Enard e il diritto di disertare: contro la guerra, contro l’indifferenza

Nel romanzo “Disertare” la vicenda di Paul attraversa il Novecento fino all’Ucraina, tra ideali traditi, memoria e solitudine

Francesco Capaldo by Francesco Capaldo
Maggio 10, 2026
in Libri
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Illustrazione ispirata al romanzo “Disertare” di Mathias Enard: un uomo osserva il mare davanti a uno scenario di guerra, accanto alla copertina del libro.

Un’immagine ispirata alle atmosfere del romanzo “Disertare” di Mathias Enard.

Non so se studiare, leggere, scrivere abbia ancora un senso. E neanche se aprire in questo modo questo mio breve intervento su Enard sia sensato. Credo però che il suo libro rimandi in qualche modo velato a due dimensioni insiste nella guerra come nella vita, cioè l’impegno, e il disertare, il ritirarsi, cioè il rifiutarsi di combattere. Disertare è infatti un libro di grande passione, quella di Paul per Maja che amerà per tutta la vita (anche se le loro vite prenderanno corsi molto diversi), ma anche per la matematica, per la ricerca di altro, per la bellezza, e soprattutto per la fede nel comunismo, nella giustizia, nell’uguaglianza, coltivata fino alla morte. La voce narrante, in un arco di tempo lunghissimo, racconta la storia del padre e della madre, e attraverso lunghissimi flashback, in un continuo andirivieni nel passato ci porta nel cuore dell’Europa prima e dopo la Seconda guerra mondiale fino al 2022.

Paul è un idealista, un sognatore, e coltiva il suo amore per tutta la vita. Con gli anni però prende consapevolezza che il suo sogno si sta sgretolando sotto ai suoi occhi a poco a poco dinanzi a una realtà molto diversa. È costretto ad assistere alla vittoria degli eventi contro le idee, della realtà contro l’utopia, dell’individualismo contro la fraternità. Via via nel racconto della figlia Irina, che è un matematico della storia, affiora anche il presente, e cioè l’evento tragico dell’attacco alle Torri gemelle, e poi la guerra in Ucraina. La storia con il suo divenire mostra purtroppo la realtà nella sua tragicità, nel suo terribile gioco di creazione e distruzione della civiltà. Ne sono un esempio i riferimenti che Irina fa a Baghdad, e alla sua distruzione nel 1258 (p.116).

Le pagine che ho apprezzato di più di questo romanzo sono quelle in cui Paul, ormai anziano e vecchio, si ritrova in una non ben precisata città, nel cuore del mediterraneo, a guardare il mare. È in un’antica colonia greca, e siede su una pietra, che è ciò che resta delle mura che la circondavano. È stanco, deluso, lui e Maja potrebbero vivere insieme, ma sono affezionati alle loro solitudini. È consapevole che la vita gli ha dato torto su tante cose, e che non sarà più possibile realizzare il socialismo. Capisce che forse ha commesso l’errore ‘di congetturare che l’umanità fosse fatta per la pace, la condivisione e la fraternità’ (p.187 e seguenti). Si limita a guardare il mare. Trasmette vibrazioni, ‘si oppone alla guerra ma la trasporta’, perché ‘oltre l’Italia si combatte ancora in Bosnia’. In poche pagine c’è tutta la vita di Paul, la sua storia, che dopo il lungo racconto di Irina, è giunta al suo epilogo. Non c’è però solo la sua, ma anche la nostra, cioè le speranze e purtroppo le delusioni che ha lasciato in noi il secolo scorso. Paul ha l’amara consapevolezza che ‘l’esperienza del lager si cancella’, che ‘col tempo, anche la sua traccia nella scrittura diventa illeggibile’. Illeggibile come lo è -mi viene da notare- la nostra indifferenza dinanzi alle immagini di orrore del presente. Dinanzi al ripetersi della guerra. Sempre con più violenza e brutalità. Dinanzi alla quale dovremmo tutti come umanità trovare un modo per ‘disertare’, una volta per sempre.

Tags: letteratura contemporaneaMathias Enardrecensioni libri
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