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Quando il MiBACT mette al bando il cinema

Le discutibili attribuzioni economiche da parte del MiBACT e della Direzione Generale Cinema gratificano i "festival degli ombrelloni" e sacrificano le realtà qualificate che la cultura cinematografica la promuovo realmente. In barba agli stessi requisiti richiesti dal bando

Profonda indignazione e dissenso. Non possono essere differenti i sentimenti – ampiamente diffusi tra tanti operatori del settore cinematografico italiano – e spontaneamente sorti dopo la pubblicazione dei contributi, con i relativi importi, riconosciuti e assegnati ai festival e alle rassegne e alle altre attività di promozione cinematografica dal MiBACT e dalla Direzione Generale Cinema in merito al relativo bando annuale ex art. 27 della legge n. 220 del 2016. Smetto i panni professionali all’interno del mio ecosistema festivaliero e sento il dovere civico e giornalistico di un meditato approfondimento che, lungi dal suonare un J’accuse contro l’Istituzione o un editoriale degno di Zola (lo scrittore, non il calciatore, è inteso), vuole essere un invito alla riflessione, da utente e fruitore ancor prima che da addetto ai lavori.

Sono stati 121 i festival e le rassegne ammesse, ai quali si aggiungono 17 premi e ben 56 progetti. Ebbene, indipendentemente dal valore della singola iniziativa – valore indubbiamente suscettibile di valutazione soggettiva che in quanto tale afferisce all’ambito dell’opinione individuale – il suddetto bando prevede e disciplina espressamente puntuali parametri e criteri che, nella loro oggettività e per ciascuna voce dell’istanza presentata dai candidati, avrebbero dovuto ispirare le valutazioni – quelle sì, proporzionalmente oggettive – delle commissioni preposte. E, come da più parti rilevato nelle ultime ore, francamente sfugge il nesso causale (e razionale) che consacra talune realtà, assolutamente prive dei suddetti, a discapito di numerosissime altre che risultano fortemente svilite, vilipese e mortificate nello sforzo produttivo di promuovere – realmente – il cinema e l’audiovisivo. Si badi bene, non si tratta di una crociata dei più poveri né di un’utopica lotta di classe. Ma di un caso manifesto e conclamato che palesa le sempre più arbitrarie (ma disciplinatissime) valutazioni da parte di presunti tecnici del settore per conto delle Istituzioni. E, purtroppo, a questo punto è un’evidenza.

Le opzioni sono due, e nessuna di esse suscita troppe perplessità sullo stato dell’arte e l’andazzo generale: o si scherza leziosamente quando si richiede la presenza di un disciplinato concorso di opere internazionali, con particolare riferimento allo status di anteprima mondiale/europea/nazionale, la presenza di personalità di rilievo internazionale nella giuria, visibilità dell’iniziativa sulla stampa nazionale ed estera, onerose spese di sottotitolaggio, provenienza e diversità culturale delle opere presentante e attenzione alle opere con scarso potenziale distributivo, oppure appare una sfacciata finzione la presunta concreta valutazione delle caratteristiche e della qualità della proposta/programmazione, a partire da tipologie di supporti, formati, generi, sezioni, numero di film e di proiezioni, pubblico, produzioni e distribuzioni, stampa accredetata, formati, generi e sezioni e, quest’anno, anche dell’innovazione tecnologica.

È tanto l’imbarazzo e lo sconcerto se il risultato finale di quest’assurda e insensata pantomima sono graduatorie inspiegabilmente favorevoli a una congerie di promiscui festival ed eventi balneari del tutto privi di storicità, concorsi regolamentati, linee editoriali chiare e circostanziate, opere e giurie internazionali, personalità di rilievo che esulino dalle solite quattro spremute – absit iniuria verbis – “starlette” di giro racimolate a destra e a manca. Perché è vero che il palmarès individuale non esaurisce il valore del singolo e che non c’è nulla di male ad avere ospiti ex divi del piccolissimo schermo o storici comprimari di casa nostra sul viale del tramonto, così come non è vergogna ricorrere a titoli già usciti in sala (anche un anno fa) o disponibili on demand già da parecchi mesi. Va tutto bene, finché questo non esaurisce il contenuto dell’offerta artistica e ottiene una remunerazione pubblica sproporzionata anche rispetto a Pesaro, BIF&ST e Alice nella Città (che, nel 2019, ha avuto ospiti anche i Dardenne, Casey Affleck, Michelle Pfeiffer e Angelina Jolie). A quel punto lì, dispiace, per queste “enclaves vancanziere” – come le ha definite un acuto commentatore – non c’è più alcun merito. Ed è grave, gravissimo non salti all’occhio di una commissione di tecnici. A meno che la politica adottata in termini di regole e criteri abbia delle differenti ragioni, che – per citare impropriamente Pascal (Blaise, è inteso) – la ragione non può conoscere.

