Oggi porto con me per le vie di Firenze Gesù Figlio dell’Uomo di Paolo Sacchi. L’ho acquistato alla Libreria Claudiana: mi ha colpito per il titolo, risponde a una domanda che credo anche il più occasionale dei lettori dei Vangeli si sarà posto. Cosa vuole dire Gesù, autodefinendosi Figlio dell’Uomo? Sacchi, in questo libro con straordinario rigore logico, e con una mirabile capacità di lettura delle fonti risponde a questo interrogativo. Il suo ragionamento si basa una ferrea analisi filologica, e su un’acuta capacità interpretativa della tradizione biblica. È interessante il sottotitolo: Leggendo Marco. È il Vangelo di Marco, infatti, quello più antico, il filo rosso che guida lo studioso. L’evangelista è il primo a usare l’espressione Gesù Figlio dell’Uomo, che prima di lui ricorre in Daniele (7,13), e poi nell’apocrifo Libro delle Parabole della seconda metà del I secolo a. C. In Daniele l’espressione precisa è ‘simile a un Figlio d’Uomo’ (p. 11). In Marco diventa invece solo ‘Figlio dell’Uomo’. Il Libro delle Parabole usa la stessa espressione e risente certamente dell’espressione evangelica. Sacchi, in passi molto belli (p. 19 e seguenti) spiega che nella cultura ebraica del tempo c’era una credenza diffusa di un ‘cielo di mezzo’ tra Dio e l’uomo, in cui ‘gli esseri angelici e grandi uomini del passato (Enoc, Elia) vivevano nascosti sia agli uomini che agli angeli. Oltre loro ci sono altri esseri, che avevano il compito di svolgere funzioni di grande importanza. Daniele, quindi, con l’espressione ‘simile a un Figlio d’Uomo’ allude a un essere celeste simile a un uomo (in aramaico è kebar ’enoš). Nel Libro delle Parabole al cap. 8 si afferma che Dio pronunciò il nome del Figlio dell’Uomo prima della creazione del mondo (p.26):
[…] Neppure nel cap. 48 si dice che il Figlio dell’Uomo venne all’esistenza in un certo momento dell’eternità, ma si specifica che Dio pronunciò il suo nome prima della creazione del mondo. Eterno con Dio? Di fatto, occorre tener presente che nel pensiero ebraico non esiste il concetto di ‘eterno’, ma solo di tempo infinito. Il tempo è come una retta spezzata per dare origine a un segmento che rappresenta il nostro tempo. […]
Queste osservazioni di Sacchi servono a stabilire un collegamento fra il libro di Daniele, il Vangelo di Marco, e il Libro delle Parabole, e a insistere su un concetto di Messia di derivazione danielico diverso dal Messia davidico, cioè Gesù Figlio di David, su cui invece insisterà il Vangelo di Matteo. È Gesù stesso – osserva Sacchi – a dirci che lui è Figlio dell’Uomo (Mc 8, 31), e che il Figlio dell’Uomo è Figlio di Dio (Mc, 9, 2); quindi ‘se è chiamato «signore» da David, non può esserne figlio’ (Mc 12,35-37).
L’altro elemento che collega il Figlio dell’Uomo del Libro delle Parabole a Marco è il concetto di ‘nascosto’, che sembra voler dire che è nel ‘mistero di Dio’, cioè ‘ è un mistero di Dio’ (p.28). Gesù, quindi, secondo questa lettura è il ‘Nascosto nel mistero di Dio, destinato in qualche modo a rivelarsi’ (p. 33).
In conclusione, Gesù è Messia, ma non quello profetizzato da Isaia e Geremia come discendente di David. Ciò fece comodo ai sacerdoti per farlo condannare da Pilato (p.47), e ciò fu creduto anche da Paolo, ma in questo modo soprattutto nel Vangelo di Matteo ‘l’appellativo Figlio dell’Uomo ha perso la sua carica di significati e Gesù è entrato nella tradizione come Messia, figlio di David’.





