Welcome 2 America non è il consueto disco postumo di un grande artista composto da scarti o pezzi raccogliticci confezionati da qualche discepolo. Tutt’altro. Welcome 2 America è uno dei migliori album di Prince e appare inspiegabile il motivo per il quale il genio di Minneapolis non abbia voluto pubblicarlo quando era in vita. Un comportamento incomprensibile attribuibile forse al conflitto tra la sua bulimia creativa e la guerra continua con l’industria discografica.
Ascoltando Welcome 2 America, che esce a sei anni dalla sua morte prematura, non solo si riscopre un artista all’altezza del suo genio, ma canzoni che sembrano premonitrici della ripresa dei conflitti razziali negli Stati Uniti. Registrato nella primavera del 2010, l’album denuncia le preoccupazioni, le speranze e le visioni di Prince in merito ad una società mutevole, prefigurando un’era di divisione politica, di disinformazione e una rinnovata lotta per giustizia razziale.

Welcome 2 America è il miglior album degli ultimi vent’anni della carriera di Prince, un disco con testi carichi di impegno che ricordano i tempi di Sign O’ The Times e una ricchezza musicale che sicuramente non appartiene alle altre incisioni del periodo. Si esibisce in storie scabrose sul crollo del mercato immobiliare del 2008 e sul suo disprezzo per iPhone e reality tv con una sorta di spavalderia hepcat-beatnik che è in parti uguali Gil Scott-Heron e Maynard G. Krebs.
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Soul, funk e rock sono le coordinate su cui si muove l’album con omaggi al sommo sacerdote del soul funk impegnato Curtis Mayfield in Born 2 Die, nella coinvolgente e trascinante One Day We All Be Free, nel funk ipnotico costruito su un riff di basso della title track con divagazioni jazzy e voci sovrapposte. La sua crociata contro l’industria continua con Running Game (Son of a Slave Master), un’accusa con influenze hip-hop sullo sfruttamento di musicisti in erba. L’ambientalismo è raccontato nelle sofisticate linee musicali di 1000 Light Years From Here, un saggio della capacità di Prince di conciliare complessità con orecchiabilità.
Ma l’album non è sempre così serioso. Prince e i suoi compagni di band si scatenano su Hot Summer, un pezzo rock da spiaggia in stile Elvis Costello (completo di organo Farfisa) che probabilmente avrebbe suonato meglio dal vivo, e la canzone Yes sembra qualcosa a metà tra una rivista di Broadway e uno spettacolo di cheerleader. Ma la canzone migliore dell’album è When She Comes, quando Prince con il suo divino falsetto descrive l’orgasmo della sua amante.

Welcome 2 America è nato da una serie di jam session condotte da Prince con la bassista allora ventenne Tal Wilkenfeld, che ha suonato con Jeff Beck, e con il batterista Chris Coleman, un musicista esperto con alle spalle esperienze con Chaka Khan, Christina Aguilera, Babyface. La musica pop nel 2010 era tutta incentrata su Teenage Dream di Katy Perry e Dirty Bit dei Black Eyed Peas, nessuno dei quali raggiunge l’altezza di Welcome 2 America. Probabilmente, Prince non era più interessato alla vita pop. Ciò di cui gli importava rimarrà un mistero, ma album come Welcome 2 America saranno sempre i benvenuti.





