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“Born to run”: l’inizio di un mito

Giuseppe Attardi di Giuseppe Attardi
Agosto 25, 2020
in Cultura
Tempo di lettura: 4 mins read
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“Born to run”: l’inizio di un mito

Esattamente come Viaggio all’inferno, il documentario sull’apocalittico “making off” di Apocalypse Now, è bello quasi quanto il film, la vicenda di Born To Run, l’album che ha aperto le porte del mito a Bruce Springsteen e che è stato pubblicato il 25 agosto di 45 anni fa, è emozionante quasi quanto le otto tracce di un disco che è una pietra miliare della storia del rock.

Nel 1975 Springsteen era un artista di 26 anni con le spalle al muro. Il contratto per tre album firmato con la Columbia, dove era stato ingaggiato dal leggendario John Hammond, era arrivato alla scadenza. I primi due lavori, Greetings From Asbury Park e The Wild The Innocent and The E Street Shuffle (che pure contengono must springsteeniani come Blinded by the Light, Spirit in the Night, 4th of July, Incident on 57th Street, Kitty’s Back e Rosalita per non dire di New York City Serenade) non erano andati bene sul piano delle vendite e l’intenzione della major era chiaramente di mandarlo a casa se il terzo album avesse avuto lo stesso destino.

LEGGI ANCHE: Bruce Springsteen come Roth scrive un nuovo capitolo del Grande Romanzo Americano

Con una lunga gavetta alle spalle, Bruce e i suoi erano al verde e avevano in programma un solo concerto. E qui si mettono in moto le sliding doors del destino che, grazie alla determinazione feroce di Springsteen e a un’appassionante serie di eventi, nel pieno rispetto dell’epica del Grande Romanzo Americano, fanno invertire la rotta dal fallimento verso il trionfo.

Cominciavano ad andare male anche i rapporti con Mike Appel, il primo produttore manager: sarà una vicenda dura e dolorosa che si concluderà qualche anno dopo in tribunale. David Sancious, il formidabile pianista della prima E Street Band, se n’era andato per intraprendere la carriera solista: diventerà uno dei session man più richiesti della scena internazionale. “Mad Dog” Vinnie Lopez, il primo batterista, era stato licenziato e il sostituto, Ernest “Boom” Carter, ingaggiato a febbraio, all’inizio delle session di Born To Run decise di seguire Sancious. A parte alcuni strepitosi bootleg live, l’unica traccia lasciata del suo passaggio nella E Street Band da questo musicista molto sottovalutato è un intricatissimo “fill” suonato in Born To Run. Il suo nome oggi è conosciuto solo da super specialisti: poche decisioni sono state così sciagurate. I due posti vacanti furono riempiti, dopo audizioni, da “Professor” Roy Bittan e Max Weimberg, destinati a diventare personaggi fondamentali del culto springsteeniano. Nel frattempo era entrato nella band Steve “Miami” Van Zandt, ormai leggendario fratello di musica (e non solo) del Boss e figura centrale per il sound del gruppo.

Springsteen voleva dare corpo a una sua idea di epos musicale, una sua rilettura del Wall of Sound di Phil Spector. I lavori in studio non procedevano nel verso giusto finché non è entrato in campo definitivamente Jon Landau, il celebre giornalista di Rolling Stone che ha scritto la più celebre delle frasi dedicate al Boss: «Ho visto il futuro del rock’n’roll, il suo nome è Bruce Springsteen». Landau decide di cambiare studio di registrazione e di fatto subentra ad Appel nel ruolo di produttore. È lui, con la sua profonda cultura, la sua esperienza e la naturale chimica con l’artista, che aiuta Bruce Springsteen a tirare le fila del suo capolavoro. Con Born To Run nasce una delle coppie più inossidabili dello show business. A questi nomi si aggiunge un’altra leggenda: Jimmy Iovine (la famiglia è di Ischia), oggi produttore venerato e presidente del gruppo Interscope-Geffen-A&M, che all’epoca (aveva 22 anni) era un brillante e giovanissimo ingegnere del suono.

Le session furono massacranti: un incubo, mesi e mesi di reclusione, passati a provare migliaia di volte passaggi, suoni, soluzioni, arrangiamenti. L’unico momento di pausa, quello che avrebbe potuto essere l’ultimo concerto della E Street Band. Sono tanti gli episodi su cui si è edificato il mito: Springsteen che canta, nota per nota in cuffia a Clarence “Big Man” Clemmons l’assolo di sax di Jungleland, Steve Van Zandt che inventa a voce l’irresistibile arrangiamento soul dei fiati di Tenth Avenue Freeze Out. Poi la foto di copertina di Eric Meola, frutto di un’unica session effettuata nel giugno 1975. Il ritratto perfetto dello Springsteen di allora, magro, volutamente arruffato, con la Fender Telecaster a tracolla (attenzione al particolare nascosto: sul battipenna della chitarra si vede il ritratto di un uomo in piedi accanto a un lampione), il chiodo e la spilla di Elvis. E soprattutto la posa fraterna accanto a “Big Man”, un inno potente come un gospel alla fratellanza tra neri e bianchi.

Quando Born To Run uscì, Bruce Springsteen, nella stessa settimana, finì sulle copertine delle prestigiose riviste Time e Newsweek. Dal possibile disastro alla consacrazione. L’inizio di un mito. Chiunque altro avrebbe cavalcato quel successo, riproponendo l’anno dopo il sequel. Springsteen no. Si fermò. Trascorse due anni senza suonare per liberarsi dal contratto con Mike Appel. Tornerà nel 1978 con Darkness On The Edge Of Town. Tutta un’altra storia. Ma ancora un capolavoro. D’altronde, si sa, di Boss ce n’è uno solo.

Tags: Born To RunBruce SpringsteenE Street BandIl BossRock
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