La Sicilia e Stendhal. Sembrano due coppie oppositive, in antitesi fra loro, mondi incomunicabili. Non è così invece. In primis perché l’immaginario culturale e simbolico della Sicilia che Stendhal dice di aver visitato, e in cui in realtà non è mai stato, alimenta e condiziona la sua scrittura. Dall’altro perché Stendhal esercita una notevole influenza sulla narrativa siciliana. Fra questi due nuclei tematici c’è una terra di mezzo, che è ben delineata da Sciascia, cioè quella di un mondo letterario che si alimenta della vita, e a sua volta la vita che si nutre di letteratura. Stendhal e la Sicilia è uno scritto molto breve, consta solo di una trentina di pagine. Eppure, è denso, ricco di significati, e soprattutto ci offre un affresco letterario ma anche sociale e storico. È ai sottili confini fra immaginario simbolico e storia che Sciascia è interessato. Sono queste zone liminari che gli consentono di delineare la realtà sociale, e spesso comprendere alcuni fenomeni sociali che hanno caratterizzato la Sicilia nell’Ottocento. Lo sguardo dello scrittore si sovrappone in questo scritto a quello di Stendhal, gli fa da lente per mezzo della quale coglie ciò che a lui sfugge, cioè che con la frantumazione della feudalità si stavano creando le condizioni per l’affermazione del fenomeno mafioso.
Cosa affascinava Stendhal della Sicilia? Perché finge di averla visitata? Secondo Sciascia Stendhal coltiva un’idea libertina della Sicilia. È suggestionato dalle sue passioni divoranti (p.12). È per questa ragione che probabilmente se l’avesse visitata non avrebbe colto invece alcuni aspetti che richiedevano un occhio molto più attento, e capace di scavare nel profondo, come l’attrazione esercitata nel mondo siciliano dalla roba, prima nell’aristocrazia, che investe la rendita della terra in altra terra (pp.13-14), e poi nella nascente borghesia mafiosa. Secondo Sciascia Stendhal come Goethe ha un pregiudizio che contrasta con la realtà, che non avrebbe accettato. Non avrebbe compreso perciò, anche se l’avesse visitata davvero, quanto stava accadendo, cioè quel fenomeno legato alla roba che portò alla dissoluzione della feudalità aristocratica, all’assottigliarsi dei loro patrimoni, che spendevano in lauti banchetti o in altri beni di lusso, che spesso li induceva a chiedere prestiti alla nascente borghesia che prestava il denaro a tassi altissimi (p.15):
[…] I nobili, insomma, già da quasi due secoli dei loro feudi non avevano che vaghe notizie e un reddito che sempre più assottigliandosi (grazie ai gabelloti e agli usurai, ai gabelloti-usurai) finiva col diventare del tutto inadeguato a sostenere il loro treno di vita, e insicuro per di più; perciò con suprema indifferenza, uno appresso all’altro, se ne disfacevano, consumando quel che riuscivano a cavarne in grandiosi ricevimenti, fastosi viaggi, lunghi e costosi soggiorni a Napoli e a Parigi, mecenatismi erotico-teatrali e giochi d’azzardo. […]
Parallelamente a un’idea libertina di Stendhal che risponde a un itinerario classico di un viaggio raccontato e mai fatto (p.20) c’è il cosiddetto stendhalismo, cioè la penetrazione dell’opera di Stendhal in Sicilia, e di ‘restituire alla realtà o di attribuire alla fantasia’ (p. 29) ogni fatto che racconta. Sta di fatto che l’opera di Stendhal in Sicilia è letta, e l’eco della sua presenza è facile ritrovarlo in Verga (nella novella Camerati), in Giuseppe Antonio Borgese, in Capuana, De Roberto, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Vitaliano Brancati. Insomma, per concludere come affermava Paul Valery on n’en finirait plus avec Stendhal.





