di Daniela Cucè Cafeo
Si respira un grande senso di spiritualità e di elevazione, nell’atmosfera che avvolge le opere ospitate dalla Galleria Spazioquattro di Messina dal 4 al 10 giugno 2022. Non è un’esposizione a tema, o almeno il titolo che le è stato dato non lo svela (“Sei in mostra”), ma è impressionante come, nonostante il diverso approccio stilistico di ciascuno dei sei artisti in mostra, tutto sembri scorrere seguendo un comune filo conduttore: la solitudine, il silenzio e l’anima delle cose.
La prima non è nostalgica, non è triste, non è desolata: piuttosto è una condizione dell’io senziente profondamente contemplativa, che muove dall’inquadratura originaria del fotografo e si ferma nel “qui e ora”, dritto sul cuore di chi guarda. È una solitudine che investe ogni possibile forma vivente o non vivente della terra: dell’uomo, dell’animale, del vegetale, del paesaggio, delle vecchie case diroccate, delle grandi città, dei monti e del mare.
L’elemento umano può essere o non essere ritratto nello scatto, ma non importa: è lì che osserva, che s’incanta, che si chiude in un raccoglimento intimo che ha del sacro, che cerca se stesso e il senso di ogni cosa. Ed è esattamente negli occhi e nell’anima dello spettatore che tutto accade. Di chi fa scorrere lo sguardo da un’immagine all’altra, da un artista all’altro, senza avvertire alcuna interruzione del racconto, piuttosto godendo la naturalezza del percorso che, come in un cerchio magico, si chiude e ricomincia, dalla prima foto esposta all’ultima e dall’ultima di nuovo alla prima. È l’universo che respira lento, sereno, in silenzio, in pace con se stesso: perfetto in ogni elemento che ne costituisce parte imprescindibile e che dal particolare conduce all’universale e dall’universale al particolare, come nel movimento di un’altalena spinta da una bambina assorta nel suo gioco ritmico e innocente.
È del tutto indifferente cercare di capire da dove partire, giacché, posto lo sguardo su una qualunque delle foto che pennellano con colori vividi e forme armoniose lo spazio bianco delle pareti, tutto ingloba in un’atmosfera fuori dalla dimensione meramente terrena, benché della terra e di ogni forma che la popoli sia rappresentazione fedele e rispettosa. Immersi nel silenzio quasi religioso che si espande dalle immagini all’ambiente circostante, non si avverte altro che il respiro dell’anima, al punto da non esser più sicuri di cosa stia dentro le cornici e cosa stia fuori, in una fusione che non è esagerato definire mistica: fra ciò che è ritratto e l’autore, e ancora fra l’autore, ciò che è ritratto e lo spettatore.
L’elemento che distingue più d’ogni altra cosa un artista dall’altro, direi che è primariamente il punto di vista. Silvio Ruvolo ha la visione più ampia e onnicomprensiva, che cerca di abbracciare lo spazio quanto più possibile senza però rischiare di fagocitarlo. Possiede il senso dell’infinito, dell’orizzonte a perdita d’occhio, della maestosità del mare, del cielo e della terra, della prospettiva il più possibile alta e profonda. E immergendosi nei suoi scatti, solo dopo essere riusciti a “uscire” da quel senso d’immenso dei suoi paesaggi, si comincia a scorgere nelle immagini qualcosa di molto piccolo sullo sfondo: un gruppetto di escursionisti in miniatura in cima alla montagna; due minuscole sagome che si delineano lungo una spiaggia d’inverno mentre, insolitamente per la stagione, le braccia nude di due nuotatori emergono vigorose dalle onde del mare gelido; una piccolissima barca sulla riva di una lingua di spiaggia che sembra ritratta dalla finestra della casa di Dio, tanto è alto il punto d’osservazione. Ed è proprio ciò che che alcuni di noi chiamano Dio, altri universo, altri ancora creato, che l’artista sembra volere a tutti i costi raggiungere. Una quiete soprannaturale ricercata librandosi sopra le persone e le cose, e trovata oltre tutto ciò che di per sé non è in grado di elevarsi, ma che l’autore riesce a innalzare – non so quanto consciamente – per il fatto stesso di avervi dato collocazione precisa nello spazio dell’inquadratura.

