Chi è stato il primo artista fusion? I puristi risponderanno con sicurezza: Miles Davis e registrazioni seminali come In a Silent Way e, soprattutto, Bitches Brew, prime pietre di un genere che ha generato gruppi tra cui i Return to Forever di Chick Corea, i Weather Report di Wayne Shorter, Joe Zawinul e Miroslav Vitous e, naturalmente, l’incendiaria Mahavishnu Orchestra, guidata dalla leggenda della chitarra John McLaughlin. La realtà è che ogni cambiamento nella musica proviene da più direzioni contemporaneamente. Un artista specifico può introdurre il filedisco, i dati chiave che definiscono un genere, ma per ogni registrazione storica ce ne sono dozzine di altre che contengono gli stessi dati, ma passano in sordina.
Nell’arena della fusione jazz/rock, ad esempio, il pianista Mike Nock ed i suoi Fourth Way furono i progenitori con album come The Sun and the Moon Have Come Together (1968) e Werewolf (1970). E il vibrafonista Mike Manieri sperimentò suoni e ritmi rock in Journey Through an Electric Tube (‘68) ai tempi della big band White Elephant.
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Parallela alla via americana alla fusione di ritmi e trame rock con tonalità jazz, in Inghilterra un certo numero di gruppi cominciarono a mescolare sonorità rock con un approccio improvvisato più fluido. I Soft Machine pubblicarono uno dei loro album più importanti, Third, negli anni Settanta, un disco che fino ad oggi è considerato alla pari di Bitches Brew per la sua audacia e il suo approccio lungimirante. E gli Egg di Dave Stewart, pur dovendo molto alla tradizione classica, era ancora un presagio di esperimenti più jazz che sarebbero arrivati con band come Hatfield and the North e National Health.
In mezzo a tutto questo turbinio di attività nacque una band che, mentre il personale cambiava radicalmente nel corso degli anni, ha rappresentato la visione di un artista: il trombettista Ian Carr. Con i Nucleus sarebbe andato alla ricerca di modi per fondere il suo background tradizionale da autodidatta nel jazz con i ritmi e le sonorità più spigolose del rock. La band dei Nucleus, acclamata dalla critica a suo tempo, è stata quasi dimenticata negli anni successivi, ma recentemente è tornata alla ribalta grazie a una serie di ristampe britanniche ed al lavoro di gruppi come The Comet Is Coming in Inghilterra ed Enzo Favata the Crossing in Italia.

Enzo Favata, sassofonista sardo da trent’anni sulla scena jazz internazionale, musicista creativo e produttore, definito dalla stampa inglese “maverick” (anticonformista), ha chiamato al suo fianco Pasquale Mirra al vibrafono e marimba midi, Marco Frattini, batteria e percussioni, e Rosa Brunello, basso e contrabbasso, per attraversare (“The Crossing”) diversi stili musicali. Una fusion 2.0 che mette insieme elettronica, hard rock e grime, mentre il sassofono di Favata conserva una certa spiritualità ancestrale, evocando l’afrobeat di Fela Kuti e il John Coltrane di A love supreme. Non è un caso, quindi, che l’album si apra con un omaggio al pioniere del genere, ovvero con Roots, storico brano dei Nucleus di Ian Carr.

Se Ian Carr e gli anni Settanta sono il punto di partenza, il Quarto Mondo, quello delle Possible Musics di Brian Eno e Jon Hassel, è il traguardo. Salt Way racconta l’Africa e l’affascinate Etiopia insieme alla famosa “via del sale” che parte dalla Dancalia: è un brano suonato magistralmente dalla band, un omaggio alle frequentazioni etiopi di Favata dove ha suonato spesso con musicisti locali, tra cui l’icona Mulatu Astatke.
Così come è accaduto oltre Manica, dove i dischi di band come The Comet Is Coming e Sons of Kemet sono entrati nelle classifiche di vendita, il “miracolo” si ripete anche in Italia. Proprio in tempi di invasione sanremese, l’album Enzo Favata the Crossing si è conquistato di forza un posto nella Top 50. Una dimostrazione che anche nel nostro Paese c’è spazio per proposte musicali più complesse e coraggiose.





