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Il mito edificante della Sicilia rusticana, dal grande schermo alla rilettura dell’opera

A trent’anni da “Il Padrino – Parte III”, il recente allestimento taorminese che rilegge la celebre opera di Mascagni, suggestione cinematografica di Scorsese e Coppola, ritrova Elena Lo Forte, storica interprete di Santuzza nel cult del 1990

Era il 1980 quando Martin Scorsese, citando un celebre Intermezzo nei titoli iniziali di Toro Scatenato, indagava il machismo, l’orgoglio e la gelosia degli italo-americani e descriveva, con un’aura rarefatta e un senso irripetibile di poesia, la parabola sportiva del campione Jack LaMotta, intento ad allenarsi tra le corde del ring in una fitta nebbia e avvolto nel suo accappatoio maculato. Esattamente dieci anni più tardi, Francis Ford Coppola, anch’egli navigato esponente dei Movie Brats e della New Hollywood, prendeva in prestito dal repertorio operistico “Cavalleria Rusticana” per il finale della parte terza della fortunata trilogia de “Il Padrino”, con una soluzione di finzione nella finzione ambientata al Teatro Massimo di Palermo (che avrebbe in realtà riaperto i battenti solo nel 1997).

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Una rappresentazione, quella, che ruota intorno a Franc D’Ambrosio, cantate di musica leggera nemmeno tanto dotato che interpreta il figlio di Al Pacino, e che vede la regia teatrale firmata da Beppe De Tomasi invero di per sé deludente dal punto di vista cinematografico, ben lontana dai risultati già ottenuti da Bertolucci ne “La luna”, del 1979, con le sequenze da “Un ballo in maschera” di Verdi. Abbinato a “L’Arlésienne” di Bizet – probabilmente un balletto tratto dalla suite omonima – l’unico titolo di Mascagni a essere rimasto in repertorio (eccezion fatta parzialmente per “L’amico Fritz”) porta in scena, così come la novella di Verga, la forma più pura ed edificante del mito e luogo comune siciliano di uno spavaldo senso dell’orgoglio e dell’onore profondamente radicato. Lo sapeva bene Carmine Coppola, padre di Francis – flautista nell’orchesta NBC di Toscanini e autore delle musiche dopo la morte di Nino Rota – che non rispetta la scansione lineare dei numeri musicali ma che al culmine del tragico epilogo fa un uso sapiente proprio dell’Intermezzo al di fuori del contesto operistico, accompagnando con le celebri note i lenti flashback dei momenti felici della vita della famiglia Corleone fino all’immagine di un vecchio e debole Michael che siede da solo nel giardino di Don Tommasino e improvvisamente si accascia sulla sedia, cadendo a terra.

Felice congiuntura appare, in questo senso, l’allestimento di Cavalleria Rusticana andato in scena nell’ambito del Festival lirico dei Teatri di Pietra, promosso dal Coro Lirico Siciliano, che, proprio al Teatro Antico di quella Taormina a più riprese tanto cara a Coppola, ha visto protagonista il soprano Elena Lo Forte, nuovamente nei fortunati panni di Santuzza con i quali ha debuttato su numerosi palcoscenici operistici e ha eternato la propria partecipazione alla rappresentazione di Cavalleria nella terza parte della trilogia del regista sei volte Premio Oscar. L’immaginario intreccio tragico incentrato sul triangolo amoroso dell’opera d’ispirazione verista riprende vita e ritrova spasimi in una produzione che ha senz’altro il merito di attestarsi tra le prime in forma scenica completa, senza tagli e non in mera veste di concerto, e di aver parimenti fatto ricorso a una messa in scena capace di conciliare il distanziamento degli artisti con soluzioni oculate che, con una serie di interventi registici sistematici e organici, pongono in risalto i corpi, le voci e la musica. Il sito archeologico, dal canto suo, si lascia ammirare e si presenta allo spettatore in un’inedita veste scenica, quella naturale del grande momumento che, tra poche sedie e orpelli, valorizza la propria identità millenaria, trasudando secoli di storia e prestando le “quinte” ormai solo ideali della skené, con le sue imponenti colonne, all’azione in un’immaginaria piazza di Vizzini di fine Ottocento e a una regia asciutta ed essenziale, frutto di meditata e fortemente simbolica lettura.

Se la bellezza architettonica delle rovine, che si stagliano sull’impareggiabile sfondo dell’Etna e della baia di Naxos, supplisce anzi costituisce una ben illuminata e assolata scenografia rurale, la distribuzione delle masse da parte del regista Salvo Dolce è sapiente e oculata. Operando per sottrazione, la reinvenzione riesce e convince: si approda quindi con naturalezza, e senza discostarsi dai principali canoni e temi drammaturgici, a un’eleganza minimalista che cita implicitamente la tragedia greca, con il coro ad assumare quasi la funzione affidatagli da Eschile e Sofocle – tra la parodo e gli stasimi – di testimone ora statico ora dinamico e di voce critica al contempo. Sempre presente in scena, il coro è personaggio plastico ma anche monito costante e segno premonitore della tragedia che ineluttabilmente si consuma man mano che i solisti portano avanti il discorso lirico in una Sicilia di passioni sensuali il cui contesto in un primo momento appare metafisico e onirico e poi dissimula la violenza latente del suo crudo sostrato rusticano.