E, invece, senza tener conto della qualità più o meno imbarazzante della programmazione, del piattume e dell’irrilevanza culturale di alcune iniziative, sono stati mortificati gli sforzi organizzativi e le ambizioni di tanti festival più o meno prestigiosi che hanno operato selezioni presso i mercati e i sales agents internazionali, tosto che confezionare il festival degli ombrelloni ormai tanto caro, spesso tutto all’interno di strutture alberghiere e senza alcuna ricaduta sul territorio, con quattro film già editi o addirittura già usciti in home video, che non costituiscono anteprima nemmeno nei comuni di residenza dei rispettivi organizzatori. E anche questo, dispiace, è un dato obiettivo, certo e verificabile, che offende e sconcerta. È un trattamento che, dopo un intero anno di lavoro e mille difficoltà e stalli causati dalla pandemia, nessuna realtà festivaliera meritava.
Pro domo mea, posso aggiungere che non può accettarlo tantomeno Taormina (11-19 luglio), con un festival ininterrotto nelle sue 66 primavere e anche quest’anno, tra mille sforzi, con 42 anteprime (di 29 differenti nazionalità, di cui 11 extraueropee), uno scrupoloso Presidente di giuria come Emmanuelle Seigner, e ospiti, tra gli altri, come il 3 volte Premio Oscar Vittorio Storaro, il 4 volte candidato all’Oscar Willem Dafoe, Nikolaj Coster-Waldau e Monica Bellucci, due serate sold out al Teatro Antico e l’anteprima di “Devotion” di Giuseppe Tornatore, con le musiche di Ennio Morricone. Senza altri finanziamenti pubblici e un consistente budget interamente messo a disposizione da un privato. C’è da farsi tante domande. Come per il taglio subito dal Premio Solinas, da più di trent’anni grande fucina di storie e talenti, già precedentemente decurtato. Insomma, se l’esempio da seguire è quello appena presentato, le assegnazioni in questione possono essere lette esclusivamente come un oltraggio a chi fa vera promozione della cultura cinematografica e a chi con passione si spende per l’arte e non per lo showbiz pagliettato da quattro soldi. È tutto inutile, compreso l’amaro sfogo di chi non vede riconosciuto il proprio lavoro (non certo per lucrarci). È il sistema Italia e sappiamo come funziona.

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Possiamo anche sorvolare sulle difficoltà dei più – specie di quelli più prossimi cronologicamente alla scadenza del 17 giugno prevista dal bando pubblicato solo il 26 maggio, in piena quarantena – di realizzare un progetto credibile e perfettamente coerente dopo mesi di lockdown e incertezze su stringenti protocolli e restrizioni, sanificazione, mobilità internazionale e soluzioni di volo dall’estero, sponsor e logistica, rispetto agli eventi che si terranno in autunno o nel 2021, con uno scenario (si spera e ci auguriamo) per tutti più sicuro e stabile. E nemmeno di questo si è, ovviamente, tenuto conto. Così, più soldi e per pochi, in barba ai più meritevoli, con spese esorbitanti totalmente a proprio carico. Il tutto in perfetta sproporzione con i vari budget, qualità, quantità e identità, oneri di allestimento delle location e dell’eventuale corresponsione di ulteriori contributi da parte di enti pubblici territoriali e non o di altre istituzioni/associazioni. Se la dotazione viene ripartita con le consuete dinamiche personalistiche note a più nel dettaglio, si può pure evitare di pubblicare i bandi (o le graduatorie).
Il punto, ancora una volta, non è il gusto cinematografico o la capacità di discernimento dei commissari.

Basta un minimo di onestà intellettuale per comprendere che le cose vanno nel verso sbagliato e che ci sono almeno dieci importanti realtà penalizzate da queste assurde assegnazioni. Evitiamo di procedere con il puntuale e rigoroso passaggio in rassegna della programmazione di ciascun lido festivaliero in un senso o nell’altro, ma basta documentarsi anche solo cinque minuti sul web per avere un’idea compiuta di ciò di cui stiamo parlando squisitamente sul piano dell’offerta. E, ribadisco, la riflessione non inerisce all’ambito delle valutazioni soggettive, così come il discostamento di tante programmazioni dai parametri richiesti è un’oggettività. Quest’anno in molti, più che la mascherina, dovrebbero indossare direttamente una maschera. Piaccia o meno, le cose stanno così. E, ancora una volta, le Istituzioni danno prova di ipocrisia e immaturità. Trasparenza, Ministro Franceschini. Serve trasparenza. Se a cascata vengono poi competenza e serietà, non ci offendiamo di certo.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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