Oggi faccio un viaggio nell’arte di Aldo Frangioni, nei suoi volti essenziali, estrosi, misteriosi; nelle sue geografie non consuete, inquiete, dai colori scuri, cupi, taglienti, accesi. Nei Quadri dal 1959 i paesaggi sono netti, impressi sulla tela dall’energia forte della pennellata (La mia casa alle scuole). La profondità è suggerita da pochi particolari (Veduta dalla mia finestra).

Si compone in forme solide, dense, altamente evocative. L’arte di Frangioni, in questa prima fase, è proiettata verso l’esterno, non però per ritrarlo in maniera realistica, ma per rappresentare la cosmografia indefinita dell’interiorità. In autoritratto con gatto come in una xilografia c’è una figura in primo piano e in prospettiva uno sfondo.

È una soluzione giocata sull’uso del nero, che lascia emergere conflitti non risolti. L’artista sembra essere alla ricerca di una forma mai fissa, ogni volta reinventata, nuovamente creata. Penso a opere come Corteo di incappucciati, o Figura atomica n. 1, In memoria di Sergio, Figura alata, ecc., in cui si confronta con la minaccia atomica e con dolori personali.

Frangioni racconta il suo vissuto con discrezione. Dipingendo esorcizza il male. Sembra sia alla ricerca di un’identità possibile. Lo sguardo delle sue figure ingloba quello dello spettatore; è ipnotico, convulso, rovescia prospettive tradizionali (Piani di volti, Litigio, Volti nel mondo, ecc.). Esistono in un tratto, in una smorfia, in un gesto. Sono lì per raccontarci qualcosa di loro stesse, del loro creatore, ma anche di noi. Forse di quella zona d’ombra, di quel ‘pozzo oscuro’ (come avrebbe detto Natalia Ginzburg) che abita il cuore di ogni uomo.

In Pagine d’Agenda dal 1978 (Emergenza Arno, Prova di mostro, Venezia 1982, ecc.) l’immaginario di Frangioni, sicuramente con le esperienze della vita, si amplia; il tratto si fa rapido, occasionale. Sulle pagine volti e corpi si sovrappongono in un caleidoscopio vario, oscuro come la coscienza o un malessere sempre più doloroso. Via via cresce. Il colore con le sue esplosioni, però, lo riempie (penso ai lavori dal 2005 fin a Pedicure del 2017), colma le sacche dell’ombra e dell’amarezza. Nelle opere dal 2016 al 2024, in particolare nella serie Composizione libera ogni orientamento viene meno, ogni prospettiva si annulla, tutto si concentra in una superficie piana, in cui si fissa l’esistere nella sua impenetrabilità.

Segue la serie Carte pandemiche con un affastellarsi di figure simboliche, un sovrapporsi di giallo e rosso, in un farsi tutto meno definito e labirintico (mi affascina più di tutte la 46).

Viene meno ogni prospettiva, c’è un aggrovigliarsi dentro, un rinchiudersi in una zona imprecisata, impenetrabile (Labirinto 43, 45, 69, ecc.), in significati oscuri, che solo gli iniziati a messaggi esoterici possono intendere appieno. Scompare in questi lavori ogni mediazione razionale (8 marzo 2024). Fare arte diventa per l’artista un istinto, un bisogno necessario per esistere, per resistere al quotidiano, ma anche alla violenza di ogni giorno. Per evocarla basta una macchia di rosso. Il dramma è lì, sanguinante, irreparabile, in tutta la sua inesorabile evidenza.

Nei graffiti Frangioni affronta il tema del destino. Interessante è il modo in cui lo declina. Lo definisce, infatti, ‘prossimo’. Introduce così una categoria per mezzo della quale l’arte sembra evocare ciò che è già scritto, assumendo così una funzione quasi divinatoria. I graffiti (Montezuma, 11 graffiti, Graffiti F, Graffito n. 103, la serie Nel nostro prossimo destino, ecc.), in una successione enigmatica di storie appena accennate, in una policromia colori, si costruiscono l’uno sull’altro, in un tutt’uno, in cui c’è sempre qualcosa che resta inesplicitato. Che sarà? Forse è un dolore segreto, una gioia perduta, un barlume di felicità di un’età smarrita dell’anima? Certo è che assume i tratti di un linguaggio discreto, capace di parlare al cuore, di ricordargli la sua parte più vera e autentica.





