Cenerentola, i 70 anni della fiaba animata che salvò Walt Disney

Il classico d’animazione senza tempo fu il maggiore incasso del 1950, permettendo allo studio di ristabilirsi economicamente. A 70 anni dall’uscita in sala, si riaccende il dibattito sui modelli femminili moderni e indipendenti

C’era una volta Cenerentola o Cenerella, protagonista di un racconto popolare portato in auge dalle famose versioni di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, poi trasformata in una principessa vestita d’azzurro e cristallo nella trasposizione operata dal dodicesimo classico d’animazione Disney che ha da poco spento 70 candeline, riaccendendo prontamente il dibattito sui modelli femminili moderni e indipendenti, a discapito della poesia di una fiaba senza tempo.

Biancaneve nel 1937 balla con i sette nani ma Cenerentola è la prima a ballare nel salone di un castello insieme al principe azzurro. A tredici anni dal debutto della capostipite delle principesse, Walt Disney scommetteva su un’altra fiaba europea per superare le difficoltà economiche in cui versava la sua casa di produzione. Quando il titolo fu messo in produzione, nel 1948, sulla Walt Disney Production gravavano 4 milioni di dollari di debiti in seguito all’impasse con il mercato europeo dovuto alla Seconda guerra mondiale. Ben tre delle sue principali produzioni recenti – Pinocchio, del 1940, Fantasia, dello stesso anno, e Bambi, del 1942 – non avevano riscosso particolare successo al momento dell’uscita nelle sale (uscirono nuovamente al cinema negli anni successivi e andarono molto meglio).

Al dramma sociale e familiare della giovane orfana vessata dalla matrigna e dalle due sorellastre, è subito affiancata una schiera di animaletti parlanti che la aiutano a trasformare i suoi sogni in realtà. Cenerentola esordisce negli Stati Uniti il 15 febbraio 1950 in un cinema di Boston e realizza anche i desideri di papà Walt: costato 3 milioni di dollari, è il maggior incasso dell’anno con 95 milioni di dollari in tutto il mondo nonché successo di pubblico e critica, permettendo allo studio di ristabilirsi economicamente, pagare i debiti e pensare a nuovi progetti. Non solo la pellicola rivoluzionò l’idea stessa di “classico” ma si rivelò una scommessa vinta anche a livello socio-culturale, diventando oggetto di studio e analisi e lasciando in eredità il castello disegnato per il film (ispirato a quello di Neustwanstein del principe Ludwig in Baviera) in seguito realizzato a grandezza naturale nel Walt Disney World in Florida.

Il film, diretto da Wilfred Jackson, Hamilton Luske e Clyde Geronimi, viene presentato al festival di Venezia – dove il produttore riceve un premio speciale – nel ’51 vince l’Orso d’oro per miglior film musicale al primo Festival di Berlino e ottiene tre nomination agli Oscar per il miglior sonoro, colonna sonora e canzone per Bibbidi-Bobbidi-Boo. Fu ridistribuito nelle sale per cinque volte negli Usa e sette in Italia. La trasformazione dell’abito stracciato di Cenerentola in quello da ballo era la scena animata preferita dal papà di Topolino. Non solo per la bellezza delle animazioni di Marc Davis, ma anche perché rappresenta la filosofia Disney: i miracoli possono accadere se non si perde la speranza. La fiaba ha come tema il riscatto di Cenerentola, aiutata dalla Fata madrina, una creatura in grado di regalarle una serata magica con il tocco della sua bacchetta. Ma è la scarpetta di cristallo a cambiare per sempre le prospettive di vita della fanciulla. La versione Disney si era appropriata con licenza poetica delle tracce narrative delle omonime versioni letterarie, arricchendole con canzoni entrate ormai nell’immaginario fantastico di generazioni di spettatori come “I sogni son desideri” e “Questo è l’amor”.

Come già accaduto con Biancaneve, ancora una volta vengono usati modelli femminili, utilizzando la tecnica del live action footage. Negli studi Disney vengono ricreate le scene in veri e propri set, dove gli interpreti recitano davanti agli animatori, che possono così prendere spunto per le pose e le espressioni. Le modelle scelte sono la sua doppiatrice Ilene Woods e Helene Stanley, che qualche anno dopo avrebbe interpretato anche Aurora (La bella addormentata nel bosco) e Anita (La carica dei 101). La versione del film che conosciamo in Italia è quella doppiata nel 1967, che ha sostituito le voci originali criticate perché ritenute poco adatte. Inoltre, originariamente, il vestito da ballo di Cenerentola era azzurro, mentre nel film è bianco-argento: il cambiamento è avvenuto solo negli anni ’90, quando gli artisti incaricati di disegnare il poster della versione restaurata hanno dato una sfumatura azzurra all’abito.

