Cinema

Hillary Clinton in her own words

A proprio agio sotto i riflettori di Berlino, l’ex candidata alla presidenza Usa è un fiume in piena: dalla lotta per i diritti a quella per la democrazia, tra Trump, Putin, Sanders e Weinstein

Berlino, Haus der Festspiele. Nell’elegante quartiere di Charlottenburg, Hillary è accolta dal ministro della cultura Monika Grütters e sul palco della Berlinale è subito ovazione. La sala dove sono state appena proiettate le quattro parti della docu-serie che la vedere protagonista è gremita di supporter, fan o semplici appassionati, tutti egualmente conquistati dalla cavalcata di 240 minuti in mezzo secolo di vittorie, di sconfitte e di battaglia femminista della donna che più è andata vicina a essere presidente degli Stati Uniti. Con la consueta elegante spavalderia, sembra a proprio agio sotto i riflettori. È un fiume in piena che si racconta senza omissioni, svelando, senza censura, opinioni e scelte di una donna che come nessuna ha definito la politica americana, ma spesso ritratta, a torto o a ragione, come carrierista, calcolatrice, manipolatrice e insincera.

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«Sono preoccupata del diffondersi delle malattie – dice l’ex Segretario di Stato – perché non abbiamo un sistema nazionale e internazionale che sia in grado di reggere ovunque, come sta succedendo adesso con il Coronavirus. E sono preoccupata per la democrazia, per la sostenibilità della democrazia, perché la gente è arrabbiata, annoiata, scoraggiata, dà credito alle teorie della cospirazione. Le lotte contro i populisti non sono più una lotta politica, ma una lotta culturale. Per non rinunciare ancora una volta alle libertà, ai diritti delle donne e degli omosessuali, ai passi avanti nelle politiche sull’immigrazione. Gli unici politici che negli ultimi 20 anni hanno vinto due elezioni l’hanno fatto puntando sulla speranza. Volevano che la gente credesse di poter essere migliore e speravano in un futuro più inclusivo e sicuro. L’ascesa di leader autoritari che non rispettano i diritti umani e delle minoranze, oggi così tristemente popolari, sono una seria minaccia alla democrazia».

Su Trump, l’ex candidata alla presidenza parla a ruota libera: «Prima del voto c’è stato il tentativo sistematico di delegittimarmi, creando una visione di me non corrispondente alla realtà. Ha ordinato di distruggermi usando informazioni dei servizi segreti. Sono le persone che scelgono i loro leader, non potenze straniere, bugie o propaganda. Questo riguarda tutti i paesi democratici». Il dito puntato va alle presidenziali 2016, che hanno consegnato l’America al populismo di segno maschilista dopo aver travolto la Clinton nello scandalo delle email: «hanno manipolato il processo elettorale, investendo molto denaro per farlo vincere. Putin aveva chiaro il mio impegno a difesa della libertà, del rapporto transatlantico, della Nato e dell’UE. Trump è innamorato dei leader autoritari, ai quali piace mandare in galera i propri oppositori e fare qualunque cosa a prescindere dai limiti legali. Ha denunciato l’accordo con l’Iran, screditato la lotta contro i cambiamenti climatici, minato il nostro ruolo nel mondo. Quando Trump parla a tu per tu con Putin, non c’è nessuno a prendere appunti. Il presidente Obama e io abbiamo incontrato centinaia di leader ma c’era sempre un trascrittore. Non volevamo fraintendimenti. Trovo molto grave che leader autocrati vengano incoraggiati dal presidente americano». E ancora: «Non mi spingo tanto lontano da dire che è un Manchurian candidate, con l’agenda politica di qualcun altro, ma dico che ammira Putin e si è dimostrato straordinariamente disponibile a sposarne le posizioni. Con Obama eravamo molto preoccupati, anche se non pensavamo che Trump potesse vincere…».

Dopo la sconfitta elettorale, ha scritto il libro “What Happened?” «perché davvero non capivo cosa fosse successo. Avrei preferito avere più donne in corsa, così da normalizzare il processo delle elezioni. Stavolta per fortuna c’erano. A quei tempi ero l’unica donna in lizza, quindi ogni aspettativa e pregiudizio nei confronti di tutto il genere femminile veniva riversato su di me. Desideravo avere colleghe con cui dividere la scena, soprattutto in un’epoca in cui ci si stupiva che una donna potesse esprimere delle opinioni. Abbiamo fatto qualche progresso verso l’uguaglianza, ma è ancora lontana». Hillary risfodera la combattività che la definisce: «La verità è che sono sempre stata molto popolare quando ero al servizio d’altri. Quando ho lasciato la Segreteria di Stato avevo un tasso d’approvazione del 79%! Ero la figura pubblica più amata. Ma quando ho voluto diventare politicamente attiva, in modo indipendente, come senatrice o candidata alla presidenza, sono stata ripetutamente trattata con ostilità e vittima degli stereotipi. È giunto il momento di affrontare tali pregiudizi, in particolare quelli diretti contro le donne».

