“Tutti i dj continuano a lamentarsi che le canzoni durano troppo a lungo”, recita un testo particolarmente succinto di Shel Silverstein. “Così sono andato e mi sono scritto una canzone di 26 secondi”. Il poeta, cantautore e drammaturgo di Chicago pubblicò questa canzone, 26 Seconds appunto, nel 1972, quando ancora lo streaming non veniva immaginato neanche dai film di fantascienza. Nell’era Spotify, che raccomanda la brevità, perché le statistiche indicano che l’utente dedica soltanto 30 secondi all’ascolto di una canzone, prima di passare al brano successivo, sono i mordaci e birichini Magnetic Fields a rispondere con Quickies, un album nel quale battono il record di Silverstein con una canzone di appena 17 secondi. Che, tuttavia, non è da Guinness, perché la band metal Napalm Death ha fatto di meglio nel 1987 con You Suffer, la canzone certificata la più breve del mondo della durata di 6 secondi.

La brevità caratterizza tutto il disco, con pezzi che vanno dal minimo dei 17 secondi di Death Pact (Let’s Make A) al massimo dei due minuti e 35 secondi di Come, Life, Shaker Life!. «Ho letto molte storie molto brevi e mi è piaciuto scrivere 101 Two-Letter Words, il libro di poesie sulle parole più brevi che puoi usare in Scrabble», spiega Stephin Merritt, “mente” della band americana, introducendo il disco. «Ho ascoltato anche molta musica di clavicembalo barocco francese. Il clavicembalo non si presta a languire. Quindi ho pensato a uno strumento alla volta, ho suonato per circa un minuto e poi mi sono fermato, e ho pensato a narrazioni lunghe soltanto poche righe. Inoltre, avevo usato molti piccoli quaderni, quindi quando raggiungevo la fine della pagina, avevo fatto una breve strada. Ora che sto lavorando a un altro album, sto imponendo una regola per notebook di grandi dimensioni in modo da non fare Quickies due volte di seguito».
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Non è la prima volta che Merritt dà un tema portante ai suoi album. In passato è accaduto con ambiziose opere quali 69 Love Songs e 50 Song Memoir. Questa volta, come suggerisce il titolo Quickies (sveltine), sono schizzi, brevi ritratti di personaggi evocativi. La narratrice di The Best Cup of Coffee in Tennessee ha grandi progetti di sposare una cameriera, che non è informata di quel piano, mentre When the Brat Upstairs Got a Drum Kit racconta una tenera storia di una coppia la cui estasi d’amore li isola dall’hobby della batteria del vicino, anche quando il loro tetto cede. La canzone più breve dell’album, Death Pact (Let’s Make A), descrive una relazione comica in appena quattro righe, mentre You have Got a Friend in Beelzebub è un anti-inno esilarante e blasfemo nel quale un elenco di demoni viene consultato alla ricerca di amici e possibili partner romantici. Laddove molti cantautori passano decenni senza offrire una visione del mondo, Merritt stringe il suo giudizio in un battito di ciglia. “Miliardi hanno riso e nessuno ha pianto”, canta in apertura del brano The Day the Politicians Died (il giorno della morte dei politici).

Ovviamente, come sottintende il titolo “sveltine”, l’album, che è il dodicesimo nella carriera della band, è pieno zeppo di canzoni sul sesso. Bathroom Quickie, con Shirley Simms alla voce principale, è un inno al sesso pubblico alimentato da alcune rime prevedibili: sveltina, succhiotti, appiccicoso. Una canzone rock ispirata ai Kinks che racconta la storia di un ornitologo, The Biggest Tits in History, è apparentemente più casta di quanto suggerisce il titolo, facendo del fieno cattivo il significato alternativo della parola “tit” (tette). Il personaggio principale del brano di chiusura, I Wish I Were a Prostitute Again, ricorda tutte le cose degradanti che un ex cliente era solito chiedere, per poi rianimarsi quando eredita 10 milioni di dollari da quel frequentatore. La voce profonda e dolorosa di Merritt e il ritmo cupo evocano la sofferenza del personaggio, che canta volgarità come: “Mi ha pagato per le mie urine / Mi ha pagato per la mia cacca”.
Musicalmente nomade, Merritt, di educazione musicale classica, nelle 28 canzoni che compongono l’album per un totale di circa 41 minuti, spazia continuamente e avventurosamente dal folk all’elettronica, dal pop all’avanguardia, dal musical hollywoodiano al cabaret, dai Beach Boys a Nashville, dal Beat ai suoi amati Abba, in un continuo alternarsi di atmosfere.
Ritratti divertenti e toccanti, che pongono domande filosofiche più ampie e profonde: cosa rende qualcuno attraente per noi quando gli altri li trovano disgustosi? Perché la vita domestica sembra così limitata, mentre il pericolo ci eccita? Perché guardiamo con affetto ai momenti più bui della nostra vita? La capacità di Merritt di fondere commedia e angoscia attraverso studi di personaggi attentamente osservati è uno dei suoi più grandi punti di forza.

A fare il paio con Quickies il nuovo album della band di Manchester, The 1975, intitolato Notes on a Conditional Form. Anche in questo caso i brani sono più di una ventina, ma per una durata doppia: ben 80 minuti. Notes on a Conditional Form è un album che sembra essere cresciuto in modo sproporzionato. Inizialmente inteso come sequel dello straordinario A Brief Inquiry into Online Relationshipsdel 2018, alla fine per essere completato ha richiesto 19 mesi di lavoro in 15 studi di quattro Paesi diversi.
Matty Healy, la “mente” dei 1975, sembra gareggiare in genialità e follia con Stephin Merritt dei Magnetic Fields. L’album comincia con uno strumentale che sostiene un lungo discorso di Greta Thunberg. Segue una traccia punk tremolante, un’esplosione di sperimentazione post-dubstep, una canzone pop mainstream, poi s’infila nei meandri dei Radiohead stile Kid-A per passare a una ballata acustica. Man mano che si va avanti continuano ad accumularsi stili e generi musicali: rap, elettronica, rock Mtv anni Ottanta, sembra di sfogliare random una playlist di Spotify. L’eclettismo fa parte del fascino dei 1975, ma qui raggiunge vette che disorientano. Ci sono canzoni fantastiche in questo album, splendide melodie e brillanti sperimentazioni, ma gli spunti positivi vanno sperdendosi tra gli interludi strumentali insignificanti. Un caos creativo che influenza anche i testi, anch’essi un miscuglio di argomenti.




