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«Nessuno può essere licenziato perché gay»: cosa cambia con la sentenza della Corte Usa

Lo storico pronunciamento estende il Civil Rights Act del 1964, includendo le persone Lgbtq

Con una decisione storica la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che nessuna persona può essere licenziata perché gay o transgender. È un passo che estende l’interpretazione del Civil Rights Act, la legge cardine sui diritti civili, approvata dal Congresso e firmata dal presidente Lyndon Johnson il 2 luglio del 1964. In particolare il titolo VII («Equal empolyment opportunity definitions») proibisce ogni forma di discriminazione in tema di occupazione e mansioni lavorative «sulla base della etnia, della religione, della nazionalità e del genere sessuale»

«Un datore di lavoro – si legge nella sentenza – che licenzia un individuo per il fatto di essere omosessuale o transgender licenzia quella persona per caratteristiche o azioni che non avrebbe messo in discussione nei membri di un sesso diverso. Il sesso svolge un ruolo necessario e indiscutibile nella decisione, esattamente ciò che il Titolo VII vieta». La sentenza, dunque, afferma che il titolo VII del Civil Rights Act del 1964 protegge non solo dalla discriminazioni basate sulla razza o la religione ma anche da quelle basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Dunque, protegge anche i lavoratori Lgbt.

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La presa di posizione della Corte Suprema avrà prevedibilmente un grande impatto per gli oltre 8 milioni di lavoratori Lgbt in tutto il Paese: la maggior parte degli Stati Usa infatti non li proteggeva fino ad ora dalle discriminazioni sui luoghi di lavoro. Negli anni della presidenza di Barack Obama, la commissione federale Equal Employment Opportunity aveva modificato la sua interpretazione della legislazione sui diritti umani per includere la discriminazione contro le persone Lgbt. Ma l’amministrazione Trump aveva cambiato linea rispetto al suo precedessore, facendo fare passi indietro sulla tutela dei diritti del movimento Lgbt.

La Corte ha esaminato tre casi. Due riguardano discriminazioni subite da omosessuali. Gerald Bostock licenziato dalla Contea di Clayton, in Georgia, perché si era iscritto nel campionato gay di softball. Anche Donald Zarda, istruttore di sky diving, una forma di paracadutismo, perse il posto quando disse di essere gay. Zarda è morto in un incidente nel 2014, ma i suoi colleghi hanno portato avanti la causa. L’ultimo dossier riguarda Aimee Stephens, una donna transgender del Michigan che lavorava in un’azienda di pompe funebri e che aveva accusato il suo capo di averla licenziata dopo l’operazione per cambiare genere.

Sul piano politico-sociale il pronunciamento, nel pieno delle proteste per l’omicidio di George Floyd, rilancia la stagione delle battaglie per i diritti civili. Il Civil Rights Act fu il risultato delle proteste afroamericane, guidate da Martin Luther King. Il lungo testo della normativa riflette lo sforzo di chiudere l’epoca della segregazione dei «black people» ovunque, dalla scuola ai mezzi di trasporto; dagli ospedali al posto di lavoro. Le altre fattispecie, come il genere sessuale, furono disciplinate in modo più generico. Ora, quasi sessant’anni dopo, la Corte Suprema ha completato quel disegno.

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