E in ogni scatto vi è un ossimoro dell’anima: quanto più ampio e sconfinato è lo spazio ritratto, tanto più la visione dello spettatore diventa intimistica e raccolta. Una meditazione profonda indotta con grazia, senza imposizione alcuna. Un respiro dell’anima che si fa più lento e profondo di foto in foto, fino a calmare il ritmo veloce dei battiti del cuore e la frenesia del quotidiano, e a incontrare il respiro stesso dell’artista per risuonare con quello, finalmente in pace con l’universo intero. L’artista non ci indica cosa pensare, non ci dà coordinate da decifrare o da rintracciare, piuttosto ci suggerisce come farlo, verosimilmente nello stesso modo in cui lo fa lui. Aprendo lo sguardo su spazi infiniti, su quelle potenzialità e opportunità della mente e dell’anima che spesso, purtroppo, vedono la nostra vita fluire inutilmente senza che le abbiamo mai conosciute o minimamente sospettate. Si avverte la libertà che Ruvolo ci lascia di volare come vogliamo e come sappiamo, d’innalzarci fino a toccare le vette del cielo o scendere in picchiata per vedere cosa si nasconde dietro il singolo cespuglio che emerge dalla terra e che dall’alto appare solo un minuscolo puntino.
E questa libertà è pacificante, capace di stimolare la nostra ricerca interiore più di qualunque precisa indicazione. Possiamo scegliere di volare, o passeggiare, o navigare insieme a lui, ma ciascuno al proprio posto, nel rispetto assoluto dello spazio e del tempo che ogni viaggiatore deve al proprio compagno di viaggio. Non si sa se raggiungeremo insieme la meta, né se la meta sarà la stessa, ma di certo non ci dimenticheremo di aver avuto onore, piacere e privilegio di condividere con lui un viaggio così ricco di emozioni.
Il campo si restringe negli scatti di Francesco Libro, pur sempre restando in ambito paesaggistico. Il respiro si fa qui più tumultuoso, l’anima più irrequieta, la ricerca di un senso più spasmodica. La furia degli elementi scuote e quasi percuote, in un’atmosfera plumbea che pare, a un primo sguardo, presagio di eventi nefasti. Le onde, sapientemente bloccate nel loro momento più dinamico, s’infrangono con un rombo violento su un litorale immobile e quieto, che sembra paradossalmente assistere alla loro violenza con imperturbabilità, quasi fosse inspiegabilmente sicuro di se stesso e incurante di ciò che gli accade di fronte. E la stessa paradossale quiete si riesce a scorgere anche sullo sfondo, dove appaiono piccole imbarcazioni che, anch’esse, non sembrano essere “emotivamente” coinvolte dalla potenza dei marosi. Pare allo spettatore di assistere alla rappresentazione di una metafora della vita: la mareggiata che scuote e spaventa è qui osservata con la consapevolezza di chi rimane saldo al timone o sulla riva ben sapendo che passerà, come accade per ogni tempesta dell’esistenza di ciascuno che, prima o poi, viene scalzata dalla bonaccia.

Così la visione, per nulla bloccata alla prima paurosa impressione, si trasforma sotto gli occhi di guarda: del fragore delle onde rimane il silenzio di una pace inaspettata, delle scure nubi all’orizzonte il bianco rassicurante delle vele e della spuma, della paura del naufragio la pace di chi sa che non importa che sia il giovane Davide piuttosto che il gigante Golia. Alla fine, benché forze inarrestabili si frappongano fra l’uomo e il suo bisogno atavico di salvezza e di pace, Davide vince sempre. Rimane il senso di gratitudine per quella lotta che ci ha visti inevitabilmente crescere, per quanto dura e spaventosa sia stata. La consapevolezza di una nuova forza che scaturisce dall’aver superato un momento incredibilmente difficile rimanendo pressoché indenni. La certezza che ogni stagione ha il suo senso e il suo scopo, ed è dalle stagioni più dure che s’impara a reagire e a prosperare, mentre si attende con fiducia che le onde si plachino e giunga il tempo della meritata serenità, che è tanto più meritata quanto più terribile è stato conquistarla.