Il film ha avuto due sequel, “Cenerentola II – Quando i sogni diventano realtà” del 2002 e “Cenerentola – Il gioco del destino” del 2007, destinati solo alla distribuzione home-video, che hanno incassato rispettivamente 120 e 90 milioni di dollari in tutto il mondo. Del 2015 il remake in live action diretto da Kenneth Branagh, con Cate Blanchett nei panni della matrigna, Lily James in quelli della principessa, con la fata Madrina di Helena Bonham Carter e il Principe Azzurro di Richard Madden. La fiaba con gli attori in carne e ossa ha riscosso un grandissimo successo di pubblico e critica, arrivando a guadagnare oltre 500 milioni di dollari in tutto il mondo. Senza dimenticare l’adattamento “moderno” di Pretty Woman, commedia romantica del 1990 con Julia Roberts e Richard Gere.

La Disney ha inoltre annunciato due progetti ispirati a Cenerentola e destinati alla piattaforma streaming Disney+, che arriverà in Italia il 24 marzo. Il primo è un film incentrato sulla fata madrina dal titolo Godmothered, diretto da Sharon Maguire, con Jillian Bell e Isla Fisher, per la sceneggiatura è firmata da Kari Granlund e Melissa Stack. Ambientato nel magico mondo di Motherland, la storia racconta di una giovane e inesperta fata madrina, Eleanor (Bell) che deve dare prova delle sue capacità aiutando una ragazza i cui desideri erano stati ignorati. Il secondo progetto è Sneakerella, una rivisitazione della storia di Cenerentola ma nell’ambito della cultura delle sneaker. Il film è scritto da Tamara Chestna, Mindy Stern, George Gore II e prodotto da Jane Startz. Inoltre la Sony ha annunciato una versione musical di Cinderella ambientata ai giorni nostri, scritta e diretta da Kay Cannon, con Camila Cabello nel ruolo della principessa.

Dai colori iconici – quando ancora il disegno a mano la faceva da padrone nella creazione di un capolavoro targato Mickey Mouse – Cenerentola fa sicuramente parte di un primo e tradizionale capitolo della produzione disneyana, partendo dall’antenata Biancaneve, in cui la protagonista femminile, spesso in pericolo, viene salvata dall’intervento di un principe azzurro. Certamente, tra 54 VHS e DVD, sì è approdati a una figura femminile molto più autonoma, libera e indipendente, capace di plasmare da sola il proprio destino con le sue uniche forze, come nel segno dei tempi la ribelle Merida di Brave e la più recente Elsa di Frozen, passando per Rapunzel e Oceania.

Qualche tempo fa, passarono alle cronache le dichiarazioni dirompenti dell’attrice Keira Knightley, che raccontava di aver vietato a sua figlia di tre anni di guardare Cenerentola, affermando perentoriamente che tale personaggio andasse bandito perché “aspetta che arrivi un uomo ricco per salvarla”. Ma ha senso processare le principesse Disney? Serve davvero alla causa delle donne vietare alle proprie figlie di guardare di guardare con ammirazione ai personaggi di Biancaneve, Aurora o Ariel? Oppure è un modo per distogliere (anche se inconsapevolmente e in perfetta buona fede) l’attenzione dai veri problemi con i quali tante donne continuano a dibattersi?

La crociata contro la fiaba classica in nome del femminismo non finirà per incentivare l’automatica formazione di giovani donne pronte a contare sulle proprie forze. Le fiabe pongono il bambino di fronte ai principali problemi umani, come il bisogno di essere amati, il senso d’inadeguatezza, l’angoscia della separazione, la paura della morte, semplificando le diverse situazioni attraverso la netta distinzione tra il bene e il male, incarnati spesso da personaggi iconici, e rendendo quindi distinto e chiaro ciò che nella realtà è complesso. L’espressione simbolica dei dissidi interiori, con le rispettive soluzioni finali, incoraggiano e supportano lo sviluppo emotivo e il pensiero critico del bambino stimolando la sua immaginazione, con riflessioni su quelle che sono le maggiori differenze tra fantastico e reale. Sta all’intelligenza del genitore fornire reali strumenti grazie ai quali una figlia può costruire e mantenere una personalità integra e fondata su valori contemporanei.

Cenerentola è costume e della storia pop di un mondo in continua rivoluzione. I sogni e i miracoli, con pazienza e senza mai perdere la speranza, possano realizzarsi ed è per questo che non invecchiano mai. Che poi non bastino una fata madrina, una bacchetta magica, una scarpetta di cristallo o il bacio di un principe per risolvere la complessità della vita, questo si impara durante il “viaggio”; così come riuscire a scrollarsi la cenere di dosso e rialzarsi, combattendo ingiustizie e angherie, con carattere, determinazione e un pizzico di fortuna.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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