A introdurre l’elemento di novità sono invece i costumi contemporanei (con i gioielli creati da David Brancato) descrittivi di forme seducenti e sensuali, espressione talvolta di una donna pienamente emancipata, esaltata anche dai tacchi a spillo calzati dalla stessa Santuzza, simbolico ossimorico e attualizzazione di un paradigma femminile ormai altrimenti anacronistico. E c’è, infatti, la donna devota e disonorata, con tutta la sua umana tensione, al centro di questa Cavalleria che avvince proprio per l’ostinata ricerca di un’indipendenza e di una risoluzione del conflitto passionale, non scevra da pietà per l’umanità dell’errore, che si spiega infine con la vendetta dell’adulterio, indi col sanguinario duello che lava col sangue l’onta del tradimento. Se la camicia insanguinata di Turiddu – con la Siciliana intonata in scena – ha nel preludio funzione di prologo, cresce parallelamente, e musicalmente e scenicamente, l’azione con le scene d’insieme e i momenti di maggiore lirismo.

Punto di svolta, sul piano della messinscena è proprio la Mala Pasqua, che già era stata oggetto di riduzione melodrammatica ad opera di Stanlislao Gastaldon, su libretto di Bartocci-Fontana, con la complessa vicenda giudiziaria che ne seguì. Da lì, tra momenti di recitativo che si sviluppano in arioso, il discorso s’incanala presto su binari drammatici prima nell’accorata richiesta di Santuzza, che non si sottrae a un’ottima espansione melodica, e poi nella splendida esecuzione sinfonico-corale della scrittura solenne di matrice quasi rinascimentale del Regina Coeli, con la sezione in italiano e tutta l’aura mistica della musica sacra. E nell’atteso finale, con il tragico epilogo che rievoca simbolicamente quel Cristo tutto umano più volte in scena, è un crescendo di emozioni sugellate dall’efficace gioco di luci descrittive e caratterizzanti di Gabriele Circo, tali da esaltare, insieme alle coreografie, le doti di uno spettacolo che, nella sua plasticità, innova con discrezione ed emoziona nella tradizione.

Sul piano squisitamente interpretativo, Elena Lo Forte è una quanto mai intensa Santuzza, donna passionale e appasionata, sedotta e abbandonata ma dominante, indipendente, moderna, che si libera del cliché della devozione e dalla religiosità della cultura di stampo popolare in favore di una ben più problematica attualizzazione della partita a scacchi della seduzione. Con un personaggio introspettivamente scavato, con sonorità profonde, colore, tecnica e duttilità del mezzo, incide emotivamente e scenicamente, dove tra una sapiente mimica e timorate velature di capo si conferma una certezza nel ruolo. Angelo Villari è piacevole e sicura conferma: vocalmente e attorialmente perfetto, con tutti gli impeti di un giovane “tornato da fare il soldato”, s’impone col suo timbro caldo e squillante, con un mezzo maturo e potente; incanta. Con la sua vigorosa e solida espressività, non interpreta Turiddu ma lo incarna. Incide meno la prova di Alberto Mastromarino che, pur con ieratica autorevolezza ed esperienza nei panni del geloso carrettiere, non riesce a restituire pienamente la sua tecnica e con puntuale vigore armonico l’agitato tema in crescendo delle sue sortite, invece fin troppo rilassate. Poco estroversa ma corretta la Lola di Leonora Sofia che, a parte l’abitino rosso, non brilla di intrapredenza attoriale, così come la Lucia di Maria Motta, che riesce tuttavia a essere discreta e delicata. Le splendide pagine del livornese sono state esaltate dalla concertazione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, diretta dall’attenta bacchetta di Lorenzo Trazzeri, che è stata protagonista di un’esecuzione accurata, con passo narrativo ora solenne ora più meditato sull’attesa lancinante che precede l’esplosione delle passioni e le così tradizionali e iconiche nuances più struggenti e assolute, salvo poi approdare al breve ma intenso Intermezzo che, al termine dell’ottava scena, veleggia come un fruscio di archi. Indiscusso protagonista in scena il Coro Lirico Siciliano, già Oscar della Lirica 2017, istruito da Francesco Costa, che conferma tutto il suo pregio sottolineando, con autorevolezza e raffinata espressività, l’efficacia e la precisa caratterizzazione identitaria di un’affiatata compagine che si contraddistingue per affidabilità e studiata presenza scenica. Ed è felicissimo questo naturale connubio tra le due realtà artistiche del panorama musicale nazionale.

E così, le vicende edite sul Fanfulla della Domenica il 14 marzo 1880, con cui Verga indaga con metodo verista i meccanismi della mentalità popolare in una tranche de vie nuda e cruda, consolatoria e accecante, sono state saccheggiate dall’industria cinematografica ma prontamente, ancora una volta, riadattate per la scena teatrale per la loro condensata carica emotiva. L’episodio di vita paesana di un contesto rurale di marginalità geografica e sociale risuona ancora una volta più attuale che mai e i “vinti” trovano udienza sulla scena lirica con moti profondi, tradotti in un linguaggio essenziale e poetico. In una millenaria cornice estiva e in uno scenario naturale d’eccezione, le nude colonne del Teatro rendono simbolicamente omaggio a un settore che ha bisogno, ora più che mai, di ripartire dopo lunghi mesi di buio e di sconforto. E ben venga la sfida creativa di ripensare in modo intelligente a una stagione di eventi. Foss’anche per la speranza di una rinascita e di ritorno alla vita e all’arte.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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