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Cosa significa essere intersessuale

Negli ultimi decenni nella scienza si è aperto un dibattito intorno all’ipotesi che il sesso non sia binario, quindi con una distinzione netta tra maschile e femminile. Ma questo approccio è poco compatibile con lo sport

Redazione di Redazione
Agosto 3, 2024
in Italia
Tempo di lettura: 3 mins read
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Cosa significa essere intersessuale

Un incontro di boxe durato solo 46 secondi e il ritiro tra le lacrime dell’atleta italiana Angela Carini. L’avversaria Imane Khelif è al centro di una polemica in Italia per via della decisione del Comitato olimpico di ammetterla alle competizioni femminili, nonostante fosse stata esclusa l’anno scorso dai Mondiali di boxe. La boxeur algerina era stata, infatti, squalificata dai Campionati mondiali di pugilato del 2023, dove da un test medico era emerso un tasso di testosterone troppo alto per partecipare a una competizione femminili.

Diversi esponenti del governo italiano identificano Khelif come “pugile trans”, anche se dai documenti in possesso del Cio non si evince alcun cambio di sesso. Poi l’ipotesi che è stata data per buona un po’ da tutti è che sia intersessuale, anche se lei non ha mai detto niente a proposito, e le informazioni pubbliche sui test medici che negli anni le sono stati fatti per stabilire se potesse competere o meno come donna non sono sufficienti per dirlo.

Il termine “intersex”, secondo il portale Infointersex dell’Istituto Superiore di Sanità, si riferisce a tutte le variazioni naturali nei caratteri sessuali che non rientrano nelle tradizionali categorie di maschio o femmina. Queste variazioni possono riguardare cromosomi, ormoni, genitali esterni o organi riproduttivi interni. Alcune condizioni non sono sempre visibili alla nascita. L’intersessualità non è una malattia, ma una variante naturale del corpo umano. Le persone intersessuali possono avere quindi caratteristiche anatomiche, cromosomiche o ormonali che non corrispondono alle definizioni standard di maschio o femmina.

Un esempio tra tanti è quello della sindrome di Morris, una delle variazioni più note e diffuse dello spettro dell’intersessualità, che è detta anche sindrome da insensibilità agli androgeni: le persone che ce l’hanno hanno cromosomi maschili, ma sono insensibili agli ormoni che nei primi mesi di vita del feto provocano lo sviluppo dei genitali maschili e per questo nascono e vivono con organi sessuali femminili e un corpo da donna. Nella maggior parte dei casi queste atipicità non hanno conseguenze sulla salute delle persone.

La differenza principale tra intersessuale e transgender riguarda la biologia e l’identità di genere. Se le persone intersessuali nascono con caratteristiche sessuali fisiche che non si adattano alle definizioni tipiche di maschio o femmina, le persone transgender hanno un’identità di genere che non corrisponde al sesso assegnato alla nascita. Essere transgender riguarda come una persona si identifica e si esprime in termini di genere (maschile, femminile ecc.), indipendentemente dalle sue caratteristiche sessuali biologiche.

Livelli elevati di testosterone possono essere naturali e non rendono una persona necessariamente transgender. Infine, è bene chiarire che una persona può essere sia intersessuale sia transgender, ma i due concetti sono distinti. Negli ultimi decenni nella scienza si è aperto un dibattito intorno all’ipotesi che il sesso non sia binario, quindi con una distinzione netta tra maschile e femminile, come lo si è sempre considerato, ma che sia invece uno spettro, in cui poter far rientrare anche le persone con caratteristiche biologiche atipiche, o sia maschili che femminili. Questo approccio è però difficilmente compatibile con una serie di abitudini, norme e strutture molto radicate nella società. Lo sport è uno degli esempi più evidenti perché, salvo poche eccezioni, è da sempre rigidamente diviso tra competizioni maschili e femminili.

Su questo tema è nato negli ultimi anni un enorme, delicato e complesso dibattito nelle federazioni sportive. Il tentativo di stabilire come valutare l’ammissione di atlete con caratteristiche fisiche mascoline alle competizioni femminili, tutelando al contempo i loro diritti e i diritti delle atlete su cui potrebbero avere netti vantaggi competitivi, è ancora senza una risposta definitiva.

Il criterio che si è affermato di più negli ultimi anni per stabilire se un’atleta può competere nelle categorie femminili o no è quello che si basa sui livelli di testosterone, ma è stato gradualmente messo in discussione perché non esiste al momento una posizione unanime della comunità scientifica rispetto alla correlazione tra i suoi livelli e i risultati sportivi. La stessa Imane Khelif, per esempio, è stata giudicata idonea a competere come donna dal Comitato olimpico e non idonea dall’IBA, la federazione internazionale di boxe.

Tags: Imane KhelifIntersessualeOlimpiadi 2024Transgender
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