Ancora natura nelle immagini di Mimmo Irrera: fra campi verdi che lambiscono l’azzurro e altri che si abbracciano al rosso fiammeggiante di un tramonto, fra colori volutamente esasperati che catturano l’occhio un istante prima del cuore e la carezza avvolgente di un sentiero boschivo su cui si adagiano rosseggiando le foglie morte, si contrappone l’uomo e l’animale. Il primo s’incammina a passo lento su un immaginario viale del tramonto, l’altro è rappresentato da greggi di pecore intente a brucare placidamente l’erba dei pascoli. L’uomo, coi suoi capelli bianchi e l’andatura calma, pare voler rappresentare quel “mezzo del cammin di nostra vita” di dantesca memoria in cui tanto è già successo e non si sa se, e quanto, debba ancora accadere. La macchina fotografica gli pende dalle mani, tanto da farlo apparire contemporaneamente al di là e al di qua dell’inquadratura. Quasi spettatore del proprio sentiero di vita, intento a procedere verso l’ignoto, è autore e soggetto/oggetto al tempo stesso: autore indiscusso del proprio destino, per quel poco o tanto che questo gli abbia consentito di realizzare, e soggetto/oggetto inerme della propria esistenza per quel poco o tanto che questa l’abbia costretto a subire.

Nella prospettiva il percorso si fa inevitabilmente più stretto via via che l’uomo avanza per la propria strada affiancato da tronchi d’albero altissimi, che sembrano volergli ricordare quanto “piccolo” egli sia stato lungo il cammino. Ma sembra non curarsene e continua a incedere un passo dopo l’altro: senza alcuna fretta di arrivare, ché a quel punto della strada ci si gode il viaggio più che l’attesa della meta, ben sapendo che questa costituirà inevitabilmente l’epilogo. L’animale, viceversa, è rappresentato da greggi di pecore immobili stagliate sul verde dei prati. L’autore le osserva al di qua dell’inquadratura e parrebbe domandarsi se non sia preferibile la loro condizione: prive di consapevolezza, di coscienza, di giudizio, appaiono di gran lunga meno cariche del peso che quell’uomo in cammino dentro il bosco sembra portare su di sé. Ma l’uomo intanto va, perché quel sentiero è il suo scopo e il suo destino.
È un’anima insolita e sorprendentemente silente quella delle grandi città che ci racconta Rocco Luvarà. Nessun rombo assordante, nessun vociare convulso, nessun caos: solo quiete, pace, silenzio. Una fontana eleva i suoi potenti getti d’acqua sparandoli verso l’azzurro di un cielo percorso da qualche nube e dalle scie degli aerei, sì che pare che questi ultimi abbiano portato via con sé, in un altrove che non ci si chiede neanche dove sia, tutto il rumore del mondo. Una donna in abito da sposa eleva un braccio che regge un piccolo gruppetto di palloncini rossi, sorridendo. Lo scatto riprende un set fotografico verosimilmente pubblicitario e non un matrimonio vero, ma l’anima di chi guarda non vuole saperne di ritenerlo una mera rappresentazione. Perché vede una giovane donna e i suoi sogni saturi del rosso della passione legati a un filo, e sorretti da un braccio che tenta di elevarli verso l’alto, non solo estendendolo più che può, ma anche facendolo dall’alto di un muretto che delimita la scena. Come fosse un auspicio, una preghiera capace di farli arrivare il più possibile vicini a Dio. Sono molto fragili i suoi sogni, ma la donna ancora non lo sa. Qualunque vento potrebbe strapparglieli via in un istante e portarli lontano da lei, talmente lontano da non riuscire, oltre un certo limite, a vederli più. Dà le spalle ai pochi presenti, intenti nelle rispettive occupazioni, incurante dello spazio che occupano e della loro presenza. E dà le spalle perfino alla Tour Eiffel che, per quanto maestosa ed elegante, non riesce a far distogliere lo sguardo da quell’abito bianco, da quel sorriso aperto, da quei piccoli palloncini rossi attaccati a un filo. È il ritratto autentico della gioia perfetta, quella carica di aspettative e di speranze, che pare riempire tutto lo spazio circostante assorbendo ogni cosa che sia altro da sé.

