Vittorio Cuculo e Gegé Munari. Il primo romano classe 1993, il secondo nato il 4 luglio 1934 a Fratta Maggiore, in provincia di Napoli. Quasi sessant’anni di differenza e non avvertirli quando il ragazzo incrocia il suo sassofono con i tamburi della batteria del veterano. «Vedere una grande figura come quella di Gegé, che ha lavorato con tutti i più importanti jazzisti del mondo, aver sempre la voglia e l’entusiasmo di suonare e di divertirsi con altri musicisti, mi ha davvero emozionato, trasmettendomi il desiderio di far sempre del mio meglio», si meraviglia l’astro nascente del jazz italiano.

“The Legend” Gegé Munari è l’uomo dal perenne sorriso che si spalanca sotto i baffi, gli occhi vispi, una figura minuta e guizzante, e una simpatia contagiosa come il suo swing. Sembrerebbe uscito da Cocoon di Ron Howard, ma la sua energia è tutta naturale e trae origine dall’umiltà, dall’allegria e dagli affetti. Ed è proprio in famiglia che ha avuto inizio la parabola artistica di Munari. Suo padre aveva un salone da barbiere e ogni tanto imbracciava la chitarra. Ebbe tre mogli e sette figli, l’ultimo dei quali è stato Gegé. La musica l’avevano quindi nel sangue. Con il padre e i fratelli formarono un gruppo, gli Otto Munari Otto, esibendosi negli anni Quaranta per i soldati americani. Lui, il piccolino, ballava una sorta di tip-tap, la claquette.
La batteria arriva dopo. Una sera è costretto a sostituire il fratello Pierino in partenza per Roma. Da lui, che è stato il mentore della batteria jazz in Italia, amato da Ennio Morricone, apprende l’arte delle bacchette. È l’inizio di una carriera settantennale che passa attraverso Gato Barbieri, Chet Baker, Dexter Gordon, Astor Piazzola. Gegé accompagna anche Liza Minelli e Jerry Lee Lewis. Nel 1967 è il secondo miglior batterista al Festival di Montreaux dopo Jack De Johnette.
La sua voglia di suonare, divertirsi e confrontarsi con le nuove generazioni è ancora intatta come conferma l’album Ensemble, intestato al Vittorio Cuculo 4et feat. Gegé Munari ed al quale partecipa la Filarmonica Sabina Foronovana. E guai a chiamarlo “maestro”, lui vi bacchetterà: «Macché maestro. Sono Gegé! O, al massimo, Gejazz, come mi soprannominò Johnny Griffin».
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È stata proprio la sua simpatia a facilitare questo incontro generazionale. «Abbiamo cominciato a collaborare nel mio esordio discografico Betweeen», racconta Cuculo. «Quando ebbi la fortuna di conoscere questo leggendario batterista, ero intimorito dalla grande importanza della sua figura e dalla sua significativa autorevolezza nel mondo jazzistico. Subito notai il suo sorriso e la sua grande vitalità. Mi disse: “La cosa più importante nella musica è il divertirsi e lo star bene”, e continua a ripetermelo. Fu un momento che mi toccò l’anima e il cuore».
Ensemble sembra un album d’altri tempi. Se una volta per emergere i giovani jazzisti sceglievano il free, la fusion o l’avanguardia, oggi si assiste sempre più alla riscoperta del mainstream. Secondo lei, accade perché ormai tutti i padri del jazz sono scomparsi e c’è bisogno di mantenere viva questa eredità? Oppure è semplicemente perché è una musica più ruffiana, meno ostica rispetto alle sperimentazioni, per riconquistare il pubblico?
«Sin dal disco di esordio il mio obiettivo è stato quello di far incontrare generazioni, generi e stili musicali diversi. Così nel disco si alternano brani originali, standard e brani della storia della canzone italiana (in questo caso Brava, interpretata da una splendida Lucia Filaci, nda). Un lavoro fortemente caratterizzato dal desiderio di comunicare. Ensemble prosegue su questa strada e vede il quartetto dialogare con un’orchestra di sassofoni. Non so dire se questo sia una riscoperta del mainstream, ma posso dire che per me il futuro si costruisce sul lavoro del presente e che il presente è frutto anche di ciò che è stato il passato».
Come lascia intuire il titolo, Ensemble, l’album ruota attorno al concetto di “insieme”. Spesso sembra di essere di fronte a una vera e propria orchestra per la pienezza e la brillantezza dei suoni. In una società in cui gli egoismi prevalgono, dal jazz e dalla ricerca di collettività può arrivare anche una lezione di vita?
«Ensemble è sicuramente caratterizzato da uno spirito empatico. Rappresenta un’idea di incontro tra generazioni di età ed esperienze diverse, generi e stili musicali anch’essi diversi. Vuole mettere in risalto la dimensione del “noi”: la musica unisce, la musica si fa insieme. E mai come oggi questo è così importante. L’album è anche l’idea che il senso di appartenenza a un organismo più grande (in questo caso il jazz), vada recuperato e rinvigorito, dandogli acqua e linfa, così come si usa fare con una pianta, per farla crescere bella e robusta. Se tutto questo possa rappresentare anche una lezione di vita non so dire, però posso affermare che per me il jazz è la vita».




