Il Green Pass per accedere in azienda come in qualsiasi altro luogo di lavoro, pubblico o privato, sarà obbligatorio da domani. E per chi non è vaccinato o non ha contratto il virus, l’unica possibilità per ottenere la certificazione resta il tampone da presentare ogni 48 ore (72 per i molecolari). E dalla Liguria alla Sicilia è corsa ai tamponi: in tanti hanno prenotato per sottoporsi al test che garantisce un Green pass valido due giorni (72 ore il molecolare). Chi non è vaccinato e sceglie questo metodo dovrà farne almeno tre a settimana, al costo di 15 euro, per essere in regola e presentarsi così sul proprio posto di lavoro.
«Fino a oggi hanno aderito alla campagna di testing 10mila farmacie su 19mila, ma in questi giorni stiamo assistendo a un importante aumento delle adesioni, per cui pensiamo di poter aumentare la potenza di fuoco, che già oggi è comunque in media di 200mila test al giorno, due terzi di quelli eseguiti quotidianamente». A dirlo, in un’intervista a “La Stampa”, Roberto Tobia, segretario nazionale di Federfarma, alla vigilia dell’obbligo del Green pass a lavoro. «Molte farmacie stanno nel frattempo aumentando l’approvvigionamento di tamponi e il numero di personale abilitato ad eseguirli, infermieri professionali in particolare – aggiunge Tobia – Stiamo registrando un aumento delle richieste, soprattutto nelle grandi città e nell’hinterland, dove si concentrano più uffici e aziende dove il tampone è fondamentale per accedere nei luoghi di lavoro se non si è vaccinati».
Nel frattempo il governo valuta una nuova riduzione del prezzo dei tamponi per i lavoratori non vaccinati. Alla vigilia dell’introduzione dell’obbligo di green pass per entrare nelle aziende e negli uffici, l’esecutivo cerca con i sindacati una soluzione in extremis per evitare blocchi e proteste. «Abbiamo colto l’occasione per segnalare al governo la necessità di un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito di imposta su tutte le spese di sanificazione che permetta alle imprese di affrontare questa questione», ha detto il leader della Cgil, Maurizio Landini.
È proprio questa l’ipotesi che sarà analizzata domani in Consiglio dei ministri: la possibilità che siano le aziende ad anticiparne i costi dei tamponi, con un conseguente potenziamento del credito di imposta per le spese di sanificazione anti-Covid. Intanto, cresce la lista delle aziende che decidono di pagare il tampone ai loro dipendenti non vaccinati per permettergli di ottenere la certificazione verde Covid. «Vorremmo che tutte le aziende, non solo alcune, si assumessero l’onere del costo dei tamponi», spiega Landini. Un’iniziativa che per ora è stata assunta da diverse imprese: da Ducati all’ex Ilva, da Piquadro a Natura Sì. «Sarebbe un segnale molto importante», sottolinea il segretario della Cgil.
Resterebbe però il problema del numero di tamponi che si renderanno necessari a partire dal 15 ottobre: la Fondazione Gimbe ha stimato che serviranno tra 7,5 e 11,5 milioni tamponi antigenici rapidi a settimana, mentre nel periodo tra il 6 e il 12 ottobre ne sono stati effettuati appena 1,2 milioni. Inoltre, ha sottolineato sempre Gimbe, secondo Federfarma circa due terzi dei test vengono eseguiti nelle farmacie private, ma di queste meno della metà (8.331 su circa 19mila), oltre a 327 centri privati, hanno aderito all’accordo che garantisce i test a prezzo calmierato.





