Italia

L’ultimo messaggio di Liliana Segre ai ragazzi: «Con le leggi razziali divenni invisibile»

Nella sua ultima testimonianza pubblica la senatrice ha ripercorso le tappe più significative della sua esperienza di deportata da Auschwitz

Nella sua ultima testimonianza pubblica Liliana Segre, la senatrice a vita simbolo della memoria del dramma della Shoah, ha scelto di parlare in diretta streaming a tutti gli studenti italiani, cioè a dei ‘nipoti ideali’, che le hanno fatto ricordare in questi anni con struggimento la ‘ragazzina’ che era prima di un giorno di settembre del 1938. Da allora lei è diventata l’altra, una persona diversa. Aveva solo otto anni, era a tavola con i suoi familiari, e le fu detto che non sarebbe più andata a scuola, perché era stata espulsa in quanto ebrea. Da allora la sua vita si è interrotta ed è diventa l’altra, e il mondo intorno a lei ha cominciato a considerarla diversa. Le sue compagne di classe finsero di non accorgersi che il banco era vuoto, e si comportarono come se nulla fosse accaduto, e divenne un’invisibile. «Una delle cose più brutte che hanno fatto le leggi razziali fasciste – precisa la Segre – è stato di far sentire i bambini invisibili».

Con quell’espulsione cominciò per lei, ma anche per tanti altri cittadini italiani, di religione ebraica, molti anche patrioti e fascisti, una lunga e triste storia di sofferenze e paura. Da allora nella sua casa entrarono poliziotti, e furono costretti a separarsi da amici e parenti che fuggirono all’estero. La sua famiglia invece, di estrazione piccolo borghese, restò in Italia, non pensando che potesse mai accadere quello che poi invece accadde. In quegli anni subirono umiliazioni di ogni tipo, ma la situazione peggiorò dopo l’8 settembre, in quanto per gli ebrei italiani si cominciò a parlare di deportazione. Lei e il padre, in quanto era orfana di madre, tentarono una fuga e cercarono da Varese di raggiungere il confine con la Svizzera; in quel frangente, ricorda la senatrice, erano clandestini, richiedenti asilo, e furono respinti da un soldato, che ubbidiva agli ordini, e che ridendo di loro li rimandò indietro in Italia, dove furono arrestati.

A soli 13 anni entrò quindi da sola nel carcere femminile di Varese, dove fu trattata come una delinquente comune. Poi in quello di Como, poi quello di San Vittore di Milano, dove per quaranta giorni divise la cella con il padre, e che per lei furono molto importanti, perché ebbe modo di fargli sentire la sua presenza e il suo amore. Nel ricordare questo particolare la Segre invita i giovani a non pensare che i genitori siano sempre fortissimi, e a non essere avari di un abbraccio in più. Dopo San Vittore, lei e il padre partirono insieme ad altre seicento persone per ignota destinazione. Furono caricati a calci e pugni su dei camion e attraversarono Milano, indifferente alla loro sorte, e poi giunsero al binario 21, dove furono caricati su dei vagoni, da nazisti, fascisti, da persone che conoscevano, che non ebbero alcun sentimento di pietà.

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Sul vagone non c’era nulla, né acqua, né luce e li porterà in un viaggio verso il nulla: il padre sarà condotto subito in una camera a gas; lei, invece, a soli 13 anni, a Birkenau (Auschwitz), in un luogo di dannazione, dove c’erano baracche, donne rasate e ridotte a scheletri, che scavavano buche, e che portavano pietre sulle spalle. Lì dovrà dimenticare di avere un nome, diventerà un numero, il 75190, e sarà come tante altre spogliata di ogni cosa, rasata, e privata della propria umanità e del suo essere donna. Dopo una lunga marcia (che lei definisce la ‘Marcia della morte’) riuscirà a salvarsi e tornare viva dal lager.

Quel viaggio in un inferno indescrivibile e inimmaginabile, le ha lasciato dopo 45 anni di silenzio, il bisogno di raccontare, di testimoniare. Lo ha fatto per anni, e giunta all’età di novant’anni si è voluta congedare dal suo passato e dall’impegno civile raccontando ancora una volta la sua storia, vera, drammatica, essenziale, cruda, profondamente umana e toccante. Con grande energia ha così rievocato l’indifferenza di tanti, ma anche il coraggio di pochi, di quegli amici di famiglia che l’hanno nascosta per mesi, o di quei detenuti di San Vittore, che benedicendo quei seicento innocenti che partivano per la morte, qualunque fosse la loro colpa, si sono comportati non da mostri crudeli e indifferenti, ma da uomini.

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