Musica

“Punk”, arriva in Italia il docu-film di Iggy Pop

Mezzo secolo dopo c’è ancora vita nel pianeta della trasgressione e della rivolta? L’iguana del rock e John Varvatos raccontano un movimento che ha danzato sul filo del rasoio tra ribellione e commercialità, lasciando una traccia fondamentale nella storia della musica giovanile. La serie cult dal 4 marzo per quattro mercoledì su Sky Arte

Mezzo secolo dopo c’è ancora vita nel pianeta punk? A dir la verità, qualcuno ne decretò la morte già quarant’anni fa, dopo una brevissima, lurida, esaltante, adrenalinica stagione di rock and roll, rivolta e stile. «Il punk è morto quando i Clash hanno firmato per la Cbs», pianse Mike Perry, leader degli Alternative TV e fondatore di “Sniffin’ glue”, la fanzine che accompagnò la primavera punk. «La Cbs promuove i Clash ma non lo fa per la rivoluzione, certo, lo fa per il denaro, il punk diviene una moda, il punk è morto», urlarono i Crass, che pure si dicevano punk, ma anarchici.

Mezzo secolo dopo Sid Vicious è un’icona sbiadita, Johnny Rotten-Lydon un reduce da reality, Joe Strummer un mito romantico per quei pochi che ancora ci credono e gli Strokes sono i fantasmi di stessi.

Mezzo secolo dopo, il cadavere punk detta legge. Musicalmente, nonostante la lotta per la sopravvivenza di un suono che non è soltanto un suono. Nonostante insomma band come Green Day, Rancid, NoFx e tutti i figli bastardi delle stagioni hardcore, emocore e degli incroci col metal e col rap, il punk oggi è bubble gum music, rock duro, grezzo e veloce, sparato senza rabbia, escapismo power-pop che non ha il nichilismo dei Sex Pistols, l’ironia ebete dei Ramones, il romanticismo ribelle dei Clash, l’urlo secco dei Damned, il sadomasochismo esistenziale degli Heartbreakers, la militanza dei Dead Kennedys…

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A raccontare questo movimento che ha danzato sul filo del rasoio tra ribellione e commercialità arriva Punk, la serie cult prodotta da Iggy Pop, il “padrino del punk”, e da John Varvatos, che andrà in onda dal 4 marzo (ore 21.15) in prima visione assoluta su Sky Arte (canale 120 e 400 di Sky). «Era una storia che doveva essere raccontata», dice Varvatos. «Spiega un modo di vivere e una cultura. Si trattava sempre di giovani artisti a cui non importavano le grandi etichette discografiche. E a loro non importava nemmeno del singolo numero uno o di Mtv; volevano solo uscire e suonare la loro musica. Poi è stato accolto da un pubblico più ampio negli anni Novanta, con gruppi come Green Day e NoFX, che lo hanno portato a una platea molto più vasta. In quel periodo, il punk divenne la musica numero uno in radio e Mtv».

Iggy Pop

Con un arco di storia del punk che inizia con le sue prime radici nella città natale di Varvatos a Detroit, alla fine degli anni Sessanta, fino ai giorni nostri, Punk traccia la complessa relazione con la fama e il successo che perseguitava ogni band punk che si rispettasse. «È davvero interessante vedere cosa è successo», continua Varvatos. «L’atteggiamento punk non è mai stato commerciale, ma la realtà – ed è espressa da alcune persone nel documentario – è che alla fine vuoi che la tua musica sia ascoltata. E quindi penso che molti di questi artisti che sono diventati più popolari non hanno iniziato desiderando il successo, la fama, stavano soltanto cercando di cavarsela. Alla fine, però, la loro musica è stata ascoltata da molte persone».

Dave Grohl

Sia Varvatos, sia l’iguana del rock, vogliono fare emergere in Punk che «questa storia sta continuando: quello spirito ribelle e quell’angoscia giovanile si diffondono con ogni generazione. Questo è il filo conduttore che tiene insieme l’intera storia». La serie, divisa in quattro parti, ripercorre le tappe fondamentali del punk attraverso interviste ai grandi nomi della scena musicale degli anni Settanta: John Rotten-Lydon dei Sex Pistols, Marky Ramone dei Ramones, Wayne Kramer dei MC5, Jello Biafra dei Dead Kennedys e i co-fondatori dei Blondie Debbie Harry e Chris Stein. Non mancheranno, inoltre le testimonianze di Dave Grohl, di Flea, ovvero il bassista dei Red Hot Chili Peppers, e Duff McKagan, il bassista dei Guns N’Roses. E «nell’episodio finale, mettiamo in evidenza molte band che si stanno facendo conoscere oggi in tutto il Paese e una di loro – Pretty Vicious dal Galles nel Regno Unito – è stata ingaggiata dalla mia etichetta Big Machine John Varvatos Records. Dal punto di vista musicale forse non sono punk come nel 1977, ma puoi sicuramente vederci le radici e l’angoscia».

Flea

Alcuni dei padri del punk – Debbie Harry, Johnny Rotten, Marky Ramone e Iggy stesso – erano presenti all’anteprima della serie tv a Los Angeles, contendendosi il ruolo di statista anziano. Ha vinto Rotten, che non ha perde mai occasione per provocare, resuscitando una rivalità di quarant’anni fa. «Sid Vicious era la star», aveva esclamato Ramone, sfidando il frontman dei Sex Pistols. «Esatto, lo era», la risposta sarcastica di Lydon. «Era la stella degli idioti falsi come te. Goditi le tue droghe del cazzo e buona morte».

Insomma, il punk ancora non è morto.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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