Uno scatto che inevitabilmente porta l’immaginario a definirlo in qualche modo, a dargli un senso che vada oltre la prima impressione. A chiedersi se sia una sorta di inno all’ingenuità, tutta femminile, di credere che non un solo sogno andrà perduto, e che potrà tenerlo stretto in mano per sempre e con lo stesso identico sorriso stampato sulle labbra. O, semplicemente, la celebrazione di un istante irripetibile che la memoria non potrà più cancellare perché è stato fermato nel tempo e reso perfetto e immortale, quale che sia il futuro, qualunque cosa riservi il domani. Di certo è incredibile come in ogni scatto regni il silenzio, quasi che l’autore abbia stoppato il tempo fermando voci, suoni, presenze, perché non disturbassero l’incanto di certi momenti. Così come i due uomini sdraiati su due singolari panchine, uno di fronte all’altro, il cui rispettivo spazio nello scatto è delimitato da due sacchetti per la differenziata dai colori vivaci. Un muro alto e grigio separa le due figure da uno spazio urbano delimitato da verdi alberi che svettano verso il cielo, lasciando intravedere un non ben definito “al di là” nel quale si preferisce non inoltrarsi abbastanza da capire dove porti, perché centrale rimane il qui e ora che tace al di qua.
Riposo e piena attività? Contemplazione e azione? Vita e morte? Non sapremmo dire, ma è quello su cui siamo indotti a porci una domanda. Un orologio dal quadrante particolare ruba l’attenzione dall’immagine accanto, e forse ci suggerisce la risposta: non sembra segnare il tempo, piuttosto, anche qui, pare fermarlo. Il tempo per riposare, per placare la stanchezza, per contemplare, per premere il tasto “pausa” sul carosello dei pensieri dentro la mente. Un tempo per essere, senza preoccupazione alcuna d’apparire.
L’anima delle case diroccate è centrale negli scatti di Marcello Mento, unita alla solitudine di uno scorcio urbano che ritrae una donna in attesa alla fermata del tram. Entrambi i temi richiamano l’incuria e l’abbandono delle cose, ma è compito dell’artista elevarle a poesia, ed è questo che l’autore fa. L’anima delle cose comunica, racconta, recita, declama, parla al cuore. Narra della vita trascorsa un tempo fra quei ruderi, i cui colori, sbiaditi nella realtà e nel ricordo di chi li ha dimenticati, sono esasperati dal contrasto che l’artista cerca volutamente, probabilmente per il bisogno inconscio di dare un risalto e una dignità che vadano oltre il senso forte dell’abbandono che lo spettatore inevitabilmente avverte. Un velo di malinconia rimane comunque. Il senso del tradimento è presente ugualmente. La consapevolezza dell’inevitabile declino d’ogni cosa permane. Ma l’armonia di ogni scatto unita ai colori vividi aiuta a superarli. Così, al di qua di ogni scorcio diroccato, il verde della vegetazione brilla suggerendo ancora vita che si ostina a crescere, pur se rappresentata da una natura mai più coltivata e dimenticata da tutti.
E il cielo e il mare tanto azzurri oltre quella che un tempo fu una finestra, sullo sfondo, sottendono alla speranza, all’ostinata volontà di credere che quella vecchia apertura possa ancora svolgere un ruolo fondamentale permettendo agli occhi e al cuore di posarsi su un orizzonte di luce, non fosse altro che per il solo fatto che gli stessi occhi dell’autore vi si sono a loro volta posati con grazia e delicatezza. Una piccola fila di sedie sgangherate richiama l’attenzione dalla foto accanto. Impossibile non vedervi dipinti sopra i contorni di sagome umane: anziane figure vestite di abiti consumati che hanno aspettato, una accanto all’altra, che il tempo a disposizione terminasse nell’ora designata.

Facendosi una compagnia silenziosa ma solidale, accomunante, intima e vicina quanto quelle sedie poste l’una accanto all’altra, in un’atmosfera che appare bloccata in un’altra dimensione, di quelle che hanno il sapore dell’attimo che sa restare eterno. Un senso di alta dignità delle povere cose promana forte da ogni immagine. Un sentore di profondo riscatto dall’ingiustizia dell’abbandono, è quello che arriva e consola. La certezza che niente rimane non visto e inascoltato se c’è chi ha il bisogno e la voglia di portarlo alla luce col dovuto rispetto e con l’opportuna grazia, e di trasferirlo a chiunque voglia aprire gli occhi per vedere e le orecchie per ascoltare. Da un’altra immagine emerge l’unica figura umana presente negli scatti in mostra.
