A tratti mi sembra di intravedere il mare di Scauri. Lo vedo così come lo evoca in me il libro di Chiara Valerio. Ho finito da poco di leggerlo. È rimasto impresso in me come un qualcosa di detto e non detto. È lì, impalpabile ma anche lievemente mosso, con i suoi abitanti. Rivive nella mia mente come un orizzonte appena disegnato. Ciò è possibile grazie alla magia di una scrittura limpida, intensa, che si sviluppa con adagio, e che segna una zona di confine fra l’invenzione e la realtà, fra il ricordo e un’immersione nella coscienza per cercare di capire quanto probabilmente non si può comprendere.
Durante la lettura ho maturato un attaccamento ai luoghi, e ai personaggi descritti dalla Valerio. Poco a poco li sentivo vicini, umani, affini. Entravo nel loro mondo, e loro si facevano spazio nel mio, in un processo di osmosi (in modo lento, in una dilatazione graduale ma in crescendo). La scrittrice ne disegna la fisionomia, i contorni con brevi pennellate. Questo, però, non li rende mai prevedibili. C’è in loro sempre qualcosa che sfugge, una sorta di identità inespressa, una parte che affiora in chiaroscuro. È verso questa zona ‘oscura’ che il romanzo tende, in una ricerca di realtà che via via amplificando l’ambiguità insita nella scrittura lascia un’aura di mistero fino alla fine. Tutta la vicenda ruota intorno al desiderio, ma anche alla scoperta del proprio sé della protagonista, che cerca non solo di comprendere le ragioni di una morte improvvisa ma si sforza di andare oltre il velo apparente del reale, della comune opinione. Lea intuisce che c’è altro, ma non riesce mai a giungere alla verità. La sua è una ricerca che resta aperta, che si svolge sul filo del rasoio, sempre pronta ad accogliere altri elementi per cercare di capire la ragione della morte di Vittoria, ma anche qualcosa in più sulla sua identità. È così che pagina dopo pagina Chiara Valerio ricostruisce il milieu sociale piccolo borghese di una località di provincia, ma anche in controluce quello della borghesia della capitale, e dell’indecifrabilità dell’animo umano e della sorte di ogni uomo.
Concludo questa mia breve incursione nella narrativa della Valerio con un brano che mi sembra bene esemplifichi la sua scrittura a tratti anche poetica (pp. 83-4):
[…] Insomma, ero già in acqua quando Vittoria mi aveva raggiunto, o forse non mi aveva raggiunto, semplicemente aveva nuotato nella mia direzione. Tentava, galleggiando, di allacciarsi il pezzo di sopra del costume. Quei costumi a fascia, con un filo che quando lo tiri per legarlo intorno al collo trasforma la fascia in un fiocco imbottito da due seni. Costumi che non passano mai di moda. Ma il filo era aggrovigliato tanto che avevo creduto fosse un fiore. Vittoria nuotava con un fiore tra i seni. Mi pareva strano, ma lo avevo pensato. C’era qualcosa in lei che mi turbava, il colore sfuggente degli occhi, il profilo nitido eppure scivoloso, quell’esitazione nel riconoscere l’interlocutore quasi pensasse ad altro. […]





