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Black lives matter: 50 anni dal ’68. Cosa resta delle lotte per i diritti dei neri?

Sono passati ormai cinque decenni da quell'anno straordinario che cambiò in qualche modo il mondo. Protagonisti di questa storica annata furono gli afroamericani che, a vario titolo e in vario modo, combatterono per i loro diritti. Ma cosa resta oggi delle battaglie di Martin Luther King e di Malcolm X? I neri d’America sono riusciti veramente ad ottenere qualcosa?

Black lives matter, le vite dei neri contano. Oggi come nel ‘68 gli afroamericani sono ancora in lotta per cercare di avere riconosciuti pari diritti e dignità. 50 anni fa la si faceva su due fronti, quello non violento ispirato dal dottor King e quello invece della lotta armata, capitanato da Malcolm X e dalle Black Panthers. Oggi le cose sono molto cambiate. Ci sono i social e c’è il cinema, così le battaglie per i diritti si fanno con gli hashtags, i film e i video di denuncia. Ci sono poi le buone vecchie manifestazioni di piazza, mai passate di moda e sempre necessarie. Ma tolto qualche riconoscimento di facciata, non si può dire che i neri americani abbiano gli stessi diritti dei bianchi.

LE CARCERI. Per capire di cosa stiamo parlando c’è un dato che da solo fotografa in pieno la discriminazione neanche troppo strisciante che ancora pervade gli Usa. Gli afroamericani, che rappresentano il 6% della popolazione totale americana, compongono invece il 96% di quella carceraria statunitense. Ciò che fa impressione, a livello giudiziario, è la disparità evidente che traspare dalle carte processuali. Un caso emblematico, ad esempio, accadde in Florida una decina di anni fa, allorquando un cittadino bianco inseguì e uccise senza motivi apparenti un afroamericano, incensurato e disarmato. Come giustificazione all’atto compiuto, l’imputato affermò che si sentiva minacciato dalla presenza dell’uomo di colore. Normalmente una scusa del genere dovrebbe risultare un’aggravante per futili motivi nel processo, ma la corte della Florida che si occupò del caso considerò invece legittima difesa quella del cittadino bianco, che ne uscì con la fedina penale pulita. La sentenza, ovviamente, causò un moto di protesta da parte della comunità nera che, però, non sortì altro effetto che un semplice rumore di fondo a cui negli Stati Uniti si sono abituati senza neanche farci troppo caso, visto che è da duecento anni che cose del genere accadono. L’evento descritto però non è altro che la punta dell’iceberg di una discriminazione che permea sempre più la società a stelle e strisce. Un caso emblematico riguardò uno sportivo divenuto leggendario nel mondo della pallacanestro, Allen Iverson. Iverson, proveniente da una situazione familiare difficile, era un prodigio dello sport. Fu capace di vincere, nello stesso anno, il campionato nazionale liceale sia di football che di basket. Un assoluto fenomeno corteggiato da due delle leghe più famose del mondo, la Nfl e la Nba. Scelse la seconda e divenne una leggenda dello sport. Tuttavia, a soli 17 anni, “The Answer”, come fu poi ribattezzato, venne coinvolto suo malgrado in una rissa esplosa all’interno di un bowling che contrappose bianchi e neri. Iverson, presente in loco con i suoi amici, venne riconosciuto colpevole, senza nessuna prova certa, di aver colpito alla testa con una sedia una donna, e venne condannato a 15 anni di reclusione. Alla fine non scontò in toto quella pena, poiché gli venne concessa la grazia a causa dell’enorme sostegno che la comunità, sia bianca che nera, gli riservò, anche per il suo smisurato talento. Ma non tutti sono fortunati come “The Answer”.

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LE LEGGI. Il grosso del problema risale alle leggi contro la droga emesse dall’amministrazione Reagan prima e Clinton poi. Specialmente durante quest’ultima venne promulgato un decreto in cui si affermava che il detenuto avesse tre possibilità prima di essere sbattuto in carcere per una pena detentiva smisurata. Da allora gli afroamericani in galera si sono moltiplicati in maniera esponenziale, anche perché per loro è molto più conveniente patteggiare piuttosto che affrontare un processo nel quale, il più delle volte, vengono penalizzati se non dalla giuria, dalle cattive condizioni economiche in cui versano. Alcune volte però va ancora peggio. Fu il caso di Kalief Browder, che a soli 16 anni, nel 2010, venne incarcerato per aver rubato uno zaino. A questo arresto non seguì alcun processo, ma ben 1000 giorni di carcere, di cui 600 in isolamento, nei quali Kalief tentò di suicidarsi. Non gli venne mossa nessuna accusa, né lo si trovò colpevole del reato di furto, di cui del resto lo stesso Browder si era dichiarato innocente. Così, nel 2013, uscì di galera. Ma l’esperienza lo turbò troppo nel profondo, e Kalief, cittadino di quel Bronx così temuto, si suicidò a soli 21 anni, nel 2015. Bill De Blasio, sindaco di New York, abolirà dopo questo evento l’isolamento per i detenuti di età inferiore a 21 anni. Ma Kalief l’aveva già fatta finita. In generale, se per un ragazzo bianco negli Usa c’è una probabilità su 17 di finire in prigione, per un suo coetaneo nero le possibilità si moltiplicano divenendo una su tre. Dati spaventosi, che danno l’idea di un Paese che ha riconosciuto agli afroamericani solo diritti di facciata, e fotografato in pieno dal documentario Premio Oscar “XIII Emendamento”.

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LE LOTTE DI IERI E DI OGGI. Ieri come oggi è la visibilità dello sport a dare voce ai neri. Alle Olimpiadi di Città del Messico, in quello straordinario e irripetibile ’68, furono Tommie Smith e John Carlos, che sul podio dei 200 metri misero in scena la protesta più famosa della storia dei diritti degli afroamericani. Quel pugno ricoperto da un guanto nero stagliato nel cielo messicano, in silenzio, senza dire nulla. Il corpo nero che parla per i neri. Oggi invece ci si mette in ginocchio. È stato il caso dell’anno quello inscenato da numerosi giocatori afroamericani di football i quali, durante l’esecuzione dell’inno, invece di stare in piedi preferiscono rimanere a terra. È troppo, anche per chi ne ha passate di ogni in secoli di storia, alzarsi e rispettare una nazione che non ti ricambia. I neri hanno ottenuto il diritto al voto, il diritto a non essere più schiavi e hanno anche avuto la soddisfazione di vedere un loro uomo alla Casa Bianca. Hanno sconfitto gli schiavisti, ma non sono riusciti a sconfiggere il razzismo. Quasi ogni giorno sentiamo di uomini di colore disarmati uccisi, con la stessa facilità con cui si abbattono le paperelle al lunapark, dalla polizia americana. Omicidi veri e propri, commessi solo sulla base di sospetti. Omicidi spesso rimasti impuniti. Non ci sono riusciti con la non violenza del dottor King né con la lotta armata di Malcolm X e delle Black Panthers a cambiare definitivamente le cose. Probabilmente non ci riusciranno mai. Ma gli Usa dovrebbero avere più rispetto per una comunità che ha contribuito a renderli grandi, e dovrebbe rispettare di più lo stato di diritto e la legge che si vantano di esportare in tutto il mondo.

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