Il pensiero volge alle marce femminili organizzate in occasione dell’insediamento di Trump: «Ero felice: marciavano con le mie citazioni sulle t-shirt o sui poster. Quella resistenza è stata importante, non potevamo semplicemente esprimere il nostro disgusto e girarci dall’altro lato. Dovevamo reagire. Oggi per la prima volta in Virginia una donna è lo speaker del Congresso, grazie all’Equal Rights Amendment che ha eliminato il divieto». Perché, spiega Hillary, «femminismo significa che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini nell’economia, nella politica, nella società. Non più, non meno. E che questa uguaglianza sia scritta nelle leggi e scontata nella pratica». Eppure, aggiunge, «siamo in ritardo su qualsiasi fronte con il 50/50. Quando negli anni ’70 dissi a Ruth Bader Ginsburg che, nonostante lavorassi come avvocato, non riuscivo ad avere una carta di credito a nome mio, mi rispose che non dobbiamo mai e poi mai chiedere più diritti per noi, dobbiamo pretendere gli stessi degli uomini. Ci stiamo arrivando ma a oggi il nostro problema è il pregiudizio inconscio, il fatto che un politico donna che si agita sia considerata isterica e un politico uomo che lo fa invece no. A lungo le orchestre americane erano formate solo da uomini e i direttori dicevano che ai provini non trovavano donne sufficientemente pronte. Quando poi hanno cominciato a fare provini al buio, senza vedere chi stesse suonando, le orchestre si sono riempite di donne».

Oggi non è più in corsa per niente, si gode la famiglia e i tre nipoti. Ma continua a influenzare la scena politica internazionale e, come americana, come cittadina del mondo, si dice indignata. «Sosterrò il candidato democratico, ma sono padrona di fare le mie valutazioni sulla base della mia esperienza». Il giudizio su Bernie Sanders è lapidario: «È stato al Congresso per anni: non piace a nessuno, nessuno vuole lavorare con lui, non ha mai concluso nulla. È un politico di carriera» dice di lui Madame Secretary «Non ho riserve solo su di lui ma anche sulla cultura della sua campagna, del suo team e dei suoi principali sostenitori. Se penso al sito Bernie Bros e ai continui attacchi contro gli avversari democratici, in particolare le donne, trovo molto preoccupante che Sanders non solo permetta ma incoraggi questa campagna denigratoria». C’è spazio a margine per commentare la condanna di Harvey Weinstein, liquidata dal presidente Usa come “una grande vittoria per le donne, un messaggio molto forte contro un personaggio che piaceva solo ai democratici”. Non tarda ad arrivare la salda replica di Hillary: «Il verdetto parla da solo – dice in proposito – Ovviamente, è un caso che ha ingenerato molta attenzione e curiosità tra la gente, perché è tempo che ci si prenda la responsabilità per azioni del genere e, a quanto pare, la giuria la pensa allo stesso modo». Non nega il supporto dell’ex orco di Hollywood ai democratici, dalla campagna di Obama a quella di John Kerry o di Al Gore, sebbene dubiti fortemente «che quanto sia appena accaduto rallenterà altri dal contribuire alle campagne elettorali, ma di sicuro metterà un punto sul tipo di comportamenti per cui Weinstein è stato condannato». Ma il mondo sarebbe un posto migliore se fosse governato dalle donne? «Diamo loro una chance di provarlo. Chelsea ne è sicura. Io non dico che le donne siano superiori agli uomini, ma dico che le esperienze delle donne sono esperienze di vita e che alcune delle nostre battaglie dovrebbero essere molto più rappresentate in ogni aspetto della nostra società, che sia la politica o lo spettacolo».

«Ho vissuto una vita piena di alti e bassi, successi e delusioni». Hillary si ferma un attimo, fa un sospiro e una lunga pausa. «A una presentazione del libro che ho scritto insieme a mia figlia, mi hanno chiesto qual è stata la decisione più coraggiosa della mia vita. Ho risposto subito: continuare il mio matrimonio». Non crede di essere già arrivata al punto della propria vita in cui guardarsi indietro e tirare le somme. Ma si dice certa di non voler entrare nei libri di storia come lo stratega politico ambizioso e inavvicinabile che è stato sconfitto nella battaglia decisiva. E neanche come la cattiva strega che dipingeva il presidente Trump con le sue infantili calunnie. «Mi preoccupo delle battaglia per la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, per l’assistenza sanitaria e la non rielezione di Trump». Nel 2016 ottenne 3 milioni di voti in più dello sfidante. E si verificarono eventi senza precedenti. Alcuni, come l’interferenza russa, sembrano ripetersi anche questa volta. Ma Hillary è certa sarà una sfida ardua: «Credo che possiamo e dobbiamo farcela e farò di tutto perché questo accada». Ma chi vorrebbe come prossimo Presidente degli Stati Uniti? La risposta è serafica, accompagnata dalla tradizionale risata. «Posso dire con sicurezza chi non vorrei: l’attuale».

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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