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Orietta Berti: «Io sono le “radici” della canzone popolare»

L’interprete di “Io tu e le rose” al Festival dopo 29 anni di assenza. «Torno perché ho gli anticorpi». Contro il Covid, che ha avuto in dicembre, e contro critiche e polemiche, come quelle legate al suicidio di Tenco: «Ma quella lettera non era vera». In gara con «una canzone d’amore, tipicamente italiana». «Volevo fare la sarta o la maestra, son diventata cantante per far piacere al papà»

Giuseppe Attardi di Giuseppe Attardi
Febbraio 22, 2021
in Cultura
Tempo di lettura: 4 mins read
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Orietta Berti: «Io sono le “radici” della canzone popolare»

Settantasette anni e tanta voglia di fare pace con un Festival dove Orietta Berti è stata già undici volte: 55 anni fa la prima (Io ti darò di più), 29 l’ultima (Rumba di tango con Giorgio Faletti). Nel mezzo, la tragica edizione in cui Luigi Tenco si suicidò lasciando un biglietto che, a suo modo, sembrava chiamarla in causa: «Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale una canzone come Io tu e le rose e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».

«Non ci ho creduto mai», sbotta indignata e amareggiata. «Il mattino dopo la morte di Tenco, suo fratello mi telefonò per dire che la grafia non poteva essere quella di Luigi. E un giornalista famoso, Sandro Ciotti, mi fece notare che non poteva esser stato Tenco a scrivere quel biglietto perché c’erano addirittura tre errori di ortografia. Quel giorno eravamo vicini alle prove, mi aveva detto: “Hai una bella canzone adatta a Sanremo”. Il biglietto per me è stata una tragedia nella tragedia. Devo ringraziare il mio pubblico: in tv non si poteva cantare la canzone, un giornalista si è alzato per non dovermi intervistare, abbiamo faticato molto per uscirne. La vita di una persona è importante, ma il disprezzo della gente è terribile. Per tanti anni sono usciti articoli con una ironia acida e cattiva. Sapesse quante volte l’ho sognato. Tanti fan non credono che lui abbia fatto questa cosa da solo: hanno coperto tutto, mandato via tutti, non si è più saputo niente. Il dubbio sarà sempre con me… Sono andata poco a Sanremo per questo motivo».

Ha deciso quest’anno di tornarci per tre motivi: l’autobiografia Tra bandiere rosse e acquasantiere in libreria da settembre e un cofanetto di sei cd per festeggiare 55 anni di carriera che non aveva modo migliore di presentarlo. E perché ormai ha gli anticorpi per difendersi da critiche e polemiche e, soprattutto, dal Covid, incubo di questa edizione numero 71. «Io il Covid l’ho avuto a dicembre», racconta. «Dovrei essere immune almeno per qualche mese, sperando che qualche variante strana non ci guasti la festa. Comunque, al Festival sarei andata lo stesso. Sono già stata ospite in diverse trasmissioni e sono molto scrupolosi. Quindi non ho motivo di essere preoccupata», assicura con la consueta schiettezza. «Mi hanno detto che bisognerà vestirsi già in albergo e provvedere al trucco e parrucco in stanza. All’Ariston bisogna arrivare pronti ad entrare in scena. Dovrò trovare il tessuto giusto, sennò salirò sul palco tutta stropicciata…».

Lei sta con Amadeus e la Rai. Il Festival si doveva fare a tutti i costi. «Perché è molto importante che si faccia», sostiene. «È importante per l’industria musicale ma anche per la gente in casa, che ha bisogno di distrarsi un po’ e che non può sentire parlare soltanto di politica e di Covid. Il clima di Sanremo è sempre di svago. Poi, non si può andare a teatro, al cinema, ai concerti: lasciateci almeno il Festival!… Certo è un peccato che la platea sia vuota. Per noi sarebbe stato molto importante avere delle persone davanti. È un anno che non facciamo concerti, io mi sento un po’ depressa. Sarà comunque bellissimo cantare con l’orchestra».

Dei colleghi dei suoi Festival non ritroverà nessuno. Non ci sono i Ricchi e Poveri e nemmeno Matia Bazar, Drupi, Toto Cutugno. Ma Willie Peyote, Coma_Cose, Madame, Fedez. «Potrebbero essere miei nipoti, sarà un bel miscuglio, non ci si annoierà», ride lei. Che, in ogni caso, non si sente un pesce fuor d’acqua. Tutt’altro. «È vero ci sono tante star del web, con milioni di visualizzazioni. Ai miei tempi prendevi il disco d’oro con un milione di dischi venduti. Moltissimi non li conosco, ma non mi sento imbarazzata in mezzo a tanti giovani: questo lavoro non fa invecchiare il cuore. È un cast per tutti i gusti, ci sono anche Arisa, Annalisa e Malyka Ayane a rappresentare la melodia. E poi lo Stato Sociale e gli Extraliscio, con i quali sto collaborando a un progetto di Elisabetta Sgarbi. Come mi ha detto Iva Zanicchi, io sarò la portabandiera delle radici della melodia italiana, come ho sempre fatto e continuerò a fare». A ribadirlo, la scelta di Io che amo solo te, un classico datato 1962 e firmato Sergio Endrigo, per la serata delle cover e dei duetti di giovedì 4. Con lei sul palco il gruppo femminile Le Deva.

Quando ti sei innamorato è il titolo del brano con cui è in gara. Una canzone d’amore scritta da Francesco Boccia, lo stesso di Grande Amore, con cui Il Volo ha vinto il Festival nel 2015. È una sorta di dichiarazione d’amore al marito Osvaldo Paterlini, «anche lui ha avuto il Covid e l’ha vissuto peggio, tant’è che non potrà accompagnarmi a Sanremo». Una love story che dura dal 1967. Lei però nega: «È soltanto la storia di un incontro che diventa passione», sottolinea. «Non è capitato solo a me di amare un solo uomo per tutta la vita. La canzone è molto difficile da cantare, in alcuni punti sembra estratta da un’opera sinfonica. È una canzone tipicamente italiana, io sono le “radici” della canzone popolare e non mi vergogno di portarla a Sanremo». Un Festival che affronterà con la sua scorta di peperoncini rossi per schiarire la voce e con lo spirito di sempre, quello di «una ragazza di provincia che voleva fare la sarta o la maestra e che invece è diventata cantante per far piacere al papà».

Tags: Covid-19Festival di SanremoOrietta BertiSanremo 2021
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