Cultura

“Il colore del tempo” di Federico De Roberto

Pubblicato per la prima volta all’inizio del 1900 ci offre in alcune lucidissime pagine un ritratto morale della modernità che abitiamo

Con De Roberto ho un rapporto che definirei singolare. Quasi di altri tempi. Per me non è solo uno scrittore, ma è quasi una presenza, che io non cerco mai, e che periodicamente ricompare, a volte anche a distanza di molti anni nella mia vita, e mi fa scoprire qualche suo libro, di cui non conoscevo l’esistenza. Accanto allo scrittore mi capita così di percepire l’uomo, e lo immagino un gran signore, pensieroso, discreto nelle relazioni, di indole riflessiva, che per essere compreso richiede pazienza, lentezza e capacità di ascolto.

Una volta, ricordo, ero in treno e andavo da Siracusa a Noto, e intorno a me infuriava la torrida estate siciliana. Nello scompartimento accanto a me c’erano degli spagnoli e uno di loro leggeva nella sua lingua “I Viceré”. Di recente, prima della pandemia, mi è capitato di nuovo di imbattermi in lui; in una città molto diversa per tradizione e storia: Firenze. Ero in via Cavour e su una bancarella, dove mi rifornisco di libri usati, ho notato un’edizione de “Il colore del tempo” edita da Librerie Arion, in soli 300 esemplari e rilegata in pelle, con una prefazione di Renato Minore. Non ho resistito alla tentazione di acquistarla e così ho scoperto un De Roberto, che fino a qualche mese fa non conoscevo, cioè non solo scrittore ma anche saggista, che si cimenta senza perdersi in dettagli eruditi con una sfida ardua, cioè definire il proprio tempo, e che nel farlo getta una luce anche sul nostro presente.

“Il colore del tempo” è stato pubblicato per la prima volta all’inizio del 1900, ma ci offre in alcune lucidissime pagine un ritratto morale della modernità che noi abitiamo, dei cattivi costumi del secolo scorso, ma che si perpetuano ancora nel nostro, quale quello ad esempio di fare un uso sbagliato della parola, alimentando in questo modo falsità e facendole perdere quel valore che le avevano assegnato gli antichi, cioè di ricerca della verità. De Roberto scrive (pag. 210):

In verità questo secolo, se non fosse il secolo della scienza, sarebbe quello della critica. L’occupazione prediletta, non solamente dalla folla incapace di far altro, ma anche dalle persone illuminate, è quella di criticare uomini e cose. […]

Basti pensare al cattivo costume della polemica sterile che ogni giorno attraversa la cronaca politica e di varia umanità, alla chiacchiera fine a sé stessa prima da bar e ultimamente attraverso i social, per capire quanto De Roberto aveva visto lontano e come fotografando il suo tempo ci aiuti a svelare il nostro. Ciò ci fa capire anche la necessità di recuperare il valore della parola come ricerca della verità, della sua sobrietà, e anche della sua onestà, se non si vuole dire tutto e il contrario di tutto. È chiaro che De Roberto non mette in discussione la critica come esercizio della ragione critica, ma il mal costume di una società degenerata, che tende a lamentarsi per ogni cosa e pensa che questa sia ‘critica’ o esercizio della libertà. Questo atteggiamento era presente anche nel mondo antico, ma in quello moderno è diventato più frequente, perché è frutto secondo De Roberto dell’incapacità di fare e di creare dell’età moderna (p. 210):

[…] La ragione c’è ed è grave, e consiste nell’infiacchimento della volontà. La timidezza della quale abbiamo ragionato ne è un semplice caso. […]

L’assenza di volontà, l’incapacità di agire, l’eccessiva riflessione come malattia, in quanto l’uomo è fatto di corpo e mente, sono i mali della nostra modernità, in cui si può riflettere senza fare un uso della ragione, si può usare la parola svilendola di quella che è la funzione della ricerca della verità. De Roberto considera il suo tempo di ‘colore oscuro ’, pieno di ‘gemebondi predicatori della sciagura universale e irreparabile’ e di ‘cogitabondi solutori di problemi impossibili’, di ‘critici dilettanti e impotenti’. Ne dà insomma un’immagine tremenda e impietosa. Mi domando che cosa avrebbe pensato del nostro se oggi fosse ancora vivo. Ma in fondo, se ci pensiamo bene, non è molto diverso dal suo, e forse proprio in questo, cioè nella possibilità di leggere nelle sue parole alcuni aspetti del nostro presente, è tutta la modernità di questo libro che ha ancora qualcosa da insegnarci.

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Francesco Capaldo

Poeta, drammaturgo, critico letterario. I suoi più recenti libri sono "La promessa del giorno" (Ladolfi, 2017) e il dramma "La signora Orlandi" (Ladolfi, 2017). Ha curato inoltre un commento ai "Canti" di Giacomo Leopardi per Demetra (Giunti, 2019). Fa parte della redazione della rivista Gradiva (Olschki Editore).
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