocelli. Ed ha registrato un duetto con Sting, intitolato September, condiviso dai due: l’ex Police lo inserirà nel prossimo album di inediti che ha fatto slittare al marzo 2021, Adelmo Fornaciari, invece, fra i sei inediti della “deluxe edition” del disco “D. O. C.” sua strenna natalizia.

LEGGI ANCHE: «Mia madre Mina la più famosa sconosciuta d’Italia»

«Dire grazie a questa pandemia sarebbe oltraggioso, ma grazie al lockdown mi sono sentito molto spesso con i miei amici famosi: Bono, Sting», racconta Zucchero via Zoom dalla stanza di un albergo milanese. «Ho partecipato all’evento in live streaming organizzato da Lady Gaga e ho fatto tante altre cose adesso che usciranno a breve, come una collaborazione con il chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei e poi una versione in italiano di Silent night, che, ribaltando tutte le parole, ho trasformato in una ballata di pace e di speranza universale senza parlare del Bambin Gesù. Pur di stare attivi, mi sono inventato tutte queste cose qui, favorendo questi scambi e rinnovando vecchie conoscenze».

È ovvio, tuttavia, che Zucchero, come tutti i suoi colleghi, scalpita per tornare a suonare dal vivo. Appuntamento che ha fissato al prossimo aprile con 14 concerti all’Arena di Verona prima di salpare per un nuovo giro del mondo. «A metà gennaio dovremmo sapere se possiamo ripartire e in che modo. Anche se, come credo, avremo una capienza ridotta, io voglio suonare lo stesso. Dobbiamo dare un segnale di rinascita e quindi suonerò, anche con meno gente, con tutti i controlli all’ingresso, mascherine e distanziamento. Lo streaming no, è tutta un’altra storia, soprattutto per come sono fatto io e per la musica che faccio: il feedback è determinante e questa è la grande differenza fra il rito del concerto e lo streaming».

Le bandiere rosse le ha riposte nel comò, come canta in Succede, uno dei nuovi pezzi, ma Zucchero non ha perso il suo spirito battagliero. Soprattutto nei confronti di un governo che, «quando parla di cultura, parla del ritrovamento di un mosaico. Va benissimo. Ma c’è anche una cultura forse più bassa della quale non si parla», polemizza. «A me va bene anche chiamarla cultura più bassa, purché se ne parli. Ci sono state diverse manifestazioni degli addetti ai lavori, di tecnici, delle crew… io non ne sento mai parlare. Qualcuno ha detto anche che lo facciamo divertire ed è vero. Ma se tu consideri questa professione un divertimento e non la fai rientrare in un fatto culturale, questo per me brutto». E il riferimento al premier Conte non è casuale.

Zucchero è molto sensibile ai temi sociali. Contrariamente a gran parte dei suoi colleghi. E nei sei inediti, due dei quali cover di storiche canzoni, sono diversi gli argomenti affrontati. In Succede tornano le sue radici, l’infanzia divisa fra don Camillo e Peppone con un prete che magro non è e le bandiere rosse finite in un comò. «È il mio dna… “Non ho mai visto un prete magro” è una presa in giro bonaria: è il don Tagliatella della canonica di Roncocesi, il mio paese… Le bandiere rosse sono nel comò perché in effetti non mi sento più così rappresentato da quelle ideologie che sono state le mie origini, con cui sono cresciuto. Adesso sono un po’ annacquate e non le sbandiero più».

Non illudermi così, versione italiana di Don’t Make Promises di Tim Ardin, ha un testo aggiornato al mondo dei social e delle fake news. «Tim Hardin parla di amore e promesse che creano illusioni. L’ho volta al sociale per raccontare la mia disillusione. Mi sembra di sentire solo balle dalla politica e dai social. Sappiamo benissimo che tutto il mondo si sta un po’ illudendo anche con questa epidemia. Verrà il momento in cui la gente si renderà conto».

Il mondo di Zucchero è lontano anni luce da quello di Facebook o Instagram, «i social stanno a me come una cravatta al maiale», ride. È quel “mondo piccolo” descritto da Giovannino Guareschi nelle storie di don Camillo e Peppone. Storie genuine, autentiche, sanguigne. Come quella che il bluesman emiliano canta in Don’t cry Angelina, che non è una parodia, come potrebbe lasciare intendere il titolo, ma si ispira ad “Angela, una storia d’amore nella guerra partigiana” di Ezio Meroni. È il “mondo piccolo” di Jimmy Webb, dal quale attinge la dolce Wichita Lineman, senza tradurla in italiano come fece Mogol per Augusto Daolio, «senza però riuscire a trasmettere la poetica dell’originale», ovvero la storia di un addetto ai fili del telefono della contea di Wichita che, lontano dalla sua amata, riesce a comunicare con lei per dirle quanto soffra la sua mancanza.

È un “mondo piccolo” quello di Zucchero: lambrusco, un pezzo di parmigiano reggiano, una fettina di culatello, un blues o un gospel. Carnale, solare, sano e sincero. «Quello che conta a 65 anni è invecchiare bene», sottolinea. «I miei esempi sono Johnny Cash, James Taylor, Tom Waits, per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Non è certamente mia intenzione strizzare l’occhio al mercato o cercare a tutti i costi di essere giovanile e radiofonicamente attuale».

Una visione negativa della scena musicale odierna, orfana del rock. «Il rock non ha più un valore rivoluzionario», commenta. «È stato molto annacquato ultimamente, a prendere il posto del rock forse è stato il rap dei primi anni. Io mi auguro tanto che il rock ritorni a essere la musica rivoluzionaria che è stata qualche tempo, perché altrimenti, come canto in Non illudermi così, davvero saremo tutti “bacini ai colli / colline e valli di bugie”…».

Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
Back to top button
Close

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi