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Le voci della Gen Z

Giuseppe Attardi di Giuseppe Attardi
Dicembre 2, 2020
in Cultura
Tempo di lettura: 6 mins read
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Le voci della Gen Z

L’Evening Standard di Londra lo ha definito “il ragazzo dei poster della Gen Z”, mentre Dave Grohl, presentandolo sul palco degli ultimi EMA’s, lo ha accolto sul palco con queste parole: «Ecco perché penso che il rock and roll non è morto! Signore e signori Yungblud è una vera forza della natura!». Lui, Yungblud, all’anagrafe Dominic Harrison, si è autoproclamato punk e voce di una generazione di ventenni che si è tolta di dosso lo spleen dei millennial, eternamente sospesi, e non si è fatta fregare dai social network.

Fin dagli esordi, Yungblud, dice, si è occupato della «rappresentazione dei non rappresentati» e della creazione di uno spazio sicuro per i cosiddetti diversi, un cenno a uno dei suoi idoli, Lady Gaga. «Per me la musica è secondaria», spiega. «Non me ne frega niente dei record di successo. Tutto quello che mi interessa è una cultura, come quella degli Stone Roses o dei Green Day, in cui mi trovo sul palco e ci riuniamo perché siamo parte integrante delle vite degli altri. Ecco di cosa si tratta, connettersi alle persone».

Come i coetanei della Gen Z, è un ragazzo del fare, del farcela, dello spaccare, del riscatto. Ma è pure un ragazzo che può permettersi di stufarsi della reattività forzata, della vittoria, del bagliore: lo Zeta non è succube dei social perché non ha mai dovuto imparare a usarli, ci è cresciuto dentro, ha una lucidità maggiore nell’affrontarli.

Le sue canzoni iperattive, che sbandano tra il pop da gomma da masticare, Eminem, Frank Zappa, emo con sfumature gotiche e rock lacerante la gola, affrontano ogni tipo di argomento, dalla salute mentale (Medication) alla fluidità sessuale (Cotton Candy) a come non ascoltare i genitori (Parents). Canzoni che hanno portato al ventitreenne polistrumentista inglese un impressionante numero di ascoltatori mensili su Spotify che gli garantiscono un tesoretto di oltre un miliardo e mezzo di stream.

Dominic Harrison è cresciuto a Doncaster. Rimase vittima di bullismo, anche da parte dei suoi insegnanti che lo additavano alla classe per le sue scelte sartoriali. «Avevo molti amici, ma in una stanza piena di persone mi sentivo completamente solo», racconta. «Ho avuto i miei primi pensieri suicidi a 13 anni». La sua famiglia è stata di supporto. «Mia madre mi tingeva i capelli quando avevo cinque anni e mio padre era un rivenditore di chitarre». Era una casa piena di musica; suo nonno («un fottuto pazzo») si esibiva con T Rex negli anni Sessanta, mentre sua nonna materna amava così tanto Rod Stewart da dire a Harrison che era il suo ragazzo. Si spiega così il suo amore per il rock’n’roll e per gli abiti bizzarri: agli MTV Europe Music Awards, dove ha vinto il premio per il miglior album d’esordio, si è esibito sospeso a 20 piedi in aria con una gonna bianca e ali d’argento.

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Il 4 dicembre esce il suo secondo album, Weird!, un disco anarchico annunciato dal singolo Mars, che racconta la storia e l’esperienza di una giovane donna transgender che Harrison conobbe durante il Warped Tour nel 2018. «Mi ha raccontato di quando i suoi genitori l’hanno accompagnata ad un mio concerto e di come il mio pubblico li ha aiutati a capire che il suo “coming out” non era solo una fase temporanea ma rappresentava chi lei fosse veramente», ricorda l’artista. «Mi ha commosso pensare di aver avuto un simile impatto, cambiando la percezione delle persone, semplicemente rimanendo fedeli a noi stessi».

Uno dei momenti più alti dell’album è quando in Love Song tocca il tema della violenza domestica a cui ha assistito crescendo. «I miei genitori litigavano molto», rivela. «Combattevano e poi ritornavano amici un’ora dopo. Quindi la mia idea di amore era così distorta». Il rock’n’roll, come in tante altre storie, è stata la via di fuga. «A poco a poco mi sono costruito un mondo a cui appartenere. Perché ho trovato Lady Gaga, ho trovato Marilyn Manson, ho trovato gli Oasis. È tutto quello che volevo. Volevo una cultura a cui appartenere. Guardavo Vivienne Westwood e i Sex Pistols e guardavo la fottuta Kate Moss, e pensavo: “Devo andare a Londra”»

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La capitale è arrivata attraverso una rotta inaspettata. Essendosi innamorato della danza, a 16 anni Harrison si iscrisse alla ArtsEd, una scuola indipendente di arti dello spettacolo a Chiswick, a ovest di Londra. Non si trattò, in effetti, di una vera e propria fuga del figlio ribelle. I suoi genitori furono di supporto, coprendo il suo affitto di 75 sterline a settimana per una casa condivisa. Viveva con «una gattara di nome Marge che preparava fottute lasagne tutte le sere» e che disapprovava le sue imprese notturne: «Sono stato fuori per sei giorni esplorando la mia sessualità, esplorando la droga, e lei che fa, chiama mia mamma dicendo: “Non è stato a casa per giorni”».

