Tutti noi abbiamo fatto esperienza del dolore nella nostra vita. È una realtà purtroppo ineluttabile. È come il Male, e da sempre, fin dalla origine della nostra civiltà gli uomini hanno cercato di spiegarne la causa, e lo hanno fatto ricorrendo anche al mito (si pensi a Esiodo).
Nelle Riflessioni sul dolore, Eco vola basso. Non cerca soluzioni, si limita a constatare una realtà di fatto, e si sofferma anche sui progressi della medicina, che sembrano sfatare la credenza millenaria che sia una fatalità e una condanna ineliminabile.
La sofferenza ovviamente non è solo quella fisica, ma anche quella morale, e già i primi filosofi, ad esempio Democrito, indicavano come possibile sollievo la ricerca dell’euthymìa, cioè della tranquillità dell’animo (p.19). Per Aristotele – osserva Eco- il saggio mira non al piacere, ma all’assenza di dolore, anticipando così alcuni temi degli stoici e degli epicurei, che elaboreranno i concetti di atarassia e apatia.
Con il passaggio dalla cultura greco-latina a quella cristiana, cambia la concezione del dolore. Non ci si deve più liberare dalla sofferenza, ma bisogna sull’esempio di Cristo accettarla e farla ‘fruttare come strumento di redenzione’. Certo Eco nel fare questa affermazione, semplifica un processo molto lungo, e tutt’altro che lineare, ma è indiscutibile che con il Cristianesimo si ha un cambio di paradigma.
Lo studioso più che una risposta filosofica al tema del dolore, in questo breve intervento, recentemente edito, sembra metta insieme come tessere le sue conoscenze su questo tema, selezionando in un excursus cronologico ciò che ritiene sia rilevante, e focalizzandosi su alcuni temi rispetto ad altri. È questo tipo di procedimento che gli consente di fare incursioni non solo nella filosofia, ma anche nella storia dell’arte, dove ricorda che l’immagine di bruttezza del Cristo crocifisso non si era affermata subito, e che nell’iconografia paleocristiana si era diffusa in un primo momento la rappresentazione ‘idealizzata del Buon Pastore’ (p.22). L’immagine, invece, del Cristo sofferente, sarà centrale invece nella cultura rinascimentale e in quella barocca, in un crescendo di erotica del dolore, che trova il suo corrispettivo contemporaneo nella Passione cinematografica di Mel Gibson.
Il punto centrale del libro sono le pagine che Eco dedica all’idea romantica del dolore, in cui la sofferenza, ribaltando la lezione dell’Ecclesiaste, si fa tramite di conoscenza. Con Fichte, Hölderlin, Hegel, Schelling ‘nasce l’incontro tra la filosofia e il tragico, tra la conoscenza serena e il dolore tormentato’ (pp. 39-40). Il teorico però della Schadenfreude contemporanea è in un certo senso Schiller, e in particolare quello Dell’arte tragica; la sensibilità che esprime in questo scritto la possiamo ritrovare anche nei ‘più miti telegiornali dove, se a una donna viene ucciso il figlio, telecronisti solerti suonano al citofono della madre disperata’ (pp. 52-53), in cui si assiste insomma a una istituzionalizzazione e a una celebrazione ‘nelle trasmissioni di prima serata del dolore’.
In conclusione, cosa fare per alleviare il dolore? Per Eco utile può essere un nesso forte fra conoscenza e dolore. Egli ritiene che la conoscenza alzi il livello di sopportazione e resistenza al dolore. «Così come il filosofo impara a essere per la morte – scrive- tutti noi dovremmo imparare a essere per il dolore, ad alfabetizzarci rispetto a esso: se non a conoscere attraverso il dolore, almeno a conoscere il dolore, ad accettarne la funzione biologica.»




