“Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. Come l’impiegato di Fabrizio De André in La mia ora di libertà, brano che canterà nella serata dei duetti in compagnia di Vinicio Capossela, Giovanni Truppi non è mai stato contagiato dal virus sanremese, eppure, come mi confessò in una intervista di due anni fa, non si sentiva immune: «Ammetto che se qualcuno mi chiedesse di partecipare affronterei il rebus con estrema serietà».
Tant’è che quest’anno, dopo due anni trascorsi a bordo di un pulmino in giro per l’Italia per suonare e raccogliere impressioni trasferite sul libro L’avventura, quando la casa discografica gli ha prospettato l’opportunità, non c’ha pensato due volte a buttarsi nell’arena con la canzone Tuo padre, mia madre, Lucia, scritta con la complicità dei suoi due più fidati partner musicali – Marco Buccelli e Giovanni Pallotti – insieme a due firme d’eccezione della canzone italiana, Gino De Crescenzo “Pacifico” e Niccolò Contessa (deus ex-machina della band rivelazione indie I Cani).

Giovanni Truppi è la meravigliosa anomalia di Sanremo2022. Innanzi tutto, perché è uno dei pochi emergenti non “scognomati”. Poi non ha mai tentato di nascondere la sua calvizie dietro tatuaggi o maschere (che non siano Ffp2), unico vezzo un orecchino. Non è proprio un giovane, avendo ormai oltrepassato il “mezzo del cammin di nostra vita”, non è un rapper, né un trapper e nemmeno un it.pop. È un cantautore di vecchio stampo, stile anni Settanta. «Il cantautorato è il mio riferimento e la mia aspirazione, anche se non mi piacciono le categorie ed i generi», commenta. «Anche un rapper può essere visto come un cantautore. Diciamo che personalmente è un’etichetta che comunque mi si addice, poiché nel mio modo di esprimermi è sì presente una grande vena musicale ma prevale sempre l’esigenza umana di raccontare storie e vicende».
LEGGI ANCHE: Ditonellapiaga: «Con Donatella Rettore portiamo un po’ di sesso a Sanremo»
Un’altra anomalia è che, pur essendo nato 40 anni fa all’ombra del Vesuvio, Giovanni Truppi, romano d’adozione e da alcuni anni residente a Bologna, soltanto nell’accento lascia trasparire le sue origini. «Ma non ho dimenticato la cultura napoletana, la porto dentro. Roberto Murolo è un artista che ho ascoltato molto. E poi tutta la canzone borghese napoletana dell’Ottocento è stata un riferimento per la musica italiana. Così anche per me». Nelle sue canzoni i punti di riferimento vanno però rintracciati altrove: nella canzone d’autore italiana classica – Paolo Conte, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Giorgio Gaber, Claudio Lolli – e fra i nuovi songwriter americani come Father John Misty, Sufjan Stevens e Sun Kil Moon.
E da qui deriva un’altra anomalia. Giovanni Truppi scrive canzoni che dimostrano che le banalità in musica si possono evitare. Sia nel linguaggio, sia nei contenuti. Inventa metriche e fonetiche bislacche, imprevedibili musicalità del verso, con un lessico ricco e parole che forse chiunque altro non riuscirebbe a cantare, a colpi di “contropartite”, “decifrare”, “prosciugata” e quant’altro si avrebbe timore di inserire in una canzone. Il brano sanremese Tuo padre, mia madre, Lucia ritrova le caratteristiche di scrittura di Giovanni e le mette al centro di una nuova sfida musicale: la costruzione di una love song in grado di mescolare ruvidità e sentimento, Lucio Battisti e Vasco Rossi, canzone d’autore e spoken word, classico e sperimentazione. È il brano iniziale del disco Tutto l’universo, composto per il resto da canzoni che restituiscono, intrecciandosi tra loro, il senso del percorso artistico svolto da Giovanni Truppi in oltre un decennio: un viaggio in musica nell’Italia, simile a quello pasoliniano condotto nel libro L’avventura.

Nell’era in cui l’ignoranza è diventata una dote, rappresenta una ulteriore anomalia realizzare album profondi, provocatori, complessi e colti. Si torna a parlare di riferimenti letterari. Come in Borghesia, canzone contenuta nell’album Poesia e civiltà del 2019 e inserita nella raccolta, ispirata al romanzo La scuola cattolica dello scrittore Edoardo Albinati, ed anche nella festivaliera Tuo padre, mia madre, Lucia, in questo caso influenzata da Karl Ove Knausgård, scrittore norvegese autore di Min Kamp, La mia lotta, in cui racconta con disarmante franchezza la propria vita. «È una canzone che racconta il sentimento in una coppia che si è formata e che condivide l’esperienza di costruire un amore e si confronta con il mondo esterno. Descrive il sentimento d’amore verso la persona amata, l’ineluttabilità di percepirsi insieme con l’altra persona nel futuro», spiega. «I tre personaggi del titolo, ovvero mio suocero, la suocera della mia compagna e nostra figlia Lucia sono semplici spettatori, in realtà non entrano nella narrazione».
Canzoni nude, asciutte, minimaliste, quelle di Truppi, accompagnate da una chitarra acustica o dal suo piano “portatile”: «Ho preso un piano verticale, l’ho segato lateralmente, l’ho reso smontabile per poterlo trasportare comodamente e l’ho elettrificato tramite dei pick-up per collegarlo, come una chitarra elettrica, agli amplificatori». All’Ariston, però, dovrà passare sotto le forche caudine dell’orchestra che omologa e “sanremizza” ogni canzone. «È obbligatorio farsi accompagnare dall’orchestra», osserva il cantautore. «In realtà sono contento. Mi è sempre piaciuto registrare o suonare dal vivo con l’accompagnamento di un solo strumento, sia esso la chitarra o il piano. Nel corso degli anni, ho aggiunto via via altri strumenti. Niente di esagerato, un impianto sempre minimalista, con il basso, la batteria. Quindi, arriva naturale l’esperimento di suonare con l’orchestra».
Come si accosterà al De André di “Storia di un impiegato”? Da purista o da revisionista?
«Nel maggiore rispetto possibile, ho cercato il mio punto di vista, per fare mia la canzone con la quale sono cresciuto. Suonerò la cover con il mio pianoforte tagliato».
E quanto è importante la presenza di Vinicio Capossela al suo fianco in quest’opera di rilettura?
«Vinicio è uno degli artisti che mi ha guidato, con la sua musica, il suo rigore, il suo atteggiamento. Ho scelto lui proprio per la interpretazione della canzone. La sua presenza, inoltre, mi fa sentire più forte, più tranquillo».
Qual è il suo rapporto con il Festival?
«Dalla scuola media in poi l’ho sempre seguito. In modo goliardico, con gli amici. Perdere l’amore è la canzone alla quale sono più legato, quella che rappresenta secondo me il Festival. Per contraltare, cito i Quintorigo di Rospo, una canzone che mi colpì molto».
Come vivrà questa avventura e, soprattutto, cosa si aspetta per dopo?
«L’unico mio obiettivo è quello di rimanere fedele ai miei valori».