Qualche anno dopo, Harrison avrebbe trovato un coinquilino più disponibile in un ragazzo anche lui con la passione della musica. Il nome? Lewis Capaldi. «Ogni settimana, io e Lewis ci dicevamo: “Hai già firmato?”; “No, e tu?”; “No”». E poi tanti guai e tante sbornie di Stella Artois e tanti guai. Ogni settimana. Nel frattempo, Harrison passava da un’audizione all’altra, da una band all’altra, presentandosi a The Voice (ma se ne andò dopo il primo incontro), prima di interpretare Oz nella serie musicale per adolescenti della Disney The Lodge nel 2016, dove sarebbe dovuto rimanere per tre stagioni. «Andai via dopo una». La sua riluttanza a rispettare le regole era influenzata dallo spirito di Amy Winehouse. «È un’artista con cui mi relaziono così tanto. Potrei piangere ogni volta che parlo di lei», dice. «Sento che mi sta dicendo: “Dì la fottuta verità. Dì solo la verità perché in questo momento manca”».

Harrison, allora, si concentra completamente sulla musica e fa nascere Yungblud, così chiamato dai suoi manager perché era il loro cliente più giovane. Le canzoni cominciano a scorrere rapidamente: «Avevo tanta rabbia in corpo e avevo così tante domande sul mondo». Respinto da gran parte delle etichette britanniche («Chi è questo idiota?», commentavano), gira l’Europa e poi negli Stati Uniti, costruendosi la sua base di fan in modo organico attraverso un flusso costante di singoli e contenuti sui social media. Il suo album di debutto, 21st Century Liability del 2018, pubblicato dopo aver firmato con la Interscope, è «monello e arrabbiato». Yungblud si libera della camicia di forza che stringeva Harrison e sfoga anni di frustrazione.

Come Harry Styles e Matty Healy, Harrison è stato accusato di queerbaiting, di utilizzare aspetti della cultura queer per fini spettacolari. Lui ribatte che la sua sessualità «cambia ogni giorno» e il suo messaggio è sempre stato: «Se sei gay sii orgoglioso di questo, se sei bisessuale sii orgoglioso e se non lo sai allora sii orgoglioso anche di quello». Se dovesse definirsi, «sarei probabilmente pansessuale», ma preferisce non essere etichettato. «Solo perché le mie ultime tre relazioni sono state con ragazze, non significa che non abbia fatto sesso con un ragazzo la scorsa notte».

Una cosa di cui Harrison è certo è che Yungblud rappresenta un veicolo per le sue frustrazioni da adolescente. I testi di Weird! spesso sono scaturiti da conversazioni con i fan. «Li incontro dopo ogni spettacolo, e non lo faccio per nessun altro motivo se non per guardarli negli occhi e dire loro: “Sono uguale a te”».

E in Italia? Quali sono le voci della Generazione Zeta? Ci sono i Coma_Cose che cantano la temerarietà di questi ragazzi in “Mancarsi”: “Che schifo avere vent’anni, però quant’è bello avere paura, la strada è solo una riga di matita che trucca gli occhi alla pianura”. Oppure Madame, la rap queen diciottenne “arruolata” dai Negramaro, che unisce Justin Bibier a Fabrizio De André e dice: “Ho bisogno di uno spazio e non di un luogo”. E, nel video di Sciccherie, si spoglia di pellicce, gioielli e trucco per vestire i panni che le stanno più comodi, in cui si sente meglio, e poco importa se non piacciono agli altri.

Quello di Sciccherie è un testo profondo, che fa riflettere su quanto siamo abituati a mostrarci agli altri per il solo gusto di apparire, anche se, a volte, in questo modo soffochiamo la nostra vera personalità. «Il progetto Madame include la diffusione di valori etici di spessore», sostiene. «Il denaro non mi rende felice quanto qualcuno che mi dice che ha pianto ascoltando un mio brano. Voglio dare respiro alle mie parole attraverso la mia voce, questo è l’unico obbiettivo».

O ancora il bedroom pop distopico della pugliese Claudia Guaglione, in arte Claudia Galea, ascoltata alle selezioni per Sanremo Giovani. Oppure Colapesce e Dimartino che non si sentono immortali. Ragazzi che all’apatia dei Millennials oppongono l’attivismo femminista e quello ambientalista. Che riscoprono un’anima latina, prendendo a piene mani nella musica dei papà, Battisti in primis.

Tags: Coma_CoseGen ZGenerazione ZetaMadameWeird!Yungblud
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