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Moby un “classico” come Beethoven e Mozart

La Deutsche Grammophon, prestigiosa etichetta che ha in catalogo i grandi della musica classica, pubblica una raccolta dell’artista americano che ha fatto ballare tutto il mondo. Il pop diventa un pezzo da museo. «Sono un “classico” nella misura in cui ho una carriera che va avanti da trentacinque anni, ma dentro di me sono ancora un punk rocker nato in una zona suburbana del Connecticut», si schermisce lui. Anche un docufilm e un’autobiografia per l’autore che ha ridefinito il mondo del clubbing

Giuseppe Attardi di Giuseppe Attardi
Aprile 2, 2021
in Cultura
Tempo di lettura: 3 mins read
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Moby un “classico” come Beethoven e Mozart

“Roll over, Beethoven”: fatti più in là, nonno Ludwig, cantava Chuck Berry verso la metà del secolo scorso. Quasi settanta anni dopo la Deutsche Grammophon, prestigiosa etichetta che ha in catalogo Beethoven, Mozart, Haydn e altri grandi della musica classica, apre la porta alla musica pop, pubblicando il 28 maggio Reprise, un album con i più grandi successi di Moby riorchestrati e ricantati con guest stars provenienti da tutti i generi musicali, tra cui Alice Skye, Amythyst Kiah, Apollo Jane, Darlingside, Gregory Porter, Jim James, Kris Kristofferson, Luna Li, Mark Lanegan, Mindy Jones, Nataly Dawn , Skylar Grey e Vikingur Ólafsson.

Beethoven si scansa per cedere il passo a Richard Melville Hall, in arte Moby, artista statunitense, uno dei massimi esponenti della musica techno e della musica elettronica, ricercatore di suoni che a cavallo del nuovo millennio ha ridefinito il mondo del clubbing con la sua eclettica forma di house music. Dopo aver fatto ballare tutto il mondo con brani come Porcelain e Go, all’età di 55 anni diventa un classico, un pezzo da museo. D’altronde chi sono i Beethoven, i Mozart, i Bach degli anni Duemila? Sono le vecchie icone del rock, del jazz e della canzone d’autore. Sono Dylan, Mick Jagger, Paul McCartney, Bruce Springsteen, Roger Waters. E la conferma è proprio la scelta della Deutsche Grammophon di inserire nel proprio catalogo un disco come Reprise.

«Sono un “classico” nella misura in cui ho una carriera che va avanti da trentacinque anni, ma dentro di me sono ancora un punk rocker nato in una zona suburbana del Connecticut», ha tenuto a precisare Moby, che dallo scorso 28 marzo è sulle piattaforme streaming con Moby Doc, un documentario diretto da Rob Bralver con interviste inedite a David Lynch e David Bowie, di cui l’artista americano era il vicino di casa, amico e collaboratore di New York (in particolare su diversi remix degli album Heaten ed Earthling). Docu-film che esce a corredo dell’autobiografia Oltre ogni limite, appena pubblicata in Italia, inatteso, drammatico, spietato e cinematografico diario in cui Moby non fa più mistero degli anni scellerati.

LEGGI ANCHE: «Le canzoni? Valgono più dell’oro e del petrolio»

Una storia che comincia con le parole “Volevo morire” e si conclude con la ferma decisione di partecipare a una riunione di Alcolisti Anonimi. «Diventare ricchi è famosi è il sogno di tutti ma è la situazione più pericolosa in cui uno possa trovarsi. Pensi alle vittime: Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix, John Belushi sono stati uccisi dalla popolarità che avevano generato. Persino Meghan Markle, come abbiamo appreso dall’intervista a Oprah Winfrey, era arrivata a pensare di togliersi la vita, dentro Buckingham Palace. È molto raro trovare un artista come Leonard Cohen che riesca a restare in equilibrio dopo mezzo secolo di successi e a produrre musica di altissimo livello anche nella terza età».

Adesso anche Moby sembra aver ritrovato l’equilibrio. Durante la pandemia, nella solitudine della sua casa di Los Angeles, ha registrato molto materiale inedito ispirato alla ambient music e adesso si prepara alla celebrazione della sua storia con la pubblicazione di Reprise. Album sul quale oltre alle citate Porcelain e Go, il primo classico electro di Moby ispirato da un campione della colonna sonora di Twin Peaks, troveremo Extreme Ways (reso popolare dalla serie cinematografica Jason Bourne), Natural Blues e Why Does My Heart Feel So Bad?. Alcune delle nuove versioni sono più riflessive e lente, mentre altre sfruttano il potenziale sonoro che un’orchestra può offrire. «Desidero ardentemente la semplicità e la vulnerabilità che puoi ottenere con la musica acustica o classica. Reprise non sarà semplicemente un greatest hits», sottolinea Moby. «Considero questo album più come un’opportunità per dimostrare che l’arte è senza tempo e questa capacità di riadattarsi secondo stili musicali e contesti. Invitando un ensemble classico, voglio dimostrare anche che dietro a queste melodie composte con le macchine c’è anche molta emozione e vulnerabilità».

Tags: Deutsche GrammophonMobyMoby DocReprise
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