Cultura

Capodanno al Bellini, la resistenza di un asciugamano

Dopo tre mesi di silenzio, il Teatro Massimo Bellini di Catania ritorna nelle case del pubblico con il Gran Concerto di Capodanno. Poche luci e molte ombre su un prodotto televisivo affrettato, che inaugura l’era del concerto-videosorveglianza

“Resistere, resistere, resistere”. Anni fa era stato l’appello di un noto procuratore generale, oggi è il manifesto di Giovanni Sebastiano Maria Cultrera di Montesano, intrepido Sovrintendente del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania: mentre Franceschini condanna i teatri alla chiusura, lui contrasta indomito i perigliosi mulini a vento della cultura attraverso la “cultura della resistenza”. E poco importano le asperità dei momenti presenti, le difficoltà contingenti, l’esiguità dei tempi (esigui, alla fine, perché, in assenza di altra programmazione?), finanche l’oscurità di un destino impenetrabile. Spettacolo doveva essere, spettacolo è stato, anche se solo in streaming, come consentito dalla normativa vigente. Dopo un silenzio lungo tre mesi, interrotto unicamente da un messaggio di auguri al personale del teatro, il primo gennaio 2021 l’Ente lirico etneo è ritornato nelle case del suo amato pubblico con un Gran Concerto di Capodanno, in cui a spiccare era proprio il primo aggettivo, quello che manco a Vienna si sognano.

Si comincia, dunque. E, al contrario di quanto avviene a Vienna o a Venezia, non è la musica a dare il benvenuto al pubblico ma la stanca passerella di politici, autorità, commissari, direttori – e scusate se dimentichiamo qualcuno – pronti a porre l’accento sulla straordinaria unicità dell’evento. La riprova giunge puntuale nel primo brano in programma, la Sinfonia de La Cenerentola di Gioachino Rossini, apoteosi di una principessa che rinasce dalle ceneri, accompagnata da un logo – mobile – che augura “Buon 2021”: rimane lì, decentrato e imperturbabile, tetragono ai cambi di passo e di agogica, insensibile al clamoroso crescendo rossiniano. Lì era e lì indugia guardingo, facendo atto di plateale resistenza alle ragioni della musica: mera “toppa” digitale immaginata per celare un asciugamano fuori posto, destinato a tergere le fatiche del direttore d’orchestra, Fabrizio Maria Carminati, anche Direttore Artistico dell’Ente. Su queste premesse, la sensazionale ricorrenza ha demandato ogni impeto poietico alla destinazione dello streaming, imponendo nuovamente con veemente attualità l’annosa querelle tra “surrogazioni digitali e spettacolo dal vivo”, all’alba del quinto lustro del terzo millennio e a quasi un anno di artisticamente sterile e travagliata convivenza con la pandemia.

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Mai paghi dell’offerta concertistica del Musikverein, i melomani etnei si sono caparbiamente e partecipativamente concessi alla visione e all’ascolto di un prodotto scarno e disadorno che, accomodato com’era, ha traghettato gli spettatori verso gli evidenti limiti tecnici di una trasmissione che preoccupa e allarma circa la validità del mezzo e delle tanto decantate iniziative. Ad allarmare non sono tanto, infatti, le variegate scelte del programma (ognora incerto tra repertorio operistico e valzer, polke e marce d’ordinanza), la qualità dell’esecuzione o prove corrispondenti alle legittime aspettative, quanto i demeriti di una proposta che fa sfoggio di limiti gravemente evidenti nella sua approssimativa confezione. La Sala del Sada è presentata dall’alternanza sistematica di tre inquadrature, opinabili e talvolta disagevoli, dai palchi di secondo ordine, la cui esasperata monotonia è interrotta unicamente dall’occasionale, “innovativa” sortita del fish-eye di una GoPro, posta sul leggio del direttore d’orchestra e che ne inquadra un ingombrante primo piano sullo sfondo opulentissimo del Palco Reale (e talvolta, raramente, dei solisti). Poco importa se la sala non è addobbata a festa quale sintomatica infiorescenza delle festività appena trascorse, lasciando invece spazio all’austera struttura tubolare delle transenne che cingono il tavolato eretto al di sopra delle sedute e sulle quali si avvinghia la posticcia presenza di un potos rampicante. Poco importa la rinnovata disposizione di orchestra, solisti e artisti del coro distanziati sui palchi. Anche senza le asperità contingenti di una diretta, il risultato è a dir poco disarmante.

