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La piaga del caporalato nelle campagne italiane: oltre 230 mila lavoratori sfruttati

La morte di Satnam Singh, il giovane bracciante indiano della provincia di Latina, ha riacceso i riflettori sullo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura. I dati Istat dimostrano che ancora oggi più di un bracciante su quattro in Italia lavora in nero

Redazione di Redazione
Giugno 24, 2024
in Italia
Tempo di lettura: 3 mins read
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La piaga del caporalato nelle campagne italiane: oltre 230 mila lavoratori sfruttati

Non solo Latina, non solo le campagne della Puglia o della Calabria. Sfruttamento e caporalato, seppur in forme diverse, esistono in tutta Italia. Attingono a una manodopera ricattabile, come quella dei migranti e dei richiedenti asilo, con gravi ripercussioni sull’economia e sulla società. L’evasione fiscale e contributiva legata a questa pratica sottrae risorse importanti allo Stato, mentre la concorrenza sleale danneggia le aziende agricole che rispettano le leggi. Sul piano sociale, il caporalato alimenta la discriminazione e la marginalizzazione dei lavoratori migranti, contribuendo alla creazione di un sottoproletariato invisibile e sfruttato.

La morte di Satnam Singh, il giovane bracciante indiano della provincia di Latina, è una storia che tocca da vicino 230mila lavoratori nelle campagne italiane. Tante sono infatti le persone sfruttate oggi nel nostro Paese, senza contratto e senza diritti: di queste, 55mila sono donne e il 30% non sono migranti extra-comunitari, ma cittadini italiani o della Ue. La fotografia arriva dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, che da anni monitora il caporalato e le agromafie nel nostro Paese. Ma i dati coincidono con quelli dell’Istat, e dimostrano che ancora oggi più di un bracciante su quattro in Italia lavora in nero.

Secondo l’Istat, il lavoro irregolare è all’11% con percentuali più alte in agricoltura, dove lavora in nero quasi un quarto della forza lavoro. Nell’ambito domestico si arriva a più di un caso su due. Sebbene il fenomeno non riguardi solo gli immigrati, sono loro il principale bacino da cui pescano imprenditori e caporali: nell’86% delle inchieste sullo sfruttamento le vittime erano degli stranieri. Gli immigrati si collocano maggiormente nei settori meno retribuiti e più soggetti a irregolarità: cura, agricoltura, ristorazione, ricettivo ed edilizia. Nel 2022, la retribuzione media annua degli occupati a tempo indeterminato è stata di 19.251 euro per gli extracomunitari: oltre 8mila in meno rispetto al totale dei lavoratori. L’emarginazione in cui ancora spesso vivono favorisce fenomeni come il caporalato, ossia l’intermediazione tra dipendenti e imprenditore per il reclutamento e l’organizzazione illegale della manodopera di questi lavoratori, ingaggiati irregolarmente o con forme di lavoro “grigio” (quando il dipendente risulta occupato, ma i suoi diritti sono comunque violati).

Le radici del caporalato affondano in un contesto di povertà, disoccupazione e migrazione irregolare. La mancanza di alternative lavorative e la pressione economica spingono molti a accettare condizioni di lavoro degradanti. Le aziende agricole, dal canto loro, sfruttano questi lavoratori per ridurre i costi di produzione e aumentare i profitti, ignorando le norme sul lavoro e la dignità umana. I lavoratori sfruttati dai caporali vivono e lavorano in condizioni estremamente precarie, con salari al di sotto della soglia di povertà e senza alcuna tutela sindacale o previdenziale.

Negli ultimi anni, il governo italiano ha adottato diverse misure per combattere il caporalato. La legge 199 del 2016, conosciuta come legge contro il caporalato, ha introdotto pene più severe per i caporali e le aziende che sfruttano i lavoratori. Inoltre, sono state potenziate le attività di controllo e ispezione da parte delle forze dell’ordine e degli ispettorati del lavoro.

Tuttavia, nonostante questi sforzi, il fenomeno persiste. Dal 2016 al 2023 ci sono state 834 inchieste sullo sfruttamento dei lavoratori, avviate da 66 procure sparse in tutta Italia. È quanto emerge dall’ultimo rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e la protezione delle sue vittime, elaborato dal Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto, insieme all’Osservatorio Placido Rizzotto di Flai-Cgil. Al Sud, lo sfruttamento si concentra soprattutto in settori come agricoltura e allevamento, mentre al Centro spicca il secondario, in testa il manifatturiero, e al Nord il comparto dei servizi. Quasi nel 79% delle inchieste le vittime sono titolari di un permesso di soggiorno, a smentire l’idea che basti la regolarità dei documenti a dare la garanzia di migliori condizioni.

Tags: CaporalatoImmigrazioneSatnam Singh
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