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Dal “modello Riace” alla condanna a 13 anni: la lunga vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano

«Presunti illeciti nella gestione dell'accoglienza dei migranti» per l'ex sindaco del comune calabrese il giudice ha emesso una condanna che supera di quasi il doppio la richiesta del pubblico ministero, 7 anni e 11 mesi

Redazione by Redazione
Ottobre 2, 2021
in Italia
Reading Time: 3 mins read
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Dal “modello Riace” alla condanna a 13 anni: la lunga vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano

Una vicenda giudiziaria lunga quattro anni, che ha smantellato il “modello Riace” e portato il suo fondatore, l’ex sindaco Mimmo Lucano, a una condanna a 13 anni e 2 mesi di reclusione. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio. Dovrà restituire anche 500mila euro riguardo i finanziamenti ricevuti dall’Unione europea e dal governo. Inoltre è stata disposta la sua interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

Il collegio presieduto da Fulvio Accurso ha aumentato di sei anni la pena richiesta dalla pubblica accusa che era stata di 7 anni e 11 mesi. L’ex sindaco di Riace era stato arrestato e posto ai domiciliari il 2 ottobre del 2018 nell’ambito dell’operazione «Xenia» condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla procura di Locri. I magistrati nelle 1.200 pagine della richiesta d’arresto definirono Lucano un sindaco «spregiudicato» per aver «favorito matrimoni di comodo» tra cittadini calabresi e donne straniere e per aver consentito a due cooperative, prive di requisiti, di assicurarsi il servizio della raccolta dei rifiuti urbani. I magistrati gli contestarono anche un ammanco di 5 milioni di euro che sarebbero finiti nelle tasche di privati, anziché favorire l’integrazione dei migranti.

Mimmo Lucano è l’uomo del “modello Riace”, un sistema di integrazione e accoglienza messo in campo nel comune di cui era sindaco, col tempo diventato così popolare da far finire nel 2016 lo stesso Lucano nella lista dei 50 leader più influenti del mondo della rivista Fortune. Il “modello Riace”, paesino di 2.000 abitanti a 125 chilometri da Reggio Calabria, era basato su un rovesciamento di prospettiva: i migranti non come un problema da risolvere ma come un’opportunità per contrastare lo spopolamento e salvaguardare attività artigianali e vecchi mestieri altrimenti destinati a scomparire, ospitati nelle vecchie case del borgo in alloggi indipendenti e inseriti nel tessuto cittadino. Il sistema prevedeva che i fondi stanziati dal governo per l’accoglienza venissero trasformati in “borse lavoro”, coinvolgendo cooperative locali, ed era stata creata una “moneta” alternativa che i migranti potevano usare in alcune attività commerciali per acquistare cibo, vestiti e ricariche telefoniche.

A Riace i primi stranieri arrivarono nel 1998 quando una nave proveniente dalla Turchia e con 66 uomini, 46 donne e 72 bambini curdi si avvicinò alle coste calabresi. L’associazione Città Futura nacque pochi anni dopo: l’ex sindaco ricordava che l’idea gli venne osservando come se Riace Marina era affollata durante la stagione estiva, Riace Superiore, era invece svuotata dei suoi abitanti partiti a lavorare al nord. Nel 2004 arrivò la prima candidatura a sindaco, subito vincente. Così Riace divenne il primo comune italiano, assieme a Trieste, a partecipare al sistema per l’accoglienza Sprar che venne poi smantellato da Salvini quando era ministro dell’Interno.

Nell’ottobre del 2017, a Riace quasi il 50 % della popolazione era rappresentato da stranieri, circa 600, di 26 nazionalità diverse. Lucano era sindaco dal 2004 e da quasi vent’anni dava ospitalità agli immigrati. I guai iniziarono nel 2016 quando dalla Prefettura di Reggio Calabria venne inviato un ispettore che evidenziò criticità per gli aspetti amministrativi e organizzativi del “Modello Riace” salvato però da due successive valutazioni. Poi nel 2017 però la Procura di Locri iscrisse Lucano nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata.

Partiva così l’operazione “Xenia”, condotta dalla Guardia di Finanza, e si concludeva il 2 ottobre 2018 con la decisione del Gip di Locri di inviare Lucano agli arresti domiciliari. L’accusa era di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di illeciti commessi nell’affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti. Per il Viminale fu l’occasione per chiudere definitivamente lo Spar del “modello Riace”: «Non rispetta gli standard qualitativi di accoglienza», era scritto nella comunicazione inviata al comune. Venivano trasferiti anche gli ultimi 165 ospiti. Il borgo dell’accoglienza tornava a spopolarsi.

Dopo poche settimane il tribunale del Riesame revocava a Lucano i domiciliari ma li sostituiva con una misura che per il primo cittadino di Riace era ancora più pesante: il divieto di dimora e la sospensione dalla carica di sindaco. Il provvedimento fu revocato dalla Cassazione per l’assenza di indizi di «comportamenti fraudolenti» che Lucano avrebbe «materialmente posto in essere per assegnare alcuni servizi». La Suprema Corte fece vacillare, dunque, tutto l’impianto accusatorio riferendo di «reati commessi per finalità moralmente apprezzabili».

Nel 2019 Mimmo Lucano è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e con lui 26 indagati, compresa la sua compagna Lemlem Tesfahun. Successivamente è stato raggiunto da un altro avviso di garanzia, emesso in relazione al rilascio di documenti d’identità a migranti ospiti nei centri di accoglienza. Adesso il presidente del tribunale Fulvio Accurso ha condannato Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di reclusione.

Tags: MigrantiMimmo LucanoModello RiaceRiace
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