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Brexit: la premier May divisa tra l’Ue e il partito

Dopo le dimissioni dei ministri più “brexitiani” del proprio governo, Theresa May cerca di accontentare sia l’Europa che i conservatori, senza tuttavia risollevare le proprie sorti. La Brexit è a un punto morto. E intanto anche Trump avanza le sue critiche

La Brexit è a un punto morto. Theresa May, inquilina del numero 10 di Downing Street, continua a non cavarne un ragno dal buco. Divisa tra un partito, che avrebbe voluto decisamente una linea più dura, e gli interessi delle tante aziende e banche della City che premono per una normalizzazione dei rapporti con l’Unione Europea (se non addirittura per un contro referendum per tornare alle situazioni di prima) sostenute anche dal sindaco di Londra Sadiq Khan, con sullo sfondo la sempre complessa situazione delle relazioni tra le due Irlande, la May sembra essere proprio agli sgoccioli. E anche Trump non fa mancare le sue critiche in occasione della visita di Stato in Gran Bretagna.

LE DUE BREXIT. Il 24 giugno 2016, il giorno dopo il referendum, ci si sentiva di fronte a un momento che, positivamente o meno, sarebbe stato storico. Il popolo britannico aveva votato affinché il Regno Unito uscisse dall’Unione Europea. Un vero e proprio terremoto, voluto fortemente dal partito Conservatore, specie per iniziativa dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson. Il successo dei conservatori aveva costretto l’allora premier Cameron, laburista, alle dimissioni. Gli subentrò Theresa May. Da allora, però, per gli euroscettici d’oltremanica è iniziata non una nuova era di rinnovato protagonismo nazionale, ma un negoziato infinito. L’Ue, per bocca di Juncker, aveva già a suo tempo avvertito: «Non sarà una separazione indolore» aveva tuonato. E aveva ragione. I forti interessi delle aziende e delle banche della City londinese abbinate alle spinose questioni che da sempre interessano la Gran Bretagna, come il conflitto tra Dublino e Belfast, hanno fatto sì che anche la May, sostenitrice del referendum, dovesse fare i conti con una Brexit che andava “ammorbidita”. Impensabile tirarsi totalmente fuori dal mercato unico, con tutte le conseguenze che ne scaturirebbero nei rapporti tra Repubblica d’Irlanda, che ha per moneta l’euro e fa parte dell’Unione, e l’Irlanda del Nord, fedele alla regina, e quelli tra Londra ed Edimburgo (la Scozia ha sempre sostenuto di voler continuare a far parte dell’Ue). Poi c’è il capitolo della libera circolazione delle persone: con la Brexit si sarebbe dovuto limitare, e sarebbero stati necessari visti e passaporti per andare anche solo a visitare le bianche scogliere di Dover o Trafalgar Square. Complicato attuare questo provvedimento, specialmente in una nazione che si abbevera in maniera importante dalla fonte del lavoro proveniente dall’estero, con una buona presenza anche italiana. Così il cosiddetto “libro bianco” con le misure soft, che verrà votato nei prossimi giorni, non ha assolutamente convinto i duri e puri euroscettici che avevano voluto il referendum. Così Boris Johnson, ministro degli esteri e grande sostenitore della sovranità britannica, e David Davis, ministro della Brexit, hanno rassegnato le loro dimissioni, in polemica con la premier. Per arginare l’emorragia parlamentare che rischia di farla decadere allora, la May ha lanciato una nuova proposta, più in linea col partito, che dovrebbe annerire un po’ il libro bianco e far felice qualcuno tra i conservatori: ci sarà uno stop alla libera circolazione. Tuttavia, a livello normativo, sarà molto più difficile rientrare nelle categorie per le quali sarà necessario il visto piuttosto che il contrario.

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E INTANTO TRUMP. Le critiche eccellenti per la May non sono poi solamente interne: Donald Trump, in visita di stato nelle terre della regina, ha criticato la linea della “Brexit Soft”: «Non mi sembra che quello che sta accadendo sia ciò per cui i britannici hanno votato» ha dichiarato il tycoon newyorchese. E non gli si può dare torto. Che le misure previste dalla Brexit siano giuste o sbagliate è giudicabile solo personalmente. Ma una cosa è certa: Trump ha ragione. I sudditi di Sua Maestà, seppur con una frangia sempre più crescente di “pentiti”, hanno indicato una ben precisa linea a Downing Street, che però sta perseguendo la propria. Le ambiguità del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è sicuramente dettata da un mondo che ha necessità di essere connesso economicamente. Se si eccettuano le mosse di Trump che vanno sempre di più in direzione isolazionista, il resto del “reame” ha bisogno di restare unito. La posizione del governo di Londra, poi, deve scontrarsi con quelle delle altre nazioni Uk, come la Scozia: da Westminster si criticava il referendum indetto ad Edimburgo per l’indipendenza delle Highlands, e si invitava il governo scozzese a ripensarci perché “uniti siamo più forti”. Eppure, poco dopo, proprio da Londra si portava avanti la crociata secessionista antieuropea. Quella Scozia che, tra l’altro, si dice d’accordo per una nuova consultazione che miri a sconfessare la Brexit, e non sorprende questa posizione dato che da Edimburgo, già il giorno dopo il voto storico, si dichiarava che le Higlands sarebbero in ogni caso rimaste nell’Unione. Insomma, il referendum Brexit ricorda molto quello indetto qualche anno fa da Alexis Tsipras in Grecia, dove la volontà del popolo, chiara e netta, non venne rispettata, cambiando tutto senza realmente cambiare niente. Contesti diversi, scenari diversi, ma stesso fallimento delle consultazioni democratiche. La May è a un bivio che, qualsiasi direzione si prenda, ha come fine un unico vicolo cieco: le dimissioni. Che si accontenti il partito o l’Unione, la premier ha già fallito.

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