Capodanno al Bellini, la resistenza di un asciugamano

Sì, perché non serve Wendy Carlos o Walter Murch per comprendere da subito che qualcosa non va. Alle vistose cesure tra singoli fotogrammi si aggiunge la supina sovrapposizione delle immagini alla musica, nel tentativo estremo di rendere organico, ex post, qualcosa che organico non è. E quel che è peggio, il relativo montaggio del sonoro trascura, infatti, e prescinde spesso dalla sincronia con le immagini, in contrasto con gli interventi strumentali e, soprattutto, con il flusso narrativo della musica. Se i close-up lasciano sovente a desiderare, gli effetti delle transizioni sono dozzinali, gli ingressi e le uscite di scena finiscono per diventare ansiogeni e le inquadrature non rispondono alla benché minima esigenza descrittiva, il principale nocumento deriva dall’assenza di una qualsivoglia regia televisiva. Difettando un adeguato – e indispensabile – supporto musicale, a emergere è la “genuina” ignoranza del ruolo della partitura quale “guida” alle immagini e della chiara individuazione e relativa sublimazione delle relative sezioni musicali. Si deve, quindi, desumere che, le rare volte in cui musica e immagini rispondono correttamente alle medesime, rispettive esigenze, la fortunata coincidenza sia dovuta o a una fortuita intuizione o, più banalmente, al caso.

Tra inquadrature errate, che ben poca giustizia rendono alla presenza scenica degli interpreti, e l’ostinato e ostentato rifiuto di ricercare lo specifico filmico, il punto di vista della telecamera si riduce a essere quello di una inefficace e nervosa videosorveglianza. Se il culmine lo si raggiunge con l’incomprensibile rimozione della prima parte della Scena e coro delle campane, da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, e la conseguente, repentina uscita di scena di Angelo Villari, l’acme di uno straniante effetto da teatro dell’assurdo si verifica al termine del concerto, al momento degli applausi che, dai palchi, tardano ad arrivare con spontaneità. Verrebbe da domandarsi perché, nella realizzazione di un simile appuntamento, un così complesso – e impreciso – lavoro di postproduzione non sia stato preceduto da più accorte valutazioni relative alle esigenze sceniche e ai momenti d’assieme, tanto da parte dei committenti quanto da parte dei partner tecnici. Trascurabile risulta, in un così travagliato contesto, giudicare la prova dei singoli artisti (ben cinque solisti, due dei quali presenti per meno di cinque minuti) se la confezione che il mezzo di fruizione offre risulta a dir poco pregiudizievole e condizionante, vanificandone i lodevoli sforzi. Lo streaming è un’opportunità, ma non con questi presupposti. La gratuità è un virtuosismo, ma non va ricercata a ogni costo.

A insorgere per primi sono stati alcuni spettatori, interdetti dalla visione, come i sindacati, che certo non hanno decantato le lodi dell’operazione. Mettendo da parte il buonismo d’ordinanza che imperversa in tempi di pandemia, ci si augura una più mite – e umile – dedizione verso il prodotto, rifuggendo il vezzo di sperticarsi ad libitum in sensazionalistici proclami di rilancio ai quali, talvolta, corrispondo confezioni per niente straordinarie. Si spera, piuttosto, che questo tardivo esperimento venga migliorato – se compatibile con una più decorosa convivenza – e non diventi una dolorosa abitudine. Stavolta si è riusciti nell’impresa di scontentare tutti: deprimendo il pubblico, mortificando gli artisti, vilipendendo il decoro e la reputazione del teatro e della città.

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Marco Fallanca

Giornalista, Publicist, Event Manager. Già Direttore di Produzione, giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne del TaorminaFilmFest. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema.
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