È la donna alla fermata del tram: silenziosa, solitaria, immobile quasi fosse una statuina poggiata lì e poi dimenticata. Davanti a lei scorrono muti i binari, e come nel sentiero boschivo della foto di
Mimmo Irrera, paiono suggerire il percorso di una vita. Non conosceremo mai i pensieri di quella donna, né sapremo mai dove sia diretta o se sia felice piuttosto che rassegnata al divenire delle cose che le rotaie inducono a immaginare. Di certo, prima o poi, salirà sulla vettura del tram che per il momento lei aspetta, ma anche se quest’ultima fosse affollata e vociante, noi penseremmo a lei in un modo del tutto isolato dal contesto. Bella, dignitosa, composta e assorta in quella che desideriamo con ogni forza che sia la sua ricercata, e poi trovata, “beata solitudo, sola beatitudo”.
Nelle immagini di Davide Lupica il silenzio, la solitudine e l’anima sono quelli degli animali. Storicamente risalente addirittura alla scrittura della Bibbia, il dubbio tuttora permanente è se gli animali abbiano o no un’anima. Nel Qoelet, dunque, così può leggersi: “Infatti la sorte degli uomini e delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere. Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso sulla terra?” Ed è impossibile non ripassare mentalmente questi versi quando, con un richiamo irresistibile, l’occhio si posa sulle foto dell’autore, che pare proprio voler dare la risposta alla domanda finale di quella parte del testo biblico: e quella risposta è sì.

E chi di noi potrebbe dire di non vedere il Narciso del Caravaggio nel fenicottero che riflette la propria immagine in un placido specchio d’acqua? O l’Urlo di Munch nel becco spalancato del magnifico esemplare che pare invocare aiuto in un grido che tenta, senza riuscirvi, di fendere il silenzio e l’indifferenza dell’uomo tutto intorno? O, più semplicemente, non riconoscere in quell’anfibio che attende, senza decidersi a spiccare il salto mentre l’acqua in cui è immerso diventa sempre più calda, quella rana di Noam Chomsky che, per l’innata capacità di adattarsi a condizioni gradatamente sfavorevoli, finisce per rimanere morta bollita e vittima della propria stessa “resilienza”? Sono immagini incredibilmente belle quelle dell’artista, sorprendentemente nitide e dettagliate. Ma l’impatto visivo formidabile, che attrae immediatamente e induce a entrare a viva forza negli scatti, lascia presto il posto alle sensazioni dell’anima, a quello che nella psiche d’ognuno richiede, quasi subito dopo e con impeto,m d’uscire ed essere portato a livello di coscienza. Sì, lo confermo: anche gli animali hanno un’anima, perché la nostra vi si è rispecchiata e si è riconosciuta. E quell’anima è spesso sola con se stessa, ed è silenziosa perfino quando grida. Ma se il silenzio è ricercato e non subito, se la solitudine è quell’isola di pace in cui davvero possiamo essere solo noi stessi e fare la nostra più reale e autentica conoscenza, se l’anima non patisce ma anzi gode di un’elevazione spirituale che non può non essere del tutto personale prima di essere condivisa e offerta al prossimo, allora siamo ogni giorno un po’ più vicini all’immenso.
Quell’immenso a cui non sappiamo di tendere mentre viviamo immersi nel frastuono e nella gente, e che quotidianamente ci chiede – a volte con delicatezza, altre sferzandoci con violenza – di evolverci, di cambiare pelle, di trasformare la nostra esistenza in un percorso virtuoso e non di lasciarla stagnare in quel circo virtuale che spesso è. E i “Sei in mostra” sono riusciti a comunicarci i loro suggerimenti, offrendoci ciascuno il proprio punto di vista, il punto preciso della mappa in cui le loro stesse anime sono già arrivate. Se il rispettivo percorso interiore e spirituale sia loro noto con chiarezza, questo non saprei dire. Di certo so che fra l’artista e lo spettatore non vi è altro che un continuo scambio di pezzi di anima, di rivelazioni che l’uno fa all’altro facendo luce su una parte di se stesso che non aveva ancora realizzato pienamente che esistesse, ma che già l’opera creativa conteneva in sé, disponibile per lui e per l’altro.
Ed è questa la funzione sublime e incomparabile dell’Arte, che travalica la materia stessa di cui è fatta per raggiungere quanto di più immateriale e sconosciuto e mirabile appartenga all’Uomo: la vera essenza di sé. E, a ben pensare, “Sei in mostra” non è solo un’indicazione numerica, ma un’affermazione rivolta allo spettatore, attraverso la seconda persona singolare del verbo essere, tempo presente: “L’autore sono io, ma in mostra sei anche tu. Non perdere l’occasione per trovarti”. E, garantisco, tutto sarebbe potuto succedere tranne che non trovarsi.




