-Zelig… Chi è Zelig? –
-Molto di più di un personaggio. È un po’ tutti noi. – rispondo a una signora al bar, mentre sistemo i miei appunti confusi, scritti fra un caffè e l’altro. E prendo nota della definizione, che mi sembra felice. Sì, Zelig è un personaggio che non invecchia. È senza tempo. La sua cifra è nella sua non personalità, o non identità. In questo è anche la sua umanità. Esiste e non allo stesso tempo. Tutti parlano di lui, ma sembra non se ne accorga, eppure è alla ricerca continua di affetto. Vuole essere qualcuno, proprio perché sa di essere nessuno. È insicuro, e cerca sicurezze. Vive e non si accorge di vivere. È ciò che di lui dicono gli altri. Non esiste nell’autoconsapevolezza di sé, ma nello sguardo altrui, a volte compassionevole, a volte anche assurdamente duro da mettere alla berlina i suoi comportamenti poco rispondenti alla morale, in una società ipocrita qual era quella dell’America degli anni Venti, in cui come osserva ironicamente la voce narrante ‘la morale era molto elastica’.
Zelig è l’Uomo Camaleonte, cioè che cambia. Il suo è un caso mediatico, che attira l’attenzione e la disaffezione delle masse a tal punto da creare ingorghi di traffico (p.39). La sua vicenda (p.52) appassiona il mondo, ma genera anche improvvisa apatia nel pubblico (si noti un’altra critica indiretta alla modernità) avido di sensazioni.

Zelig sembra avvolto da una bolla di illusione. Non si accorge di ciò che accade intorno a lui. Non coglie i grandi eventi della fase storica in cui vive: il crollo in borsa, il nazifascismo, ecc. Sembra un non personaggio, un non uomo, eppure lo è; ed è lui stesso che ci svela il suo dramma, e lo fa in uno straziante colloquio con la dottoressa Fletcher (pp. 62-63), in cui riconosce di essere niente, nessuno. Zelig non solo però è uomo, ma è anche emblema dell’uomo moderno, che assorbito dal tritacarne della società mediatica, caratterizzata spesso da ritmi alienanti, ha bisogno di annichilire la propria coscienza per non dover fare i conti con la parte irrisolta del proprio sé, e con il mondo che lo circonda.
Zelig guarisce, ma il pubblico non gli perdona tutte le malefatte che ha combinato assumendo l’identità altrui. Inaspettatamente perciò sparisce. Viene ritrovato dalla dottoressa Fletcher in Germania, vicino a Hitler in un comizio. Viene fuori qui un altro aspetto della sua personalità (e di quella dell’uomo di oggi), cioè la sua volontà di volersi confondere con la massa, di rendersi anonimo (p. 91).
Zelig ha bisogno per esorcizzare il ‘male’ o il senso del nulla e di inappartenenza che c’è in lui di vivere un’esistenza tutta esteriore. È ‘un attore’ della vita, e lo sarà fino alla fine, quando in un ultimo drammatico momento di verità e di antieroica grandezza non gli resterà che togliersi la maschera, e ironizzare sulla vita e la morte stessa (p.101):
[…] Sul letto di morte, disse ai medici che era contento di aver vissuto una buona vita. Gli dispiaceva solo di morire -disse- perché aveva cominciato a leggere Moby Dick ed era curioso di sapere come andava a finire.





